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giovedì 19 Maggio 2022
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Giuseppe De Marzo: guerra, crisi ambientale ed economica, siamo una rete di relazioni inseparabili

Abbiamo incontrato Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore.  È attualmente responsabile nazionale delle politiche sociali di Libera e coordinatore nazionale della Rete dei Numeri Pari.

Giuseppe De Marzo: siamo una rete di relazioni inseparabili

Siamo passati senza soluzione di continuità dalla crisi migratoria a quella climatica ed ecologica, da quella sanitaria ed economica, alla guerra. Qual è il legame di questa deriva?

Tutti i problemi con cui abbiamo a che fare oggi sono interconnessi e interdipendenti.
Noi siamo una rete di relazioni inseparabili, la vita è un insieme di vite interconnesse.

Siamo di fronte a una crisi strutturale, sistemica, terminale e inedita del paradigma di civilizzazione occidentale.

Strutturale e sistemica perché è entrata in crisi la struttura stessa di un sistema e di una governance che ci era stata presentata come garante di lavoro, libertà, sicurezza e partecipazione, ma non lo è.

Le magnifiche sorti e progressive del libero mercato si sono rivelate invece un incubo per la natura umana e per tutte le entità viventi di questo pianeta: un vero e proprio sistema di oppressione.

Il liberismo economico non può per sua natura, struttura e obiettivi garantire i nostri diritti, né quelli della natura.

Il paradigma di civilizzazione occidentale, che è fondato sull’idea per cui l’uomo “economicus” è al centro della vita, e il resto delle entità viventi sono a disposizione della sua funzione di crescita e di accumulazione, sta dando esiti catastrofici.

Abbiamo bisogno, per questo, di un approccio sistemico, che superi una visione del mondo evidentemente sbagliata e inadeguata, una visione che ignora come la vita sia una rete di esistenze interconnesse e di relazioni inseparabili.

Io non sono il dominus che controlla e gestisce la vita, al massimo ne posso essere l’amministratore, e garantire, a tutte le altre entità viventi, il continuum della vita, perché conviene anche a noi umani.

La pandemia e la guerra ci stanno mettendo tutti con le spalle al muro, perché ci dimostrano che solo un approccio sistemico, multicriteriale, multidimensionale e interdisciplinare può risolvere le crisi.

Tu differenzi il concetto di giustizia ecologica da quello, più noto, di giustizia climatica. Come mai?

Ti rispondo in primis come economista: le ingiustizie sociali, e quindi l’aumento delle diseguaglianze e della povertà, sono direttamente collegate alla giustizia ambientale e questo significa che, la precondizione per garantire la giustizia sociale è la giustizia ambientale.

Che significa? Che, in termini di distribuzione, non contano solo i soldi o il pane che mi dai, contano anche accesso allo spazio bioriproduttivo, all’aria pulita etc. Quindi la giustizia ambientale diventa la precondizione affinché io possa distribuire nella maniera più equa, le opportunità e l’accesso alle risorse per gli esseri umani.

La Terra non è inerme, lo sappiamo, è un sistema vivo, autopoietico, in grado di rigenerarsi ed in continua trasformazione. È questo che garantisce la vita a tutti noi. C’è dunque una relazione tra diritti umani e diritti della natura.

Ridurre la biodiversità, minacciare di estinzione le altre specie viventi come facciamo noi, significa creare la più grave minaccia alla nostra specie. Dobbiamo imparare a cooperare con la natura, non ignorarne le regole e distruggerla. Abbiamo bisogno di rientrare nei limiti del pianeta e ritornare a produrre senza ulteriore impatto per la terra, garantendo le possibilità di autorigenerazione e autoorganizzazione del sistema Terra, all’interno di uno spazio finito.

Sappiamo che garantire la biodiversità, e quindi il continuum della vita, è garanzia per la nostra stessa vita. Dobbiamo quindi garantire ad altre entità viventi e agli ecosistemi la capacità di autorigenerarsi.

Questo è giustizia ecologica: fare giustizia alla natura a prescindere dai diritti dell’essere umano. Questo rappresenta un salto culturale, che cuce la ferita che ha separato l’essere umano dal resto della vita.

Dalla terra, all’uomo, ora stringiamo il cerchio sulle città, la politica: tu parli spesso di “welfare mafioso”

Siamo ormai in tanti a parlare di “welfare sostitutivo mafioso”. L’aumento di disuguaglianze e povertà causato da politiche economiche e sociali sbagliate, bassi investimenti e mancata riforma del nostro sistema di welfare hanno favorito mafie e corruzione. In questo contesto la criminalità organizzata garantisce reddito e sostegno, fornendo un’attenzione alla sicurezza sociale che nessuno di noi è in grado di assicurare.

Il grave problema è che in molti ambiti manca la percezione del potere della criminalità organizzata.

Non c’è ancora la consapevolezza che la forza vera delle mafie sta fuori dalle cosche: nelle convergenze, nella zona grigia, nel familismo amorale, nel patriarcato che legittima la cultura mafiosa, nel rifiuto delle regole e nella deresponsabilizzazione, nell’abbandono delle istituzioni e nella richiesta dell’uomo forte, nella povertà culturale e relazionale, nell’insofferenza per la democrazia.

Un esempio: nella città eterna ci sono 134mila giovani che non lavorano, non sono in formazione e non seguono percorsi professionalizzanti; se io nasco nelle periferie, che per noi sono zone prioritarie di intervento, quale pensate che possa essere il mio futuro? Cosa ne è di quei ragazzi se non interveniamo noi?

E la politica in tutto questo?

Il problema è che oggi quasi tutte le forze politiche continuano a seguire le ricette del modello economico neoliberista che vede nel privato, nell’impresa e nella crescita economica infinita l’unica strada del cambiamento. Peccato che sia stato proprio il modello liberista a provocare la crisi economica, sociale, ambientale, climatica e sanitaria planetaria.

Oggi ai partiti invece mancano le idee per uscire dalla crisi, latitano proposte e visione d’insieme. Fortunatamente in questo vuoto spesso sono i cittadini, le reti sociali, le associazioni a impegnarsi da soli a difendere il pubblico ed il bene comune.

Realtà come quella della Rete dei Numeri Pari ha attivato strumenti di mutualismo e cooperazione: mense, laboratori formativi, dentista popolare, sportelli psicologici, accoglienza diffusa, raccolta di tablet e pc.  Per questo siamo la prima realtà europea attenzionata da un progetto di studio triennale del Gran Sasso Science Institute, che studia insieme al Forum Disuguaglianze e Diversità di Fabrizio Barca come sia stato possibile attraverso forme di solidarietà e mutualismo per molte nostre realtà sociali sostenere i diritti di migliaia di persone.

Ultima domanda: è possibile fare imprenditoria etica in questo paese?

Basterebbe che gli imprenditori facessero gli imprenditori, onestamente. Purtroppo c’è un pezzo importante dell’imprenditoria che è contro il paese, che è contro l’imprenditoria stessa, impedendo a soggetti nuovi, medio\piccoli l’accesso stesso sul mercato, perchè sono oligopolisti. Abbiamo Confindustria che sta nella dark economy e vive nel ‘700 ma vorrebbe tornare direttamente al medioevo. Le cose si possono cambiare ma non con le stesse persone che ci hanno portato allo stato attuale delle cose.

 

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Sira De Vanna
Sira De Vanna
Speaker radiofonica, redattrice, storico dell'arte. Caporedattore per Kulturjam.it

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