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martedì, Luglio 5, 2022

Lo smantellamento della scuola e la comprensione dei testi

Come ogni anno, scatta la polemica sulla scuola e la capacità di comprensione dei testi da parte degli studenti. È un problema scolastico, pedagogico, o c’è dell’altro?

La comprensione dei testi

Come ogni anno, scatta la polemica sulla scuola e la capacità di comprendere un testo da parte degli studenti. Si sparano percentuali apocalittiche, poi si correggono e poi si aspetta l’anno successivo.

Nel frattempo, si sprecano i commenti e l’indicazione di ricette. Io non sono titolato per proporre alcuna ricetta né tantomeno alcuna riforma della scuola.

Vorrei solo dire che non solo gli studenti ma in generale la maggior parte degli appartenenti alla nostra società fa fatica a comprendere un testo e, il più delle volte, si annoia e si stanca dopo poche righe.

È un problema scolastico, pedagogico? Ha a che fare con qualche lacuna della scuola o degli insegnanti? Mancano le risorse, ci sono pochi insegnanti?

Faccio queste domande, perché, perlopiù, commenti e ricette fanno pensare che siamo di fronte a qualche mancanza scolastica, a un problema di insegnamento, a qualche tecnica di insegnamento non più adeguata ai nuovi tempi.

Io vorrei guardare il problema da un altro punto di vista, da un’altra angolazione. Ebbene, studenti e non studenti fanno fatica a leggere un testo perché né la società né la loro stessa vita viene considerata come un testo.

Voglio dire che perlopiù, nelle nostre società postmoderne, gli esseri umani non si concepiscono più come esseri problematici che hanno sempre bisogno di istituire socialmente il proprio posto nel mondo.

Infatti, a differenza degli altri viventi, sono degli indeterminati che non sanno chi sono, non sono predeterminati da un codice biologico e normativo.

Dunque, sia la loro vita individuale sia quella associata è un testo, cioè un’interpretazione che si dà sul proprio posto nel mondo, un’elaborazione simbolica del reale (la morte, il caso, le paure, l’imprevedibile, il continuo desiderio che assilla uomini e donne che non può mai essere saturato), l’istituzione sociale dei valori e delle leggi (sempre passibile di discussione in quanto, appunto, auto-istituzione).

Però, se appunto gli umani smettono di considerarsi come indeterminati problematici, allora non dovranno più scrivere testi.

Ora, nel momento in cui la vita e la società smettono di essere un testo e gli esseri umani si concepiscono come viventi semplici, determinati come tutti gli altri esseri dai soli bisogni materiali e dalla volontà di massimizzare piacere e utilità, allora non hanno più bisogno di pensarsi come testi, non sentono più il desiderio di scrivere il testo della loro vita, non sentono più la passione e la curiosità per leggere i testi approntati dagli altri esseri umani nei secoli di storia per provare a sondare il mistero di una vita che non è mai trasparente a se stessa, che continua a porci domande fino all’ultimo dei nostri giorni.

La stessa scuola entra in crisi perché a scuola si dovrebbe imparare proprio la storia di quei testi: arte, letteratura, pensiero, istituzioni politiche, religione, investigazione della natura.

Se però la società è la prima a dire ai giovani che non sono altro che viventi che devono godere e che la loro vita non è problematica, a che serve studiare il corpo a corpo di uomini e donne, nel tempo e nello spazio, con il mistero della vita, con il problema del loro essere al mondo? Non serve a niente e quindi non serve nemmeno imparare a leggere qualsiasi testo.

Dunque, il problema non è pedagogico, di metodologie di insegnamento, di strumenti, di risorse o di linguaggi, come a dire che a scuola si parlano linguaggi vecchi che non interessano i giovani.

La scuola dovrebbe infatti parlare sempre un linguaggio un po’ fuori moda, un poco sfasato, perché ogni testo dell’uomo è sempre un poco inattuale, un poco passato.

Infatti, per capire il mistero dell’umano, per essere poetici, bisogna usare sempre parole più vecchie di quelle solite, un poco più desuete per cercare di andare a fondo, per essere minatori di se stessi e della società.

D’altronde, se tutto fosse facile e non problematico nella vita dell’uomo, non ci sarebbero la poesia, la musica, la filosofia, il teatro. Rimarrebbero i festival della canzone che non sono altro che storie di instagram in diretta TV e l’esibizione del proprio corpo agghindato nei modi più strani per esprimere qualcosa, qualcosa che fortunatamente sempre sfugge.

Il problema è che non sono testi e sempre più diventeranno solo un groviglio di luci e colori, tipo droga. E forse già ci siamo…

 

 

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Claudio Bazzocchi
Claudio Bazzocchi
Studioso di filosofia politica

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