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Riga e Kiev costruiranno una fabbrica di droni militari a ridosso del confine russo. Il premier lettone Kulbergs la spaccia per difesa, ma i droni servono anche a colpire in profondità il territorio russo. Stesso confine dove a maggio altri droni avevano fatto cadere il governo.
La Lettonia costruisce droni sulla porta di Mosca e li chiama “difesa”
Il primo ministro lettone Andris Kulbergs lo ha annunciato senza troppi giri di parole al termine di una riunione straordinaria di governo tenutasi nel Latgale, la regione orientale che confina con Russia e Bielorussia: Riga costruirà, insieme a Kiev, uno stabilimento congiunto per la produzione di droni militari a ridosso della frontiera russa. L’obiettivo dichiarato è avere il sistema di sorveglianza anti-drone operativo già tra luglio e agosto, così da ridurre il ricorso ai caccia per intercettare gli sconfinamenti.
Kulbergs guida il governo lettone da poche settimane, insediato dopo che la crisi provocata da alcuni droni ucraini precipitati sul territorio nazionale a maggio aveva già fatto cadere l’esecutivo Siliņa: la stessa arma che oggi si vuole produrre in casa è quella che, pochi mesi fa, ha fatto crollare una coalizione di governo.
L’iniziativa non nasce dal nulla. A inizio giugno, a Tallinn, Lettonia e Ucraina hanno firmato un accordo decennale di cooperazione militare che prevede scambio di competenze sulla protezione dello spazio aereo e sostegno reciproco alle esportazioni belliche. Nei primi due anni Riga conta di destinare almeno il 5% del bilancio della difesa 2027, circa 110 milioni di euro, a progetti congiunti su difesa aerea, difesa missilistica, sistemi senza pilota e guerra elettronica. Sulla carta, un rafforzamento tecnico del fianco orientale della NATO. Nella sostanza, qualcosa di più delicato: la scelta di piazzare una fabbrica d’armi esattamente nel punto geografico più esposto del continente.
Un cantiere a un passo da Mosca
Colpisce, nella comunicazione ufficiale di Riga, l’assenza totale di un dettaglio che qualunque osservatore minimamente smaliziato coglie all’istante: localizzare la produzione di droni proprio sul confine con la Russia non serve solo a intercettare minacce in arrivo, serve anche — e forse soprattutto — ad accorciare la filiera per colpire in profondità il territorio russo. Kulbergs lo presenta come una misura difensiva, un modo per liberare l’aviazione da compiti di pattugliamento costosi e ripetitivi. Ma un impianto industriale per la produzione di sistemi senza pilota non è un radar: produce strumenti offensivi capaci di viaggiare in entrambe le direzioni. Definirlo esclusivamente “protezione dei confini orientali” è un esercizio di linguaggio che definire ottimistico sarebbe generoso.
Non è un dettaglio da poco che l’annuncio arrivi proprio nel Latgale, la stessa regione dove pochi mesi fa droni ucraini deviati dalla guerra elettronica russa sono precipitati su un deposito di carburante, innescando le dimissioni del ministro della Difesa e, a cascata, il collasso dell’intero governo Siliņa. Riga, invece di trarne la lezione più ovvia — che più droni in transito nel proprio spazio aereo significano più rischio di incidenti, deviazioni e crisi politiche — decide di raddoppiare la posta e trasformarsi in polo produttivo. È la logica del pompiere piromane applicata alla geopolitica baltica.
La provocazione come deterrenza: un azzardo che confonde prudenza e sfida
Il punto politico più scomodo, quello che i comunicati ufficiali evitano con cura, è semplice: costruire una fabbrica di droni a ridosso del territorio russo, dichiaratamente utile a colpire obiettivi in profondità, equivale a offrire a Mosca un bersaglio dichiarato e a fornire al Cremlino un pretesto perfetto per un’escalation. Non è un caso isolato o ingenuo: rientra in una traiettoria più ampia in cui i Paesi baltici, Estonia e Lituania comprese, hanno progressivamente aperto i propri spazi aerei ai droni ucraini diretti contro la Russia, salvo poi lamentarsi quando qualcuno di quei droni, deviato da contromisure elettroniche o da errori tecnici, si schianta sul proprio territorio.
La Lettonia sembra ora fare un passo ulteriore, spostando parte della produzione bellica proprio nel punto più esposto della propria geografia, come se l’obiettivo non fosse tanto difendersi quanto mostrare i muscoli.
Il rischio di una risposta russa proporzionata alla provocazione — non simbolica, ma concreta — non viene minimamente affrontato nella narrazione ufficiale di Riga. Si preferisce insistere sul lessico rassicurante della “difesa dei confini orientali” e della “riduzione dei costi operativi”, lasciando fuori campo la domanda più scomoda: cosa succede quando la deterrenza smette di essere tale e diventa, semplicemente, un invito a colpire per primi.
In un continente che dice di voler raffreddare il confronto con Mosca, la Lettonia si candida, con notevole disinvoltura, al ruolo di mina vagante.

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