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La tregua a Gaza non ha fermato i bombardamenti né la repressione. Utilizzata da Usa e Israele per contenere le proteste globali e salvaguardare affari regionali, ha spento la mobilitazione politica e lasciato intatta l’operazione di distruzione del popolo palestinese e il sistema che la sostiene.
La tregua illusoria che non ha fermato la guerra a Gaza
La tregua a Gaza ha avuto l’effetto di una messinscena diplomatica più che di un reale passo verso la pace. Dietro la parola “cessate il fuoco” si nasconde infatti una prosecuzione della violenza con altri mezzi: incursioni, uccisioni e repressioni sistematiche continuano a colpire una popolazione esausta e priva di difese.
Ciò che viene presentato come un gesto di distensione si è rivelato un espediente tattico utile a ristabilire gli equilibri internazionali e a sottrarre il governo israeliano alla crescente condanna mondiale.
Washington, intervenendo come mediatrice, non ha cercato la fine del conflitto ma la salvaguardia di un alleato divenuto troppo compromettente.
L’azione militare israeliana, spinta oltre ogni limite, aveva persino toccato il Qatar, uno dei paesi coinvolti nei colloqui di pace e partner economico degli Stati Uniti. Un episodio capace di incrinare la rete di rapporti su cui si regge la stabilità del Medio Oriente.
La regia americana e la restaurazione dell’ordine mediatico
Donald Trump ha imposto la tregua non per ragioni umanitarie, ma per contenere il danno d’immagine di Israele e, al tempo stesso, difendere gli interessi strategici ed economici americani nella regione.
Il suo intervento ha avuto l’effetto di un’operazione cosmetica: placare le proteste globali, evitare che il termine “genocidio” entrasse stabilmente nel dibattito pubblico e riportare l’attenzione dell’opinione occidentale su terreni più neutri.
Nel frattempo, la narrazione dominante è stata ristrutturata con precisione chirurgica. Le parole “Gaza” e “Palestina” sono scomparse dalle prime pagine, sostituite da un racconto più rassicurante: quello di una tregua raggiunta e di un nemico contenuto. Le voci critiche, come quella di Francesca Albanese – che ha connesso la distruzione del popolo palestinese alle logiche del profitto e all’economia globale – sono state isolate e marginalizzate, sotto un fuoco mediatico di insinuazioni e calunnie.
L’indignazione disinnescata
Per qualche settimana, le piazze del mondo si erano riempite: studenti, lavoratori, attivisti avevano rotto la paralisi politica che da decenni domina l’Occidente. In Italia, la tragedia palestinese aveva risvegliato una coscienza collettiva sopita, un desiderio di ridefinire la partecipazione civile. Ma questo sussulto è stato rapidamente neutralizzato.
Il sistema neoliberale tollera le emozioni, non l’organizzazione. Finché la rabbia resta confinata sui social, non rappresenta un pericolo. Quando invece l’indignazione rischia di trasformarsi in azione, allora vengono riattivati i meccanismi del controllo: campagne mediatiche, divisioni interne, ritorno alla superficialità dello spettacolo politico.
La tregua ha dunque funzionato anche come strumento di anestesia collettiva. Ha dato al pubblico l’illusione di una svolta, mentre Israele ha potuto riorganizzare il proprio apparato militare e diplomatico, pronto a riprendere la stessa politica di annientamento con toni più prudenti, ma con identico obiettivo.
L’illusione della normalità
Oggi la calma apparente di Gaza non è segno di pace, ma di rimozione. Le macerie restano, come resta la condizione di un popolo costretto all’emarginazione. La “tregua” è diventata il simbolo di un equilibrio ipocrita: quello in cui l’ordine globale viene ristabilito non fermando la guerra, ma rendendola invisibile.
Israele, sotto la protezione dei suoi alleati, potrà continuare a imporre il proprio dominio; l’Occidente, soddisfatto di una stabilità di facciata, potrà tornare alle proprie distrazioni. Intanto, la Palestina rimane prigioniera di un conflitto che si riproduce nel silenzio, tra l’indifferenza dei media e la complicità dei poteri economici.

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