Gli USA, il Giappone e la frammentazione delle élite

La frammentazione delle élite iniziò con la spaccatura tra i sostenitori del vecchio capitalismo ante ’70 e i sostenitori del nuovo capitalismo con l’ideologia mix tra diritti umani-concorrenza.

La frammentazione delle élite

La frammentazione delle élite è uno dei primi segnali di crisi di un soggetto politico e non a caso negli USA il fenomeno ebbe inizio negli anni ’70.

La sconfitta in Vietnam (con effetto domino in Indocina), la cacciata dall’Iran (con crisi ostaggi), il socialismo nelle ex colonie portoghesi (Angola e Mozambico), l’ascesa dell’OPEC come sindacato energetico e i sandinisti in Nicaragua, diedero un segnale di dove il mondo volgesse (e volge ancora: secolo cinese, BRICS, Venezuela bolivariano, ecc).

Gli USA per mantenere il tenore di vita degli abitanti e opporsi a questa avanzata (non sempre socialista, ma post-coloniale si) dovettero cambiare linea economica.

La svolta di Bretton Wooods (sganciamento del dollaro dall’oro, cambi fluttuanti,ecc) doveva permettere al dollaro un bilanciamento dei rapporti con gli alleati (Europa occ. e Giappone) ormai esportatori netti, garantito il dollaro (agganciandolo agli scambi di petrolio delle petromonarchie) e fiaccato qualsiasi pretesa di rivalsa giapponese (fino all’ascesa cinese, il Giappone fu il principale acquirente di debito USA).

Negli anni ’80, ci fu la presidenza di Reagan. Le politiche si orientarono allo sciogliemnto di ogni vincolo al mercato, la spinta del settore informatico e il ricorso all’indebitamento permisero agli USA di minacciare una corsa al riarmo.

La presidenza sviluppò un’ideologia che con la caduta del Muro avrebbe conquistato anche i Democratici: missione salvatrice, imperialismo buono, libertà di impresa (capitalismo suonava male). Questa nuova ideologia si appoggiò ai nuovi settori economici: new economy, internet, social, cripto (pensate a FTX e ai finanziamenti ricevuti da Biden).

Qui arriva la frammentazione.

La spaccatura arrivò tra sostenitori del vecchio capitalismo (banalizzando molto: i settori produttivi prima dei ’70) e sostenitori del nuovo capitalismo con ideologia mix diritti umani-concorrenza.

Così tra i ’70 e ’80, si formò una coalizione tra produttori agricoli, industriali e gruppi automobilistici che portò al Congresso la richiesta di dazi (Trump ci senti?).

Come oggi con la Cina, si spospettava che il Giappone fosse favorito (aggiungo: agganciato a un’economia reale).

Si arrivò agli accordi del Plaza (1985, un accordo tra banchieri centrali e ministri economici occidentali) per bloccare la salita del dollaro sulle altre valute e favorire l’economia USA (ufficialmente equilibrio).

Il Giappone subì questo accordo -puntando sulle esportazioni-: lo yen forte, al netto di un crollo della domanda estera, spinse la Banca Centrale ad allargare la domanda interna con aggiunta di liquidità che andò a depositarsi nel valore di terreni e case, fino alla successiva esplosione della bolla immobiliare.

Per la seconda volta in quaranta anni (e questa volta con minore consapevolezza) il Giappone veniva sconfitto.

Intanto, nel 1987 arrivavano gli accordi di Louvre che, rimettendo in equilibrio dollaro-yen-sterline-marco, introducevano -per tutte le economie a capitalismo avanzato- quel gergo del neoliberismo a cui siamo assueffatti: ridurre la spesa pubblica, tetto al deficit, soglia debito-PIL.

Il salto era concluso: da un’economia produceva a una che consumava, da un’economia di agricoltori-fabbricanti a una di investitori; la concorrenza giapponese (aspramente criticata in quegli anni) era sconfitta.

Si notano, in conclusione, tre linee della storia lunga e breve che si intersecano:

1- Il pendolo euro-asiatico tra Europa occ.+USA e Asia or. si era rimesso in moto col boom giapponese;

2- La linea trumpiana (responsabilizzare gli europei, dazi, concorrenza all’Asia) è vecchia e fa affidamento su settori presenti nella società USA (non sui barbari a differenza di quello che dice la stampa).

3- Gli USA, sin da inizio ‘900, si muovono per l’Asia orientale: conquista Filippine agli spagnoli (1899), apertura Canale di Panama (1914), II Guerra Mondiale e sconfitta giapponese, Guerra di Corea, Guerra in Indocina, apertura alla Cina 1972 (coincidenza temporale con Bretton Woods, non casuale), politiche monetarie e commerciali anti-giapponesi.

 

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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