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L’Asean, Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, ha garantito pace e prosperità a un’area geografica instabile negli anni 70 e 80 e oggi sempre più competitiva, oltre che demograficamente imponente.
Asean, un nuovo competitor
Le associazioni regionali hanno la capacità di sommare e portare rapporti win-win dove mancano.
Le organizzazioni di maggiore successo sono l’UE (con tutti i limiti del caso) e l’ASEAN.
Mentre l’UE sembra(va) orientata, in teoria, a diventare un embrione di stato europeo (sempre che sopravviva), l’ASEAN sembra preservare le prerogative dei singoli stati.
L’organizzazione non è votata a diventare un golem burocratico, ma a permettere una crescita economica e sociale costante tra i partner favorendo gli scambi e gli investimenti (dopo l’ASEAN+3 – che include Cina, Giappone e Corea del Sud e il RCEP che include i precedenti + Australia e Nuova Zelanda, la tendenza è rafforzata).
Armonizzare la crescita tra paesi economica in un’area che negli ultimi quattro decenni si è surriscaldata economicamente, con una forte crescita demografica, decine di etnie (e sotto-etnie e idiomi più o meno diffusi), più modelli politico-economici (dal sultanato al socialismo di mercato, passando per monarchie e repubbliche federali), tutte le grandi religioni e a metà tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, di transito lungo la più grande rotta commerciale (e di petrolio) mondiale: quella che collega via mare Europa e Medio Oriente alla Cina.
L’ASEAN ha garantito pace e prosperità a un’area geografica nota, durante tutti gli ani ’70 e i primi ’80, per il napalm, la guerra, Pol Pot, la guerriglia comunista in Thailandia (con stranezze incluse della monarchia), le rivalità etniche in Malesia o religiose in Indonesia o i colpi di stato in Myanmar.
Ma cosa accadrebbe se i governanti di questi Stati (impazzendo, visto che le cose funzionano benissimo) decidessero di unirsi in una futura federazione?
Avremmo un gigante demografico con oltre 600 milioni di abitanti, un’economia in crescita (e ormai competitiva anche con quella cinese, visto che il Vietnam attira gli investitori che prima preferivano le regioni del Sud cinese).
Thailandia e Indonesia potrebbero fornire risorse naturali (legname, carbone, gas) e attirare turismo; Cambogia, Laos, Myanmar -i paesi più poveri- potrebbero investire in agricoltura -contando su una grande varietà climatica e di territori-; il Vietnam potrebbe svolgere il ruolo di polo industriale e ponte con la Cina; Singapore sarebbe il centro finanziario; le Filippine potrebbero essere una via di mezzo tra polo turistico, mercato ittico, zona finanziaria e di industria leggera; il Brunei potrebbe contare sul settore finanziario-bancario e sul petrolifero.
Tutto questo associato all’enorme potenziale degli unicorni tecnologici (aziende con valore maggiore al miliardo di dollari) e della giovane popolazione alfabetizzata e con competenze tecniche.
L’Occidente accetterebbe un nuovo competitor ad Oriente?

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