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domenica, Luglio 3, 2022

Il centenario di Enrico Berlinguer: anti-modernità e moralità della politica

Il 25 maggio è il centenario della nascita del grande politico e statista italiano, Enrico Berlinguer.

“Berlinguer lasciava senza dubbio un grande vuoto, politico e umano. Per le sue doti personali, che erano notevoli, e per la straordinaria capacità dell’intellighenzia comunista di aureolare di carisma leader che meno sembravano adatti alla comunicativa – si pensi a Togliatti – era diventato un protagonista della vita politica. Meritava – più di tanti altri d’esserlo: perché poteva commettere errori, mai disonestà e bassezze … Berlinguer aveva una mente aperta … la sua conversione al nuovo fu graduale, attenta e sofferta: un adeguamento intelligente alle prospettive che la storia e la politica, in Italia e fuori d’Italia, imponevano …” (Indro Montanelli, Storia d’Italia, vol. XI, p. 349).

“I giornali ci dipingono come fustigatori di costumi, come se noi volessimo ridurre il Paese ad una confraternita di frati zoccolanti. Ma la questione morale noi l’abbiamo posta non sulla base di velleità puramente moralistiche, né la poniamo per mettere in difficoltà gli altri partiti. La poniamo perché siamo convinti che si tratti della questione decisiva per il risanamento dello Stato e per il risanamento dei partiti che si stanno mangiando lo Stato, che stanno dividendoselo a brani. Il risanamento dello Stato è essenziale ed è quindi un problema decisivo per la salvezza e l’avvenire della democrazia in Italia” (Relazione di Berlinguer al XVI Congresso del PCI, Milano 1983, cit. in Giuseppe Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Bari 1989).

“Enrico Berlinguer è sempre stato un moralista, quanto a dire il modo di essere e di pensare che alla nostra politica contemporanea appaiono anacronistici e comunque inutili … Mito moralistico in cui si riconosce il poeta Pier Paolo Pasolini che è tutt’altra cosa dalla moda opportunistica degli anni fra il ’76 e l’80 che fecero di Berlinguer un uomo-copertina, ma mai un uomo-spettacolo” (Giorgio Bocca, articolo su L’Espresso, 17 giugno 1984).

Enrico Berlinguer: anti-modernità e moralità della politica

La sera dell’11 giugno 1984, in una piazza di Padova gremita di popolo, durante il comizio finale della campagna elettorale per le elezioni europee, moriva all’età di 62 anni, stroncato da un arresto cardiaco in seguito ad un ictus, il segretario del PCI Enrico Berlinguer.

Tre giorni dopo, a Roma, si svolsero i suoi funerali, seguiti da più di un milione di persone, attonite e commosse per la grave perdita che subiva non solo il suo partito (che avrebbe decretato, tramite Congresso nazionale, la sua propria scomparsa soltanto sette anni dopo), ma l’Italia intera.

Successivamente, verso la fine degli anni ’90, gli eredi (i vari D’Alema, Veltroni, Fassino) di quel che rimaneva di quel partito avrebbero cominciato, paradossalmente, a prendere le distanze dal pensiero e dall’azione politica di Enrico Berlinguer, giudicati (tanto il pensiero quanto l’azione) come “anti-moderni”, manifestazione di una deprecabile “diversità” incapace di comprendere quanto di “nuovo” stava maturando non solo nella società italiana, ma nel mondo intero.

Di conseguenza, alla – per molti versi conservatrice – figura di Berlinguer (esempio di una politica fondata su, e guidata da, valori non-politici), sempre gli “eredi” di cui sopra opponevano, come simbolo di “modernità”, la figura dell’ingiustamente esiliato Bettino Craxi, politico a tutto tondo, politico tout-court, massimo emblema di quella “autonomia della politica” che dovrebbe essere l’unico valore-guida per l’azione di chiunque volesse cimentarsi nell’agone politico; altrimenti detto: “politica come arte del possibile”.

Ma era proprio così? Era così anti-moderno e conservatore Enrico Berlinguer, questo sardo così parco, sobrio, schivo, alieno alla società dello spettacolo e della comunicazione, lontano dal considerare indispensabile l’apparire a tutti i costi, il dichiarare continuo e compulsivo, la moda, la “Milano da bere”, ecc.? Era così incapace di comprendere che la politica è l’arte del possibile e che quindi non deve essere guidata da valori che niente hanno a che fare con la politica? Ebbene, rispondo subito a queste domande: si, Enrico Berlinguer era tutto questo; era anti-moderno, se la modernità significa effettivamente quanto ho sopra elencato.

Enrico Berlinguer era anti-moderno perché era convinto, profondamente convinto di ciò:

  1. che la politica deve avere un solido fondamento morale, che la politica deve essere fondata sull’etica, e guidata dall’etica. In questo senso Berlinguer costituiva un’assoluta novità anche per il movimento comunista internazionale e, più in generale, per il pensiero marxista, abituato da sempre (anche per un difetto di fabbrica: l’essere stato Marx molto hegeliano e per niente kantiano) a considerare i principi etici come “sovrastrutture” e pertanto non universali, ma cangianti in funzione dei cambiamenti che storicamente avvengono a livello di “struttura”. Da qui l’insistenza, a volte ossessiva, dell’uomo, e del dirigente, sulla “questione morale”; da qui la sua denuncia dell’inquinamento (immorale) prodotto dall’economia nella politica, e all’interno dei partiti di governo; da questo punto di vista, si può dire che Berlinguer rappresentava l’antitesi del modello politico togliattiano, un modello che, a sua volta, ereditava la grande lezione di un certo Niccolò Machiavelli, sostenitore di un agire politico “iuxta propria principia”, totalmente sganciato dall’etica. Berlinguer era, al contrario, un apostolo kantiano, un uomo che conservava sempre, nella mente e nel cuore, la fondamentale prima formula della legge morale “Agisci sempre in modo tale che il movente che sta alla base della tua azione possa essere da tutti considerato una legge universale”;
  2. che la politica, se non può essere autonoma dall’etica, non può essere autonoma neanche dalla cultura in generale, e pertanto deve coltivare un rapporto dialettico e fecondo con il mondo dell’arte, della scienza, della filosofia, della scuola, dell’università. Da qui l’azione, sua e del PCI, per la promozione della cultura in tutti i campi; da qui il “rapporto organico”, l’egemonia (che non significa dittatura) esercitata dal PCI sulla maggior parte degli intellettuali italiani, egemonia che raggiunse il culmine proprio negli anni in cui fu segretario Berlinguer. Con lui, infatti, trovò realizzazione quel processo, teorizzato da Gramsci e voluto fortemente da Togliatti, di un partito che affondava le sue radici nelle classe operaia e, in genere, negli strati subalterni ma, nel contempo, aperto ai ceti intellettuali, anzi esso stesso “intellettuale collettivo”, l’unico modo per poter esercitare un reale potere in una società capitalistica, pur rimanendo all’opposizione nel Parlamento; da qui la sua instancabile ricerca di un rapporto non occasionale, ma organico, con gli intellettuali italiani; da qui la sua strenua difesa delle strutture culturali che il PCI aveva fondato, fatto crescere e sostenuto nel corso di decenni (riviste, istituti di ricerca, case editrici, fondazioni, ecc.); strutture culturali, poi, forzatamente chiuse e oggi non più esistenti;
  3. che la politica deve andare oltre il contingente e il possibile “qui ed ora”; che la politica deve avere una visione larga, tanto nello spazio (tutti i più gravi problemi internazionali devono essere considerati, se si vuole dare una risposta duratura ai problemi nazionali), quanto nel tempo (soltanto con la coscienza delle proprie radici e della propria storia passata è possibile una visione del futuro, una progettazione della società che vada oltre l’emergenza). Per il Berlinguer degli anni post 1976, il problema più importante, a livello mondiale, stava diventando quello rappresentato dall’enorme spreco e dalla scandalosa e ingiusta distribuzione delle risorse tra i diversi continenti e Paesi, con le deleterie conseguenze sul piano dell’equilibrio ambientale (i cambiamenti climatici, l’inquinamento dell’aria e delle acque, lo scempio determinato dalla distruzione delle foreste e dall’irrazionale urbanizzazione, ecc.). Da qui la proposta berlingueriana di una politica di “austerità” che tanto scandalo doveva suscitare tra i sostenitori di uno “sviluppo” e di una crescita economica senza limiti;
  4. che la politica deve essere “inclusiva”, e non arroccata su stessa (o auto-referenziale); pertanto deve farsi carico dei problemi degli ultimi, degli emarginati, di coloro che hanno meno opportunità, dei giovani, delle donne, degli immigrati; e il modo migliore per essere “inclusivi” è quello di coinvolgere, far partecipare gli ultimi ai processi, ai movimenti, alle azioni e alle discussioni che decidono del loro destino.

Ebbene, se tutto ciò che ho sopra esposto significa “anti-modernità”, allora Enrico Berlinguer era “anti-moderno”, era “diverso”, era “altro”.

E, difatti, gli anni Novanta e il primo ventennio del XXI secolo si sono incaricati di smentire Berlinguer: con il liberismo selvaggio, con la finanziarizzazione dell’economia, con il divorzio definitivo tra politica ed etica e tra politica e cultura (“La cultura non dà pane”, dixit Tremonti), con la privatizzazione dei beni comuni, con la precarizzazione del lavoro, con la corruzione dei politici arrivata ai massimi livelli, con la “casta” arroccata a difesa dei suoi privilegi, e con il conseguente dilagare dell’antipolitica, del populismo, del sovranismo.

Ma la profondissima crisi in cui ci dibattiamo, e della quale la cosiddetta “modernità” è stata una delle principali cause, come potrà essere affrontata e superata se non ritornando all’anti-modernità di Berlinguer? Se non ritornando a ristabilire, in maniera definitiva e inscindibile, il nesso tra politica ed etica, tra politica e cultura? Se non restaurando un agire politico che, oltre al possibile, sappia proporsi anche l’obiettivo dell’impossibile?

Mi sia consentito, infine, un ricordo personale. Ho conosciuto Enrico Berlinguer nel lontano 1972, quando era ancora possibile, ad un giovanissimo militante, incontrare e scambiare opinioni con il massimo dirigente di un grande partito.

Sono stato pienamente convinto dalla profondità del suo pensiero quando, nell’aprile del 1975, ho partecipato ai lavori del XIV Congresso del PCI a Roma (Palasport) ed ho ascoltato la sua incredibile (incredibile per i bassissimi attuali livelli) e bellissima relazione, poi pubblicata da Einaudi con il titolo “La proposta comunista”: vi consiglio di leggerla, è ancora, per molti versi, così attuale. Ho sostenuto, da militante, la sua proposta di “compromesso storico”, l’unico strumento di partecipazione al governo di un Paese considerato strategico in un’epoca di blocchi contrapposti e di guerra fredda; in un Paese, oltretutto, la cui tenuta democratica era minacciata da un terrorismo sanguinario e pilotato da poteri occulti annidati in strutture e organismi esterni e interni allo Stato.

Sono stato infine uno di coloro (più di un milione i partecipanti ai suoi funerali) che, alla sua morte e con la sua morte, hanno pre-sentito con dolore che un’epoca di grandi speranze era finita e che ciò che si profilava all’orizzonte sarebbe stata un’epoca di privazione, rassegnazione e di disperazione.

Parafrasando i versi di un celebre poeta tedesco (Hoelderlin, il quale in realtà si riferiva, nel suo poema Patmos, ai poeti, “Dichter” in tedesco), si potrebbe concludere, a proposito dello smisurato vuoto lasciato da Berlinguer nella scena politica nazionale e internazionale: “Wozu moralische Politiker, in der duerftiger Zeit?” (A che servono i politici moralisti, nell’epoca della privazione?).

 

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Francesco Sirleto
Francesco Sirleto
Docente di storia e di filosofia

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