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martedì, Luglio 5, 2022

La persona peggiore del mondo secondo Joachim Trier

Con “La persona peggiore del mondo”, l’ultimo capitolo della trilogia su Oslo, Joachim Trier delinea un ritratto contemporaneo di cosa vuol dire essere adulti oggi.

La persona peggiore del mondo

The worst person in the world è l’ultimo capitolo della trilogia su Oslo di Joachim Trier. Il film ruota attorno alla protagonista Julie, una quasi trentenne incerta sul suo futuro che non riesce a trovare un posto nel mondo. Tra continui cambiamenti (l’università, i partner, il lavoro) sembra non giungere mai a quella stabilità e sicurezza richiesti dalla nostra società per essere considerati parte integrante di essa.

Presentato nel 2021 al Festival di Cannes, La persona peggiore del mondo, suddiviso in dodici capitoli più un epilogo e un prologo, delinea un ritratto contemporaneo di cosa vuol dire essere adulti oggi.

Un coming of age non convenzionale che si prende i suoi tempi e i suoi silenzi per presentarci un personaggio femminile ben delineato, profondo ma anche leggero, perché non per forza per scrivere del femminile bisogna abbracciare la pesantezza dell’essere.

Un passaggio di testimone, insomma, quello tra la Frances Ha di Noah Baumbach e la Julie di Joachim Trier (ruolo affidato a Renate Reinsve, vincitrice a Cannes del premio per la migliore interpretazione femminile), in cui si approfondisce quella sorta di stasi che piomba dai venticinque anni in poi, quando ci si trova di fronte a una terra desolata senza concrete prospettive di crescita.

Per dirla con Fisher, le nuove generazioni vivono in una perenne edonia depressa, che sottintende “l’incapacità di non inseguire altro che il piacere”, vivendo una condizione statica in cui sembra sempre che “manchi qualcosa”, in cui ciò che rimane alla fine non è altro che una “nostalgia del futuro”, cioè il suo fallimento.

La persona peggiore del mondo

Julie decide continuamente di cambiare perché soffre una condizione in cui sa che qualcosa manca davvero. Crede di muoversi, ma in realtà non fa altro che rimanere ferma mentre tutto intorno a lei continua ad avanzare. In una delle sequenze più evocative del film, vicina a un’altra celebre di Big Fish di Tim Burton, Julie metterà letteralmente in pausa il mondo esterno nel tentativo di svincolarsi da questa condizione di stasi; fantastica di come sarebbe se, semplicemente accendendo l’interruttore della luce in cucina, tutto si fermasse di colpo: il suo compagno Aksel, la signora del pianerottolo, il vicinato, eccetto lei e il ragazzo che ha conosciuto a una festa alla quale si era imbucata qualche settimana prima.

Julie incarna perfettamente questo spirito contraddittorio, ma il film non si esaurisce in un bieco cinismo della condizione giovanile. La protagonista è una donna che alla fine dei conti ha sempre saputo cosa non vuole: non vuole avere figli, non vuole intrappolare la sua relazione sentimentale in compartimenti stagni logici e performanti, non vuole farsi compatire, non vuole essere difesa, non vuole farsi dire quello che è meglio per lei.

Quando tronca una relazione, così come quando lascia una facoltà universitaria per un’altra, non si guarda indietro, non concede tempo ai rimpianti. Ciò che può fare allora è vivere unicamente nel presente, nel flusso delle immagini dei social, nel sesso, nell’erotismo di un incontro inaspettato con uno sconosciuto, nello stordimento di droghe allucinogene.

La persona peggiore del mondo

In questo via vai di esperienze, Julie trova nel cambiamento l’unica soluzione alla sua irrequietezza. Cambiare, voltare pagina, sperando di trovarsi di fronte la versione migliore di se stessi. Mentre Julie, come molte giovani donne, è definita soltanto dall’esterno, dallo sguardo maschile che, seppure benevolo e amorevole, la costringe a essere un surrogato, una fantasia realizzata. Un male gaze che si scrollerà di dosso solo alla fine del suo viaggio, quando la vedremo da sola, in casa, intenta a editare un suo servizio fotografico.

La regia ci suggerisce questo stato emotivo sospeso attraverso inquadrature in cui il corpo di Julie si staglia contro la città, una Oslo quasi impersonale, una bozza di città, per così dire.

Oslo è centrale nel cinema di Trier, come spiega lui stesso, avendole dedicato una trilogia (prima di La persona peggiore del mondo vengono Reprise del 2006 e Oslo 31. August del 2011); la capitale norvegese è il posto in cui è cresciuto, dal quale voleva scappare e nel quale è tornato per raccontare storie intimiste, concentrandosi sui personaggi e le relazioni umane.

Una città che ha imparato a conoscere nei minimi dettagli e che qui è presentata in completa simbiosi con la protagonista, facendosi espressione del suo stato d’animo. Ad esempio quando, durante una passeggiata solitaria tra le vie al di sopra del centro città, vediamo il volto della protagonista riempire l’inquadratura nella parte inferiore, mentre nell’altra metà il cielo metallico di Oslo fa capolino, come per dirci che Julie è in balia di una sospensione quasi infinita, un contorno che la sovrasta e che potrebbe caderle addosso in qualsiasi momento.

La persona peggiore del mondo

Nascita e morte, definitive per antonomasia, sono eventi cruciali nella storia di Julie. Mentre al suo ex compagno Aksel vengono diagnosticati un cancro e poche settimane, lei scopre di essere incinta. Da una parte la morte, dall’altra la vita.

Da una parte la rassegnazione, l’impotenza, il passato che Aksel ricorda insieme a Julie, fuori dall’ospedale; un passato che ha completamente perso perché il mondo che ha conosciuto, nel quale la cultura passava attraverso gli oggetti, è scomparso, per fare spazio alle loro tracce digitalizzate e incorporee, in un presente che non può conoscere futuro.

Dall’altra parte, invece, c’è una nuova vita, il futuro di Julie, ora all’apparenza finalmente chiaro, ben delineato, in cui porre fine alla frenetica pulsione del cambiamento. Arriviamo al momento finale in cui Julie, attraverso la morte di Aksel e un aborto spontaneo, rinasce una seconda volta, trovando finalmente una nuova strada, la propria.

Ci siamo sentiti tutti la persona peggiore del mondo, incompleti, falliti, stupidi. Nonostante questo, proviamo a vivere le nostre vite evitando che il peso di quei giudizi ci caschino addosso. Si ricomincia sempre da capo quando si cerca di vivere. Julie lo fa nell’ultima sequenza del film: ricomincia da capo. E noi, con lei.

Joachim Trier

La persona peggiore del mondo (trailer)

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Michelle Dominici
Michelle Dominici
Studia Teatro, cinema, danza e arti digitali alla Sapienza. Nel 2019 si laurea in triennale portando come argomento di tesi il cinema di Claudio Caligari.

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