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Nessuna società può reggersi senza un buon patto sociale tra chi comanda e chi è comandato, chi ha i soldi e chi lavora: il neoliberismo bulimico non sfugge a questa dinamica.
Neoliberismo, accumulazione e assenza di patti sociali
Il paradosso dell’attuale situazione è che i paesi emergenti sono stati gonfiati dagli investimenti dei paesi più ricchi.
La competizione tra aziende, saturato il mercato interno – fase in Occidente raggiunta a inizio anni ’80 -, ha spinto a una serie di politiche mirate ad aumentare il profitto:
– Creazione di aree libero scambio sempre più vaste (UE, NAFTA, ASEAN, ecc), con il conseguente aumento della competizione a fronte di mercati più ampi;
– Compressione dei diritti dei lavoratori e del ruolo del sindacato;
– Esternalizzazione dei luoghi di lavoro (con l’avvento di internet e del terziario, del singolo ruolo) fuori frontiera.
Questo insieme di politiche è quello volgarmente chiamato “neoliberismo“.
Più le aziende occidentali (in cerca di maggiori profitti) investivano nei paesi emergenti e più ricchezza si spostava in questi.
Esempio: un informatico di Nairobi che lavora a distanza per una piccola azienda tedesca e viene pagato 600 euro, ha uno stipendio alto per il suo paese e inizia a comprare e investire dove vive.
Questo giovane informatico diventa classe media (in estinzione nell’Occidente neoliberista).
Non passerà molto prima che decida di aprire un negozio di informatica, ingrossando il PIL del suo paese.
Dobbiamo immaginare la questione come un buco nella diga: piano piano si allarga.
– Gli investimenti e le assunzioni occidentali formano una classe media che spende e investe, innescando un circolo virtuoso;
– Le aree di libero scambio favoriscono i paesi che importano capitali e esportano prodotti;
– La compressione degli stipendi nei paesi più ricchi, cancella quella classe media -che spende e investe- e spinge i precari a comprare beni a basso costo prodotti da aziende dei paesi emergenti.
Il cerchio si chiude.
Assistiamo a una redistribuzione della ricchezza globale. Hanno ragione i risentiti: questa non avviene a discapito delle multinazionali (ma presto o tardi risentiranno della concorrenza delle multinazionali “emergenti”).
Questo non garantisce nulla. Gli emergenti si svincolano dal ruolo di periferia solo con scelte mirate, passando dall’essere esportatori di giocattoli e scarpe, al puntare sul mercato interno e prodotti di alta fascia (vedi la conversione cinese al mercato interno e il passaggio di testimone -in atto- dalla Cina al Vietnam nel ruolo di fabbrica del mondo).
Si possono, a mio avviso, fare solo due riflessioni:
1- Il capitalismo segue dei cicli di accumulazione e questi vanno incontro a un inizio e a una fine; il ciclo USA volge al termine e si passa a un nuovo ciclo governato dalla Cina con modalità nuove (socialismo di mercato); a voler fantasticare ci si vedrebbe una tappa di transizione al socialismo (interessante che gli intellettuali cinesi non vedano l’egemonia cinese come eterna, ma come destinata ad essere seguita da una nuova fase data dalla tecnica e dalla “decentralizzazione”).
2- Nessuna società può reggersi senza un buon patto sociale tra chi comanda e chi è comandato, chi ha i soldi e chi lavora; governare rincoglionendo i più a colpi di Grande Fratello e coppe UEFA può funzionare a livello endogeno, ma a livello esogeno in un sistema competitivo -come visto- non può reggere.

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