20.9 C
Rome
giovedì 19 Maggio 2022
In EvidenzaSu Putin e il suo uso della bandiera rossa

Su Putin e il suo uso della bandiera rossa

Putin usa la bandiera rossa dell’URSS e i simboli dell’Armata Rossa per rievocare la potenza che sconfisse Hitler non i principi internazionalisti e egualitari del comunismo.

Putin e la bandiera rossa

Vladimir Putin si ricollega a Stalin come allo zarismo per celebrare il nazionalismo grande-russo che rivendica il “diritto” di agire (guerra preventiva compresa) da potenza e non accetta l’unipolarismo statunitense.

La vittoria nella Grande Guerra Patriottica e i sacrifici che i popoli dell’Urss hanno sofferto per ottenerla sono un’eredità condivisa del popolo russo.

Infatti pur avendo nel 1991 ammainato la bandiera rossa dal Cremlino e smantellato il socialismo di stato si è mantenuto per i militari l’appellativo di compagni. Così infatti si è rivolto Putin ai soldati nel suo discorso.

Non è un caso che Putin sia sempre molto liquidatorio verso Lenin mentre Stalin è stato in qualche maniera da anni oggetto di una nuova popolarità che Putin non disdegna.

Putin dalla Piazza Rossa: "L'Occidente non ha voluto ascoltarci, in Ucraina un'operazione preventiva"

La disgregazione dell’URSS e gli effetti devastanti delle terapie shock di privatizzazione e saccheggio hanno portato a una rivalutazione dei momenti dell’epoca sovietica in cui il paese si dimostrò più forte, unito e rispettato.

Oggi i russi celebrano una pagina gloriosa della loro storia e tutta l’umanità dovrebbe guardare con una dovuta riconoscenza verso quel popolo rifiutando ogni russofobia.

La parata del Giorno della Vittoria è per Putin un’occasione per unire il paese intorno a una lettura nazionalista della propria storia.

Va ricordato che Putin è lo stesso che ha riportato in Russia dagli Stati Uniti i resti del generale Denikin morto in esilio negli Stati Uniti. Il capo delle armate bianche zariste e antisemite, che furono sconfitte dai bolscevichi nella guerra civile, sosteneva che l’Ucraina non esiste.

La sua critica reiterata a Lenin come responsabile della separazione dell’Ucraina e di altre repubbliche è in realtà una mistificazione. La dissoluzione dell’Urss è stata opera del suo amico Eltsin nel 1991.

Quanto all’ideologia le tesi che Putin ha esposto sull’Ucraina sono quelle di Solgenitsin per decenni scambiato per dissidente democratico dall’Occidente.

L’autore di libri fondamentali come “Arcipelago Gulag” e “Una giornata di Ivan Denisovic” era anticomunista ma per ragioni che poco avevano a che fare con la democrazia e molto con il nazionalismo e la difesa del passato della Russia, quei valori a cui fa spesso riferimento Putin.

Fu proprio Solgenitsin a tracciare nel 1991 in una lettera al neopresidente della federazione russa Boris Eltsin le coordinate delle posizioni di Putin sull’Ucraina:

“Ora ti ritrovi nel vortice di eventi e decisioni che non si possono rimandare, e tutto conta allo stesso tempo. Ma proprio per questo oso rivolgermi a te con questa lettera, perché ci sono decisioni che non possono essere corrette dopo. Per fortuna , mentre scrivevo queste righe Lei ha già fatto sapere che la Russia si riserva il diritto di rivedere i confini con alcune delle repubbliche che si separano.

Risultano particolarmente spinosi i casi delle frontiere dell’Ucrania e del Kazakistán, che i bolscevichi tracciarono a loro piacimento.

Il vasto sud dell’odierna Repubblica sovietica Ucraina (Novorossiya) e molti siti sulla riva sinistra [del fiume Dnepr] non sono mai appartenuti alla parte storica dell’Ucraina, per non parlare del selvaggio capriccio di Krusciov per la Crimea. E se a Leopoli e a Kiev finalmente abbattono i monumenti a Lenin, perché allora si aggrappano, come se fossero sacri, ai falsi confini di Lenin, tracciati dopo la guerra civile per ragioni tattiche di quel momento?

Lo stesso con la Siberia meridionale e con i cosacchi degli Urali e della Siberia che, a causa delle loro rivolte nel 1921 e della loro opposizione ai bolscevichi, rispettivamente, furono sradicati dalla Russia e consegnati al Kazakistan”.

Sono i concetti che Putin ha ripetuto tante volte e anche nel noto discorso con cui a fine febbraio ha annunciato la cosiddetta “operazione militare speciale” (altra imitazione del linguaggio delle guerre USA definite “operazioni di polizia internazionale“).

Le parole di Solgenitsin ci ricordano che la crisi ucraina, divenuta guerra civile e poi conflitto tra stati e internazionale, ha radici assai profonde nella storia e cultura russa e non può essere ridotta alla follia di un autocrate come racconta la propaganda.

La reductio ad hitlerum di Putin è solo propaganda made in USA di chi non vuole la trattativa ma una guerra lunga per indebolire la Russia (non si tratta con Hitler tanto a morire sono ucraini e russi), ma scambiare Putin, con i suoi “valori millenari” e la sua condanna del “disordine morale”, per un compagno è un’allucinazione.

Il discorso che Putin ha tenuto sulla Piazza Rossa andrebbe ascoltato con attenzione e rispetto per comprendere quali spazi vi sono per una seria trattativa e anche le ragioni di una potenza con cui la NATO ha cercato lo scontro e non la cooperazione e la mutua sicurezza.

Il revanscismo nazionalista è da respingere ma non si può negare la richiesta di garanzie per la propria sicurezza di un popolo che ha pagato con decine di milioni di morti la Seconda Guerra Mondiale.

Cartoline da Salò: un anno marchiato dalle stimmate della pandemia

 

Leggi anche


Maurizio Acerbo
Maurizio Acerbo
Segretario nazionale di Rifondazione Comunista- Sinistra Europea. Attivista, agitatore culturale. Comunista democratico, libertario e ambientalista. Marxista psichedelico.

Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli