14.4 C
Rome
lunedì 24 Gennaio 2022
TecnèCinemaConversando con Federico Zampaglione... qualche anno fa

Conversando con Federico Zampaglione… qualche anno fa

La vita delle riviste, come qualsiasi attività editoriale, riserva sempre qualche sorpresa. A volte positiva, a volte no. E ciò è particolarmente vero sul web, mondo molto più instabile e fluido di quanto si possa immaginare da fuori.

Per farla breve, anni fa mi capitò di incontrare Federico Zampaglione per un’intervista che mi è rimasta scolpita nel cuore, tanto si era scivolati in profondità, su una serie di argomenti riguardanti la creazione artistica. Il pezzo venne pubblicato nel giugno 2010 su una rivista di cinema online ed ebbe anche una certa risonanza. Quella stessa rivista, però, qualche tempo dopo andò incontro a una grave crisi redazionale, che portò a una scissione interna, a una temporanea scomparsa dal web e alla perdita di svariati contributi di qualità… tra cui anche quell’intervista, purtroppo!

Nell’articolo si faceva il punto sulle prime opere cinematografiche di Zampaglione, sul suo rapporto con l’horror, sull’importanza di non vincolarsi ai giudizi più superficiali della gente, quando si avverte la necessità di intraprendere nuovi percorsi espressivi. Tutte quelle belle cose mi sono tornate in mente, di recente, quando mi sono ritrovato in sala a vedere (e apprezzare) il suo nuovo film, Morrison. Così diverso dai precedenti, ma anche così vicino, nello spirito. Un colpo di fortuna ha fatto sì che, rovistando su un vecchio hard disk ritrovassi, la bozza di tale articolo. E così, sperando che la cosa faccia piacere anche a Federico e ai lettori (vecchi o nuovi che siano), ho pensato di riproporla qui, su KulturJam, dove nel frattempo ho avuto modo di condividere le mie impressioni su Morrison. Un modo come un altro, volendo, per riprendere quel dialogo che, a causa della precarietà della rete e dei suoi meccanismi non sempre trasparenti, si era poco opportunamente interrotto.

Dopo aver ripescato tutto ciò dai ripostigli della memoria, dopo averlo sottoposto a un editing minimo (così da alterare il meno possibile l’impronta d quella conversazione), non posso far altro che augurarvi buona lettura!

Conversando con Federico Zampaglione... qualche anno fa

Conversando con Federico Zampaglione: intervista in tre atti – Parte prima

Esplorando i sentieri del cinema horror, ma con un sottofondo blues

 

Siamo nel giugno 2010:  stimolati sia dalla visione di Shadow che da un’accorata lettera aperta pubblicata su CineClandestino da Federico Zampaglione, determinato per l’occasione a esprimere il suo punto di vista sulle problematiche sempre più pressanti che condizionano la visibilità del cinema indipendente (in primis quello di genere) nel nostro paese, noialtri del sito ci siamo decisi a fare il punto sulla carriera cinematografica tutto sommato recente di questo eclettico artista, che il pubblico ha imparato ad apprezzare per i successi ottenuti con la sua band, i Tiromancino.

Per decidere chi lo avrebbe intervistato, non è stato necessario estrarre il bastoncino più corto o ricorrere a qualche altro sorteggio: mi sono subito offerto volontario, attratto dalla prospettiva di una conversazione più approfondita con l’autore di due pellicole, Nero bifamiliare e Shadow, che avevano già esercitato su di me un impatto notevole. Stabilito un giorno per l’intervista, le sorprese non si sono fatte attendere. Federico mi ha infatti invitato nella sua dimora, ben diversa da quella di Mortis in Shadow, per un pomeriggio che si sarebbe rivelato oltremodo intenso e fruttuoso. Arrivato a casa sua, oltrepasso l’elegante salone per ritrovarmi in un ambiente insospettabile: in netto contrasto col resto della casa, lo studio di Federico è un posticino magico e pieno di dettagli eccentrici; dove a lato del computer, finestra costantemente aperta sull’universo in subbuglio di internet, campeggiano cimeli come una splendida miniatura del Cenobita di Hellraiser, il mitico Pinhead, oppure gli unghioni di Freddy Krueger, presi direttamente al negozio di Luigi Cozzi. Alla faccia di chi ancora avanzava qualche dubbio, sulla genuinità dell’interesse di Zampaglione per l’horror…

Ma le sorprese non sono certo finite qui. Federico, che mi ha accolto con un sorriso e poche parole, brevi accenni a un nuovo gruppo musicale che si starebbe formando, all’improvviso imbraccia la chitarra e senza aggiungere altro attacca a suonare un fantastico blues, con me unico spettatore. Io rimango ammutolito. E istintivamente accendo il registratore.

Alla fine di questo concertino “ad personam”, do il via in modo altrettanto informale all’intervista.

Conversando con Federico Zampaglione... qualche anno fa

Ti ho rubato subito qualche nota, in attesa di sapere qualcosa di più sul nuovo gruppo.

Ah, ma stai già registrando? Il nuovo è un gruppo blues. Facciamo proprio cose come quella che hai appena ascoltato.

(Il gruppo, che avrebbe debuttato di lì a breve al Big Mama, si chiama Buzz band. N.D.R).

Insomma, spero ti sia piaciuto.

Così si curano le ferite del cuore, caro Federico.

Vedi, qui si passa dall’horror al blues più arcaico, un qualcosa di cui sono appassionato sin da ragazzino.

Veramente?

Sì, certo. Ti stai chiedendo se il blues rientri da sempre tra le mie passioni? Ma lo suono dalla mattina alla sera! Le passioni spaziano, anche quelle musicali…

(Sentito questo, mi viene spontaneo tirare fuori dallo zainetto un reperto particolare: “Insisto”, vecchio album dei Tiromancino cui sono molto legato, e che mi sarei fatto poi autografare, a fine incontro, da un Federico Zampaglione quasi stupito di ritrovarsi davanti quella che non è certo una delle loro creazioni musicali più recenti, al contrario. Ma occorre tornare subito seri, perché l’intervista è appena iniziata)

Musica, cinema, espressioni artistiche di altro genere… ma come siamo messi oggi in Italia, Federico?

Ragazzi, il problema è che qui in Italia non si riesce più a fare un cazzo. Non ci si riesce più, e sai perché? Purtroppo chi ha in mano le sorti della cultura, come per ogni altra cosa, dovrebbe lavorarci su, provare ad organizzare qualcosa, mentre qui se non sono tette e culi sparati un po’ a casaccio in televisione non si va avanti. Non lo vedi ormai come siamo messi? Una trasmissione di cinema in mano a Marzullo alle due del mattino, non c’è più una trasmissione di cultura, la musica è completamente sparita. Cioè, se un musicista vuole andare a promuovere un disco dal vivo, dimmi tu dove può andare?

Conversando con Federico Zampaglione... qualche anno fa

Spostandoci però sul cinema, che ne pensi dell’accoglienza tutt’altro che uniforme ricevuta dal tuo primo film, Nero bifamiliare? Ed ora come sta andando con Shadow?

Nero bifamiliare è un film che ha diviso da morire. Ad alcuni è piaciuto, altri gli hanno dato contro. Oddio, anche per Shadow è successo qualcosa del genere, però nel complesso ha convinto molto di più. Ormai la realtà del cinema italiano è questa, se vogliamo dirla tutta, o ti metti a fare quella robaccia commerciale à gogo, o comunque ti osteggiano.

Riguardo al genere, adesso si sente sempre parlare dei bei tempi che furono, ma questo cinema qua anche in quegli anni, poi, veniva spesso e volentieri maltrattato. La critica lo distruggeva regolarmente. Mi ricordo che scrivevano certe cose su Fulci davvero tremende, lo deridevano dicendo che era il regista di Franco e Ciccio, dei musicarelli.

L’horror, secondo me, almeno in Italia sarà sempre un genere che fa fatica, che si deve ricavare degli spazi tra gli appassionati. Tutte le nicchie non sono mai state amate dall’industria, questo è il problema. L’industria si concentra sulla fascia di utenza più larga, per cui nella loro ottica quei prodotti che sono già indirizzati a un pubblico, tra virgolette, ristretto, perdono di interesse. E a quel punto preferiscono andare su generi che possono abbracciare una fascia di età e una fascia di gusti più ampia. Sempre partendo dal fatto che per piacerti, un horror, devi essere un po’ un appassionato. E’ difficile andare in una multisala e trovare gente che, all’ultimo momento, sceglie di vedere un horror; o ci vanno apposta, oppure scelgono altro. A seguire questo genere sono quelle persone che lo amano e che poi sanno tutto, ovvero le stesse persone che ne parlano in giro, che scrivono sui forum, che si impegnano a discutere e commentare i film. Però rimane comunque una nicchia di gente appassionata. Ma anche con la musica è così! Se non rientri in una musica per tutti, l’industria ti pone ai margini.

Conversando con Federico Zampaglione... qualche anno fa
Nero bifamiliare
Anche le scelte di programmazione, per quel riguarda l’ambito cinematografico, sembrano riflettere tale logica. Abbiamo ospitato volentieri sul sito una tua lettera aperta in cui denunciavi, tra le altre cose, gli orari assurdi che diverse sale avevano adottato per Shadow, a una sola settimana dall’uscita e nonostante il film stesse andando bene. Un po’ come se gli appassionati del genere fossero considerati a loro volta vampiri, da chiamare a raccolta solo in orari vicini alla mezzanotte!

Esattamente. E’ come se si dicesse loro: il film andatevelo a vedere all’una di notte, se proprio ci tenete. Però, polemiche a parte, non vorrei neanche che questi discorsi finissero per sovrastare il film. Io la polemica l’ho innescata, semplicemente perché volevo che ancora una volta si riflettesse su questo sistema, su come in Italia il cinema indipendente, quello fatto dai giovani, venga osteggiato; perché se ho avuto questi problemi io che bene o male ho un nome, che ho una certa visibilità, immaginate cosa può succedere a un regista esordiente, che si presenta con una piccola distribuzione. Viene subito massacrato! Allora è importante, per tutti noi che amiamo il cinema, che si impari a conoscere un po’ di più questi meccanismi, per avere se non altro un metro di giudizio reale. Adesso però direi di mettere da parte l’aspetto polemico, per parlare proprio del film, che comunque un suo percorso lo sta facendo!

Sono d’accordo, in più ti confesso che di curiosità ne ho parecchie, sia su Shadow che su Nero bifamiliare. Prima, però, vorrei stabilire un ponte coi tuoi interessi musicali, ricollegandomi a una recente esperienza festivaliera: ero anche io a Udine, per il Far East, quando sei stato chiamato a introdurre Slice di Kongkiat Khomsiri, una delle pellicole tailandesi selezionate per il cosiddetto “horror day”. In quella occasione ne hai molto elogiato le scelte musicali, sottolineando come nel film in questione vengano proposti certi contrappunti, piuttosto particolari e contrari a quanto uno si aspetterebbe, che ti piace siano presenti in una pellicola del terrore; oltre a ribadire, ovviamente, il tuo interesse per il cinema orientale! Sarei molto felice se tornassi brevemente su entrambi gli aspetti, facendo riferimento anche alla sequenza di Shadow, così efficace ed ansiogena, in cui il brano che viene utilizzato è addirittura “La strada nel bosco”…

Penso che quella orientale sia alla fine una delle cinematografie più curate. Sono film con un livello grafico, di confezione visiva, costumi, luce, scenografia, da cui esce fuori tutta la loro bravura. Chiaro, molti di noi sono in parte cresciuti col cinema asiatico, seguendo i vari film di arti marziali, per cui il primo approccio è stato proprio quello, insieme magari al filone dei mostri come Godzilla, Gamera. Poi c’è stato anche un cinema orientale molto elegante, mi viene in mente Lanterne rosse, come anche i film di Akira Kurosawa. E di sicuro loro sono grandi esperti e innovatori anche del cinema dell’orrore, a partire dai classiconi come Ringu e altri, che gli americani hanno poi rifatto saccheggiando le loro idee a mani basse.

Conversando con Federico Zampaglione... qualche anno fa
Shadow

Del resto gli orientali sono bravissimi sulle storie di fantasmi, sull’occulto, sul soprannaturale, così come sono violentissimi quando vanno sul cinema gore. Basterebbe fare il nome di Takashi Miike.Un film come Ichi the Killer ti lascia veramente basito, per non dire di Men Behind the Sun. Proprio ieri stavo rivedendo Audition, con quel finale che lascia il segno…

Insomma, il cinema orientale è un grande cinema, quindi mi ha fatto davvero piacere andare al Far East per presentare questo film, Slice, preceduto tra l’altro da un lungometraggio coreano (Possessed di Yong-ju Lee, N.D.R.) con certe scene il cui carattere visionario aveva esiti raggelanti. Ma ti rendi conto? C’è da chiedersi chi altri potrebbe inventarsi cose del genere… Ecco, gli orientali hanno la capacità di inserire una serie di elementi, come la natura stessa, per creare le atmosfere giuste, fino a toccare vertici di autentico delirio con film come Oldboy.

Devo dire che io quest’anno parteciperò al PiFan, che è il più grande festival coreano dell’orrore e della fantascienza, proprio con Shadow. Sarà quindi un onore poter portare un film italiano a una simile manifestazione cinematografica, perché è veramente un festival ricco di grandi titoli, ed erano anni che non selezionavano pellicole dall’Italia.

Per quanto riguarda invece i contrappunti di cui parlavi, certe volte la musica deve anche spiazzare, andare nella direzione opposta delle immagini, perché se vai sempre troppo a favore di immagine rischi poi che l’effetto sia un po’ più stereotipato, simile a quanto già ci si aspetti In Shadow, per l’appunto, ho cercato di creare alcuni momenti un po’stranianti, per cui tu vedi una cosa e ne ascolti un’altra, come se ci fosse di fondo una sorta di disagio, di non immediata comprensione rispetto a quanto sta succedendo; di conseguenza, ci abbiamo riflettuto molto se mettere o non mettere quella musica, “La strada nel bosco”, perché ci rendevamo conto che era un po’ una follia, però alla lunga serviva a tirare bene fuori, ad aumentare il livello di angoscia del film. Abbiamo fatto anche delle prove con musiche più a tema, ma devo dire che la più indicata è rimasta quella.

Concordo con quanto hai detto, ma anche nei momenti in cui la musica commenta in modo più ortodosso quanto sta avvenendo in scena, come ad esempio durante la fuga dei bikers dalla violenza dei cacciatori, l’impatto è notevole. Cosa puoi dirci di chi ha partecipato alla colonna sonora?

La maggior parte delle musiche è stata fatta da mio fratello Francesco con Andrea Moscianese, insieme abbiamo dato vita a questa nuova band, The Alvarius, che è ispirata appunto al Bufo Alvarius, quel rospo allucinogeno rappresentato anche in una scena del film. Abbiamo puntato un po’ su questa musica psichedelica con richiami degli anni ’70, ma anche con una serie di sonorità moderne, campionamenti, suoni che arrivano più dall’elettronica del tipo di ricerca che si fa oggi. Si tratta quindi di un’altra faccia ancora, a livello musicale. Del resto avrai capito che a me piace molto spaziare, per cui mi viene quasi da sorridere al pensiero che molti sono rimasti sorpresi, in generale, da questo film, perché associando me che ovviamente conoscono come il cantante dei Tiromancino all’immaginario dell’horror, non è che il legame fosse così evidente. Però io penso di appassionarmi a cose molto diverse tra loro, ed è questo dal mio punto di vista il bello, che non consiste certo nel sentire il piacere di tutto ciò che va in un’unica direzione. Dove sta scritto che se ti piace l’horror ti deve per forza piacere anche il metal?

In effetti così facendo si rischia di rimanere ingabbiati nei soliti stereotipi.

Sì, tocca uscirne fuori, ma anche semplicemente per avere la possibilità di arricchirti interiormente con varie forme d’arte. Sennò, se ti piace soltanto qualcosa di “dark”, puoi finire per non smuoverti più da quello. Torno al discorso di prima: perché mai se ti piace l’horror non ti deve piacere il reggae, ad esempio? Sarebbe folle. Io conosco tanti appassionati di horror che ascoltano Bob Marley dalla mattina alla sera. Pensa se io gli andassi a chiedere di ascoltare solo “death metal”. Mi manderebbero subito a quel paese!

Poi siamo sempre pronti a lamentarci dei luoghi comuni, continuando a dire che non bisogna avere pregiudizi, senza renderci conto di quanto siano radicati. Argento prima ancora di scrivere sceneggiature aveva fatto il giornalista. Mario Bava era un direttore della fotografia. Alla fine è bello provare sempre qualcosa di nuovo, esprimersi senza stare troppo a pensare a come la gente ti vede.

Conversando con Federico Zampaglione... qualche anno fa

Federico, per come la vedo io, questa idea di voler abbattere comunque la rete dei pregiudizi mi sembra molto radicata nel tuo cinema, e penso soprattutto a Nero bifamiliare. E’ un film, del resto, di cui avevo avvertito fortemente l’urgenza proprio per il ritratto complessivo della società italiana, e dei tanti circoli viziosi che la condizionano, di cui la sceneggiatura si faceva carico. Pensi anche tu che nel tuo esordio cinematografico questa volontà di portare i personaggi, e con essi lo spettatore, ad uscire dall’ottica del pregiudizio, sia valsa quale filo conduttore?

Innanzitutto voglio dire che quando ho fatto quel film ne sono rimasto soddisfatto al cento per cento per alcuni aspetti, ma non completamente per altri. Soprattutto perché a livello di sceneggiatura era la prima esperienza, con un po’ di passaggi dalla commedia al noir e ad altri generi, che non lo rendevano molto compatto, in questo senso. Però c’erano sicuramente spunti interessanti, e la parte che amo di più di quel film è senz’altro quella un po’ più inquietante, più dark. Tutto ciò mi è servito poi per capire che come regista dovevo andare in una certa direzione.

Detto questo, il pregiudizio fa parte proprio della realtà italiana, per cui si parte sempre dall’idea che chi fa una cosa non ne possa fare un’altra. E’ capitato anche a me di avere pregiudizi nei confronti di altre persone, per poi essere in qualche modo smentito e sentirmi anche un po’ in colpa, perché magari avevo dato per scontato che qualcun altro non fosse in grado di fare una certa cosa. Però, a livello personale, non ho tutta questa paura dei pregiudizi, anzi, tendo il più possibile a fregarmene: sapevo perfettamente che quando alcuni avrebbero letto che stavo realizzando un horror si sarebbero espressi in un certo modo. Può venire spontaneo. In compenso sapere che ci sono pregiudizi da abbattere è per me motivo di maggior concentrazione; non ho certo paura delle sfide, di rischiare, di perdere, di cadere, perché poi sono caduto tante di quelle volte nella mia vita che ho finito per imparare più dagli errori che dai successi, riuscendo ogni volta a rialzarmi e ad andare avanti. Sono altre le cose che mi fanno paura, non certo il voler dimostrare che in una cosa ci credi.

 

(To be continued)

 

Leggi anche


Stefano Coccia
Giornalista dello spettacolo e critico cinematografico da più di vent'anni, un tempo nel Comitato dei collaboratori fissi della storica Cinemasessanta, attualmente collabora con Sul Palco, CineClandestino e Taxi Drivers ->

Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli