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mercoledì 18 Maggio 2022
SportCalcioL'interista esistenzialista: gioia, sofferenza, terrore, ancora gioia e poi trionfo! È Juventus-Inter

L’interista esistenzialista: gioia, sofferenza, terrore, ancora gioia e poi trionfo! È Juventus-Inter

“Houston, abbiamo segnato troppo presto!” E così si sale sull’ottovolante all’Olimpico per un Juventus-Inter indimenticabile, soprattutto per i nerazzurri.

Non è solo calcio, è Juventus-Inter

Nel preciso momento in cui Arisa nel suo sexy paltò rossofuoco scandiva l’estremo “l’Italia chiamò” e il timpano metteva il timbro su quell’ultima nota, Barella, all’unisono, colpiva la palla con tonfo sordo, spedendola all’incrocio dei pali dove Perin non aveva neanche il tempo di avvicinarvisi con lo sguardo.

Come? E’ successo almeno sei minuti dopo? Va bè, è che in quei momenti un pò perdi la cognizione del tempo, della realtà, dello spazio. Quella subitanea, inaspettata svolta data alla finale di Coppa Italia 21-22 ha scosso e smosso lo stadio Olimpico manco fosse un porcellino salvadanaio in mano ad un avido moccioso.

Solo che poi quando segni presto, mica ti fidi tanto. In sottofondo, nell’anima un pochettino ti suona strano, come un presagio sinistro. Prendono forma i soliti luoghi comuni del futbol, tra i quali il più gettonato “abbiamo segnato troppo presto” e spesso l’adagio viene confermato. Abituati male dalle ultime prestazioni, chi si immaginava che l’Inter avrebbe rotto subito gli indugi andando subito al nocciolo della questione?

Juventus-Inter: Barella alla Del Piero

La questione della Juve invece era quella di mettersi comoda, aspettare ben coperta e poi rilanciare a fionda Vlahovic. Mandati quindi in vacca i programmi di Allegri ai suoi ragazzi è toccato fare la partita, che almeno stavolta i minuti buoni per provarci ce li avevano, mica come l’altra volta che il gol lo avevan preso al centodiciannovesimo.

E infatti quei minuti li sfruttano, costringendo l’Inter a rinculare, a giocare di spocchia, a disporsi conservativi. Qualcosina pure non funziona nei meccanismi nerazzurri: D’Ambrosio non è complementare a Darmian, e da quella parte infatti non pervengono iniziative degne di nota. Va meglio a sinistra dove però Skriniar non riesce a dar il bordone al Sommo che normalmente riescono a dare o Di Marco o Bastoni.

Ma essi sono in panca, e più tardi chissà. Non che dall’altra parte possano vantare chissà quali tesori: a destra Cuadrado rimane presto orfano di Danilo e il pensiero di giocarsela a tutta fascia contro il sommo lo fa sentire abbastanza in discussione. A centrocampo Zakaria, che è un Kondogbia evoluto ma non troppo, dati i suoi ritmi, si vede sfrecciare a destra e sinistra Barella e Cahlanoglu senza riuscire a venirne a capo.

Anche perchè a Dybala tocca dare un’occhiata a Broz (ma giusto un’occhiata) e molto ne limita l’azione, quando non in possesso di palla. La musica cambia, e di molto, quando la palla ce l’ha la Juve, che convoglia ogni azione sull’argentino di cui si mormora una certa promessa sapete a chi.

Si va al riposo con la condivisa sensazione che la partita sia tutt’altro che conclusa. Quello che succede negli spogliatoi quasi sempre rimane nell’ambito di quella certa liturgia fatta di the, integratori, pomate miracolose, ma potrebbe anche essere successo che i ragazzi dell’Inter si siano fatti distrarre dalle casse di spumante che gli inservienti dell’Olimpico vanno trasportando tra i lettini dei massaggi, le panche e le docce, deformandogli in pensiero al punto di dare per esaurita la pratica.

Vagli a spiegare che la stessa cosa sta succedendo nello spogliatoio juventino: solo che loro altri sentimenti e stanno escogitando come ribaltare la partita. Tempo ben speso perchè il piano funziona: mentre ancora Handanovic e soci smaltiscono i vapori della canfora, Alex Sandro tira grossomodo in direzione della porta avversa e la palla ironica e beffarda rimpalla a destra e a manca e finisce smoscia in rete.

Juventus-Inter: Alex Sandro la riapre

“Tutto da rifare”, direbbe Pizzul. Neanche il tempo di spiegarsi cosa è successo e riorganizzare in base alla tattica imparata sulla lavagna con le pedine, sotto la voce “cosa fare in caso di pareggio” che la Juve ne approfitta e passa di nuovo: 1-2. Allegri è allegro: il canovaccio del match si può dipanare in matasse amiche: solito ricompattamento, attendismo e contropiede.

Intanto nell’Inter è entrato di Marco e a sinistra è un altro vivere: tra lui e il Sommo, l’Inter pencola tutta a sinistra e procura grattacapi a profusione a Cuadrado e Rabiot e infatti Allegri tira fuori Bernardeschi e mette Bonucci per tenere più larga la linea difensiva. Dumfries entra per Darmian, bisogna attaccare, non è rimasto molto tempo.

Il Sommo, sempre lui, inventa per Lautaro che si fa rigorizzare proprio da Bonucci. Cahlanoglu a momenti la butta sul palo, stimolando pericolosamente l’incrocio dei pali a sinistra del malcapitato Perin che non vede ancora un pallone addomesticabile con le sue misure antropomorfiche.

Si va ai supplementari, a Cagliari sono contenti.

Tra i conciliaboli a capannelli tra giocatori, allenatori, dirigenti e quant’altro della Juventus, spicca la tenuta da panchina della Juve: maglie multicolore con disegno a triangoli spuri dalla foggia terrificante, punteggiano cacocromiche sul verde del prato dell’Olimpico.

Sono tipo una miscellanea tra l’ipotetico pigiama di Andy Warhol e l’abito da concerto di Plastic Bertrand. O come certe immagini che ci restituiva il Mivar di papà quando con il manopolone della sintonizzazione cercavamo i film porno sulle televisioni libere, fate voi.

Da cosa ti accorgi che l’Inter sta meglio della Juve dal punto di vista fisico? Facile: dal fatto che Inzaghi non fa uscire nè Barella nè Brozovic. I due stanno benissimo, corrono che è un piacere, si fanculizzano allegramente quando il caso. In più, ne sa una più del diavolo, non si sa per quali segnali ha concluso che non si andrà ai rigori: infatti tira fuori sia Lautaro che Cahlanoglu: oh, non c’è niente da fare, ha sempre ragione lui.

Si fanculizzano anche tra panchine, dove succede di tutto: sbrocca soprattutto Allegri, che non potendo prendersela con i suoi, se la prende con ì panchinari dell’Inter. Incachiate com’è, si può solo immaginare quanto gli girino quando intravvede Valeri correre verso la Var per verificare un contatto dubbio (ma solo per lui) tra De Light e De Vrij.

Meno male che De Light c’è, verrebbe da dire, ma mancherebbe la signora che lo canti in preda ai singulti di commozione: sorvolerei. Il Sommo non si limita a segnare il penalty, produce e confeziona pure la quarta marcatura in elegante drop, violentando entrambe le volte gli incroci dei pali, a sinistra la prima, a destra la seconda.

Juventus-Inter: il Sommo che fa la differenza

Perin: allora ditelo che ce l’avete con me. Finisce in apoteosi, con la Juve incapace di imbastire azioni che somiglino ad azioni di attacco, con Vidal che detta i tempi da perfetto sborone, con Bastoni che entra a cinque dalla fine, perchè la passerella se la merita pure lui. Fine del match, arriva la coppa Italia numero otto, titolo stagionale numero due.

È Handanovic a sollevare il trofeo e ne ha ben donde: sai che palle gli avrebbero fatto con quel gol un po’ così preso da Alex Sandro? Tutto è bene quel che finisce bene ma neanche tanto: Inzaghi si conferma re di coppe, Perisic, il sommo, si conferma partente.

Chiede rispetto per il professionista e l’uomo: ha ragioni da vendere, tenerlo sulla graticola non è stata una buona idea, peccato. Ora ci si defatichi, si smaltisca la sbornia, si festeggi il giusto: c’è ancora qualcosa da tentare di vincere, la sorte sembra guardare dalla parte giusta.

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Lavora "indegnamente" per la forza armata dell’aria da sempre (ma sono solo problemi loro). Lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi, popolano di lignaggio, ha un’insana tendenza ad annoiare e ad annoiarsi.

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