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Invidia sociale è la risposta brutale e ipocrita con cui i ricchi e chi sta con loro bollano la domanda di uguaglianza sociale.
Ma quale invidia sociale, è ribrezzo
Di Giorgio Cremaschi*
Nella trasmissione di Rete 4 Zona Bianca, un esponente del governo e del partito di Meloni e Santanché, tra il consenso prevalente dello studio, mi ha accusato di alimentare invidia sociale.
Questo perché di fronte ad un bel servizio della trasmissione – che mostrava le vacanze dei riccastri in Costa Smeralda, a TRECENTOMILA euro a settimana, CINQUANTAMILA per una nottata in discoteca o come diavolo si chiama lì – avevo commentato: ecco dove sono i soldi, quelli che i governi dicono non esserci per la sanità, la scuola, i servizi pubblici, le pensioni.

Apriti cielo! Questa è invidia sociale, mi è stato detto e poi questi ricchi portano tanto lavoro, tante persone mangiano con ciò che avanza del loro lusso.
Per cui se uno spende in bagordi, in una sera, tanto quanto in un anno otto famiglie che prendevano il reddito di cittadinanza. Se un altro consuma in una settimana il reddito netto annuale di almeno quindici operai, va bene così. Tutto fa PIL. E chi contesta questo è socialmente invidioso.
Come ho già detto, la definizione di invidia sociale era considerata reazionaria già duecento anni fa, quando i ricchi spiegavano ai poveri che la loro condizione era colpa di svogliatezza e mancanza di intraprendenza e che la ricchezza finiva nelle mani di chi lo aveva meritato.
Balzac, che pure era un conservatore, allora aveva scritto: dietro una grande ricchezza c’è sempre un grande crimine.
Per più di un secolo e mezzo la lotta per la democrazia, l’eguaglianza, il socialismo, aveva, passo dopo passo, smascherato l’accusa di invidia sociale, mostrandone il vero contenuto di sfacciata difesa dei privilegi dei ricchi.
La nostra Costituzione, nei suoi principi, metteva al bando l’invidia sociale, perché proclamava che scopo della Repubblica era quello di perseguire l’uguaglianza reale dei cittadini.
Poi, decenni di politiche conservatrici liberiste hanno recuperato dalla pattumiera della storia l’invidia sociale, assieme a Dio Patria Famiglia e ad altre paccottiglie reazionarie, spacciate per modernità.
L’ideologia del merito non ha affermato il diritto a salire in alto per chi lo merita, ma che chi è già in alto sicuramente se lo merita.
E chi non accetta questo “merito” è un socialmente invidioso.
Ma quale invidia. A me coloro che fanno festa sulla Costa Smeralda, spendendo quelli che per le persone normali sono patrimoni, non fanno nessuna invidia, ma pena e anche un po’ ribrezzo. Non vorrei essere come loro per tutto l’oro del mondo.
Questi ricchi non meritano nessuna invidia, ma una sana lotta di classe che ristabilisca il valore sociale civile e anche morale dell’uguaglianza.
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