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La geopolitica disturba perché rompe la favola della causa unica. Ridurre ogni guerra a cause “morali” o al capitalismo semplifica, ma non spiega. I conflitti nascono da intrecci di potere, spazio, storia, élite e sicurezza che smontano le certezze ideologiche.
La guerra non è un algoritmo: perché la geopolitica dà fastidio*
Da qualche tempo, nel dibattito pubblico occidentale, la politica internazionale non viene più spiegata: viene giudicata. Ogni conflitto è trasformato in un tribunale morale permanente, dove i fatti sono meno importanti delle intenzioni attribuite, e la complessità viene considerata un fastidio. In questo clima, la geopolitica è diventata un bersaglio polemico. Non perché sia “sbagliata”, ma perché non si presta a essere ridotta a catechismo.
La nuova ortodossia, soprattutto in settori della sinistra, continua a ripetere che l’essenza di ogni guerra sarebbe il capitalismo. Una formula semplice, elegante, rassicurante. Peccato che non regga alla prova della storia né a quella della logica. È la versione aggiornata del vecchio dogma ottocentesco: una causa unica per spiegare tutto, come se la realtà fosse un meccanismo newtoniano e non un sistema umano, caotico, stratificato.
Il paradosso è che, mentre si accusa la geopolitica di non essere “scientifica”, si pretende di applicare alle società umane la stessa pretesa di certezza delle scienze dure. Ma fuori dalla fisica e dalla chimica non esistono leggi universali: esistono interpretazioni, modelli, ipotesi. Usare formule matematiche non trasforma automaticamente una teoria in verità.
La guerra, come ogni fenomeno sociale, non ha una sola causa: ha una costellazione di fattori che cambiano nel tempo e nello spazio.
Oltre la favola della causa unica
La mania riduzionista è il vero problema epistemologico. Cercare “la” spiegazione definitiva per la guerra è una scorciatoia ideologica, non un’analisi. Antropologia, storia, economia, demografia, cultura, geografia, potere militare: tutto concorre a determinare un conflitto. Ogni volta in modo diverso, spesso non lineare.
Basta uno sguardo alla storia per smontare la tesi che identifica guerra e capitalismo. Le prime guerre organizzate risalgono a millenni prima dell’economia moderna. Imperi, conquiste e stermini esistevano quando il concetto stesso di capitale non era ancora nato. Che il capitalismo si nutra anche di guerra è ovvio; che la produca sempre e comunque, no.
Anzi, in più fasi storiche il capitalismo ha prosperato nella pace, nel commercio e nell’integrazione dei mercati. In altre, ha utilizzato il conflitto come strumento di espansione o di riequilibrio interno. Non esistono leggi ferree, ma tendenze variabili. Pretendere il contrario è nostalgia positivista travestita da radicalismo.
A complicare il quadro c’è un altro elemento spesso rimosso: il capitalismo non è un’entità astratta, ma un sistema che ha bisogno di uno Stato. Come ricordava Braudel, trionfa solo quando si identifica con il potere politico. E ogni Stato è inscritto in una geografia, in una storia, in una cultura strategica. Non esiste economia che non passi attraverso lo spazio, le alleanze, le paure, le ambizioni.
Geopolitica non è folklore
La geopolitica, a sua volta, non è un santuario di verità. È una disciplina giovane, a lungo marginalizzata perché associata alle ideologie del Novecento. Solo a partire dagli anni Settanta, con il lavoro di Yves Lacoste, ha riacquistato cittadinanza accademica. Oggi è attraversata da confusione metodologica e da derive opposte: chi la riduce a misticismo identitario e chi la espelle del tutto in nome dell’economia.
Entrambe le posizioni sono povere. La geopolitica non può ignorare finanza e produzione, così come l’economia non può fare a meno dello spazio, della forza militare e della cultura. È nell’intersezione che si gioca la comprensione dei conflitti.
Il caso russo-ucraino è emblematico. Spiegarlo come una semplice guerra “per le risorse” significa non conoscere né la storia russa né gli equilibri interni del Cremlino, né la dinamica di accerchiamento della NATO, né il valore simbolico e strategico dell’Ucraina. Paradossalmente, l’invasione ha danneggiato proprio quella classe capitalistica russa che aveva costruito la propria ricchezza integrandosi con l’Europa. Altro che razionalità economica.
La stessa logica vale per Gaza. Ridurre l’azione israeliana a un progetto economico ignora demografia, sicurezza, ideologia, politica interna e perfino le convenienze personali di una leadership in crisi. Il capitalismo c’è, ma non basta. In Sudan, in Asia sudorientale, in molte guerre periferiche, l’economia è un fattore secondario o assente.
La dialettica più matura non è “A determina B”, ma “A e B si co-determinano”. Struttura e sovrastruttura, economia e potere, non sono in competizione: formano un circuito.

*Questo articolo riprende alcune considerazioni e analisi di Pierluigi Fagan
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