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Israele tenta di rilanciare la propria immagine dopo il collasso dell’Hasbara, spendendo milioni in propaganda e influencer. Ma le rovine di Gaza e la violenza in Cisgiordania rendono impossibile ricostruire una reputazione ormai compromessa.
La crisi dell’Hasbara: Israele e la sconfitta nella guerra dell’immagine
La parola Hasbara — letteralmente “spiegazione” — più prosaicamente “propaganda” – ha sempre rappresentato la dimensione comunicativa della politica israeliana: un insieme di strategie di pubbliche relazioni per promuovere un’immagine positiva dello Stato e delle sue azioni. Ma dopo due anni di guerra su Gaza, questo apparato si trova in frantumi.
Il “Grande Rapporto della Hasbara”, 136 pagine redatte da esperti e consulenti governativi, parla di un “fallimento totale”: la diplomazia pubblica israeliana non solo non è riuscita a difendere la propria narrativa, ma ha finito per accentuare il divario tra la percezione internazionale e la realtà dei fatti.
Secondo l’analista Munir Dahir, uno dei redattori del documento, il disastro del 7 ottobre non è stato soltanto militare: è stato un collasso comunicativo, morale e simbolico.
Israele ha perso sul piano dell’emozione, terreno decisivo nell’epoca dei social e dell’informazione visiva. A prevalere non sono stati i comunicati ufficiali, ma le immagini dei civili palestinesi, delle rovine e delle file agli ospedali assediati. In altre parole, l’emotività collettiva globale ha reso inefficace ogni tentativo di giustificare la distruzione.
Dalla guerra militare alla guerra digitale
La reazione del governo Netanyahu non si è fatta attendere. Mentre si prepara alle prossime elezioni, l’esecutivo ha destinato quasi mezzo miliardo di shekel — circa 145 milioni di dollari — a un nuovo piano di comunicazione, cui si aggiungono 40 milioni già stanziati per campagne mirate all’estero. Obiettivo: rilanciare l’immagine di Israele, contrastare la “narrazione di Hamas” e riposizionarsi nel dibattito internazionale.
A tale scopo, il ministero degli Esteri e l’agenzia governativa Lapam hanno reclutato influencer, opinion leader e persino “celebrità arabe” nei Paesi chiave della campagna. Eurovision News Spotlight ha rivelato che Lapam ha diffuso oltre duemila annunci pubblicitari su Google e Meta nel 2024, di cui più della metà rivolti al pubblico internazionale.
Una vera e propria “guerra digitale”, condotta sui canali dell’intrattenimento e della comunicazione pop, con l’obiettivo di scardinare l’alleanza di opinione tra movimenti islamici e sinistra occidentale, ma anche di recuperare terreno tra le nuove generazioni, ormai ostili alla linea israeliana.
Eppure, come osservano diversi analisti, nessuna campagna di immagine può cancellare le cifre della tragedia: decine di migliaia di morti, milioni di sfollati, infrastrutture civili distrutte e un assedio umanitario senza precedenti. Ogni investimento in comunicazione rischia di apparire come un tentativo di riscrivere la realtà, mentre la comunità internazionale assiste a un lento ma inesorabile deterioramento della credibilità israeliana.
Gli Stati Uniti, l’ONU e la nuova partita su Gaza
Nel frattempo, a Kiryat Gat, gli Stati Uniti hanno inaugurato il Civil-Military Coordination Center, un organismo che dovrebbe elaborare strategie per la gestione postbellica di Gaza.
Tuttavia, secondo il Washington Post, il progetto sarebbe “caotico e privo di direzione”, segno delle difficoltà di Washington nel conciliare interessi interni e pressioni israeliane. Donald Trump avrebbe persino proposto di ottenere dall’ONU un mandato formale per amministrare la Striscia, affiancato da un “Board of Peace” di sua creazione — un’iniziativa che rivela la volontà americana di ridimensionare il ruolo diretto di Israele nel dopoguerra.
Ma mentre i negoziati internazionali si moltiplicano, la realtà sul terreno resta tragica. In Cisgiordania, l’ONU denuncia un’escalation di violenza mai vista negli ultimi vent’anni: oltre 260 attacchi di coloni in un solo mese, con 42 minori tra le vittime e più di 3.000 palestinesi costretti all’esodo. Case distrutte, uliveti avvelenati, comunità disgregate: un copione che smentisce ogni narrazione di normalità o controllo.
La Hasbara non è più solo una strategia comunicativa, ma il simbolo di un sistema in crisi, che tenta di difendere la propria legittimità attraverso il racconto. Ma il linguaggio delle immagini — quello delle macerie e dei corpi — ha già vinto la guerra dell’emozione.

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