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Ulisse diventa, nella lettura attribuita a Vannacci, il simbolo del patriota mediterraneo. Ma il mito racconta un personaggio molto diverso: astuto, ambiguo, allergico alle guerre altrui, maestro di travestimenti e identità inventate. Più anti-identitario che guerriero.
L’eroe che non c’è
C’è chi legge l’Odissea e vede un uomo. C’è chi la legge e vede il mare. Roberto Vannacci l’ha letta, cioè quasi sicuramente no, e ha visto un manifesto: “Ulisse è l’uomo del patriarcato mediterraneo. Lascia la sua terra e la sua famiglia per andare a proteggere la patria […] Dopo 20 anni, torna a Itaca e stermina i Proci. È il nostro uomo di riferimento”.
Prendiamola sul serio, che merita. Perché ogni singola parola di quella frase è smentita dalla tradizione che pretende di celebrare, e non serve nemmeno la malizia per dimostrarlo: basta il riassunto che si faceva a scuola.
Una partenza, tutta da spiegare. Cominciamo dal principio, che Vannacci ha saltato: perché mai Ulisse va a Troia? Non per la patria, Itaca non è stata offesa. La catena è questa. Elena, la ragazza più corteggiata del mondo greco, ha una quarantina di pretendenti, e Tindaro, re di Sparta, è paralizzato: chiunque vinca, gli sconfitti restano sul territorio, armati e offesi, e il matrimonio si trasforma in faida. A sbloccare la situazione ci pensa un certo Ulisse, che tra i pretendenti ci sta con un obiettivo preciso che non è Elena, sa di non potercela fare, ma Penelope, figlia di Icario. La sua idea: tutti giurano di difendere con le armi il matrimonio di chiunque Elena sposi. Il vincitore sarà protetto dagli stessi rivali. Come ricompensa, gli viene concessa Penelope.
Il contratto, com’è noto, si firma per farsi furbi e si onora per i secoli. Anni dopo Paride sequestra Elena, Menelao invoca il patto, e gli ex pretendenti sono tenuti a presentarsi con uomini e navi. Compreso l’autore della clausola, che aveva disegnato quel giuramento per mettere fine alle faide di Sparta e si ritrova il primo incatenato a una guerra altrui. Non ci voleva andare: finge la pazzia, ara il campo seminando sale, e parte solo quando Palamede gli piazza il neonato Telemaco davanti all’aratro. (Per inciso, nella tradizione successiva è lo stesso Ulisse a far lapidare Palamede come traditore, con prove inventate. Il grande eroe: un evasore della leva che si vendica di chi lo ha smascherato).
Una precisazione onesta, che vale per tutto il pezzo: il giuramento di Tindaro non sta in Omero. L’Iliade e l’Odissea raccontano la guerra senza mai citarlo; la tradizione arriva dal ciclo epico successivo, la Cipria di cui restano un riassunto e dei frammenti, e poi da Euripide in poi. Ma non cambia nulla: Vannacci cita comunque una tradizione che non ha letto, solo di un secolo più tardi del solito. La versione completa del mito gli è ancora più nemica di Omero: lì il “patriota volontario” è un uomo stretto da un contratto che aveva redatto lui stesso per scansare esattamente quella guerra. Non c’è patria da difendere: c’è una clausola contrattuale. L’equivalente moderno è uno che scrive il quinto articolo della NATO per proteggersi dai vicini e si ritrova dieci anni dopo imbarcato a difendere il matrimonio del collega.
Il ritorno, con il conto alla rovescia. Dieci anni di guerra, un cavallo, per ammissione omerica, la scappatoia che gli evita altri dieci anni davanti alle mura e poi la strada di casa: sette anni con Calipso, che gli offre persino l’immortalità, e uno con Circe. Nel registro morale che Vannacci dice di difendere, riassunto corretto del personaggio: partito per lavare le corna altrui, torna dopo averne accumulate di proprie. E l’unica figura dell’intera epica che per vent’anni resiste a cento pretendenti, a una serva corrotta e a un figlio da crescere, fedele, astuta, e alla fine più furba di lui, tanto da smascherarlo con il trucco del letto costruito attorno a un tronco d’ulivo, è la donna. Se quel patriarcato avesse un curriculum, l’unica voce decorosa sarebbe compilata da Penelope. Quanto alla strage finale: cento proci ammazzati di soppiatto con l’arco, dopo averli corteggiati sotto falsa identità, e dodici ancelle impiccate. Non è un processo, è una vendetta privata in travestimento.
L’araldo scuro. E qui il dettaglio che un censore razziale di professione farebbe bene a non verificare. È vero che Omero quasi non descrive fisicamente nessuno: l’unico segno corporale che concede a Ulisse in ventiquattro canti è una cicatrice sulla coscia, da zampata di cinghiale, che lo smaschera mentre una schiava gli lava i piedi. Identità essenzialista marcata dal maiale. Ma quando Omero qualcuno lo descrive, quando smette di darci voci ed epiteti e ci dà un corpo, succede che in Odissea XIX il personaggio descritto “scuro di pelle e dai capelli lanosi” sia Euribate: l’araldo, l’uomo più fidato di Ulisse, il suo collaboratore diretto. Il censimento somatico omerico, nel rarissimo momento in cui esiste, premia proprio l’uomo che sta accanto all’eroe. E l’unico ritratto integrale della saga tocca Tersite: brutto, storto, zoppo, zeppo di croste. Il catalogo delle apparenze, in Omero, non è mai una carezza.
L’eroe senza identità. Ma il vero autogol è più profondo. Ulisse è l’eroe anti-identitario per eccellenza, la peggior mascotte per chi vende radici. A Polifemo si presenta chiamandosi Nessuno. Inventa sette genealogie cretesi, tutte false, e sopravvive raccontandole. Rientra nel suo stesso regno travestito da mendicante, il primo clandestino in patria della letteratura, e vince non da guerriero ma da simulatore, aiutato da uno schiavo straniero che fa il maiaolo e da una dea che non smette di cambiargli faccia. La sua unica proprietà stabile è la voce: Antenore, nell’Iliade, lo ricorda come l’oratore le cui parole cadevano come fiocchi di neve. Ulisse è fatto di parole, non di origine. Scegliere come “uomo di riferimento» il personaggio che sopravvive smontando l’identità è come scegliere come testimonial del cemento armato una fontana: regge in piedi, ma il messaggio cade. E non c’entra nulla.
Infine, il “patriarcato mediterraneo”. Nella teoria femminista, da Millett a Lerner, il patriarcato è una struttura, non un’etnia: non ha aggettivi geografici, come non ce li ha l’ossigeno. L’antenato accademico di quella formula esisteva, ed è morto sepolto da quarant’anni: era il “complesso onore-vergogna” degli anni Cinquanta-Settanta, costruito come firma culturale dell’area mediterranea e smontato pezzo per pezzo da Michael Herzfeld, che ha persino coniato il nome della malattia: mediterraneanism , l’orientalismo applicato al Sud con più ulivi. Il concetto che viene strapazzato come dato antropologico è il classico esempio da manuale di stereotipo smentito. E l’unico parente stretto legittimo, il “modello matrimoniale mediterraneo” della demografia storica di Hajnal e Laslett, dice l’esatto contrario di quello che serve a Vannacci: donne sposate giovanissime sotto controllo parentale, nuore in casa del suocero. È una categoria di tassi di nuzialità, non un inno. Trattarla da genealogia eroica è come trarre un manifesto dal catasto.
Conclusione. Vannacci non difende le radici: le inventa, e male, perché non ha letto né il testo che cita né lo studio che finge di rappresentare. L’Ulisse che propone come modello passerebbe il suo stesso triage come Euribate: a piedi nudi, senza genealogia, sospettato di provenienza perché non si presenta mai per quello che è. E se davvero esistesse un patriarcato costruito come lui lo immagina, terra, spada, corno, l’oikos di Itaca ci sarebbe andato sotto al quinto anno: un’azienda tenuta in piedi per due decenni da una donna, un maiaolo e una dea travestita, col proprietario che torna a farsi riconoscere da una cicatrice da cinghiale. Non è un modello. È una commedia degli equivoci in cui il generale ha scambiato per un manifesto la lista degli imprevisti.

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