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martedì, Luglio 5, 2022

Milan campione d’Italia: storia di un campionato senza padroni

Il Milan campione d’Italia si gode un successo costruito e inaspettato, l’Inter rimane  con l’amaro in bocca di chi pensa di aver consegnato, più che perso, lo scudetto. Come sempre la verità sta nel mezzo.

Milan campione d’Italia in una domenica poco inglese

Giusto un’ora prima dell’inizio di Sassuolo-Milan e Inter-Samp, in Inghilterra si disputavano due incontri altrettanto decisivi per la Premier league: Manchester City-Aston Villa e Liverpool-Wolverhampton.

Il City primo in classifica con un solo punto di vantaggio sull’inseguitore Liverpool. Per dire, situazione semi-analoga a Milan e Inter alla vigilia dell’ultima giornata di campionato di Serie A.

Quando si dice che il massimo campionato inglese é quello più bello, combattuto e col miglior tasso tecnico non si fa che confermare un’evidenza: le partite sono sempre tiratissime, all’inizio della stagione come alla fine, nessuna squadra tira i remi in barca a obiettivo ottenuto, quand’anche in largo anticipo.

E così da quella parte del mare non si meraviglia nessuno che al termine del primo tempo all’Ethiad Stadium i Villans siano in vantaggio per 0-1 e che all’Anfield Road il Wolves stiano tenendo in scacco i Reds: 1-1.

Intanto, mentre le quattro inglesi stanno consumando l’intervallo tra i due tempi, le due “finali” italiane delle quattro squadre impegnate, scendono in campo.

Si scoprirà poi che dire “scendono” è un’esagerazione perché se nel caso di Sassuolo-Milan i padroni di casa nella pratica non escono dagli spogliatoi, nel caso di Inter-Samp gli ospiti non fanno poi troppo di più dei loro colleghi emiliani e negli spogliatoi ci rimangono dall’inizio della ripresa.

É un vecchio andazzo tutto italiano quello di votarsi al disimpegno quando gli obbiettivi sono esauriti o non più perseguibili, che oltre a deludere gli spettatori, scontenta gli amanti del calcio, avvilisce i supporter, altera gli esiti dei tornei e dei campionati nostrani.

Certo, agli amici milanisti immagino sia importato ben poco di come siano arrivati i fatidici tre punti sicurezza: il trionfale rush finale condito da sette vittorie su sette non ne esce nemmeno scalfito da quella sola partita – quella col Sassuolo – che nei fatti non c’è mai stata.

Agli interisti rimane l’amaro in bocca di chi pensa di aver consegnato, più che perso, lo scudetto a chi apparentemente è meno forte: ma è tesi ardua da dimostrare, invero. Per loro, crocevia, è stata soprattutto la partita di lungo recupero disputata e persa malamente a Bologna.

In realtà, l’Inter quel titolo lo ha perso su più tappe, sperperando i tanti set-ball che gli hanno lasciato i contendenti e scialacquando veri e propri tesoretti di punti di vantaggio sulle inseguitrici.

Va detto, i campionati non si vincono grazie ai singoli accadimenti: si vincono alla lunga attraverso progetti chiari, lungimiranti e improntati alla continuità.

La regolarità rossonera

E così, ai nastri di partenza, il Milan si è presentato con lo stesso allenatore delle ultime tre stagioni che ha dato continuità alla linea verde chiedendo e ottenendo il riscatto di Tonali e Tomori, ha puntato forte su Leao pur reduce da un campionato, quello scorso, dall’andamento altalenante.

Per il portoghese la scommessa ha pagato persino più del preventivato, con l’ala diventata trascinante come non mai. In più, Pioli ha messo nel motore i giusti ottani in fatto di esperienza, ingaggiando una vecchia volpe ma ancora in forma credibile come Giraud e confidando nell’effetto collante di Ibrahimovic.

Durante la stagione non tutto ha funzionato per i rossoneri ma anche nelle difficoltà hanno saputo veicolare le esperienze negative in propositive: tra queste, l’eliminazione al primo turno della Champions League, che per quanto deludente ha permesso alla squadra di impegnarsi su soli due fronti, potendo centellinare gli sforzi e far fronte gli eventuali infortuni.

Le conferme sul piano del rendimento di Theo Hernandez, di Calabria, di Bennacer hanno compensato le difficoltà di Messias e Kessiè senza troppi contraccolpi. Contraccolpi che non ci sono stati neanche quando Donnarumma ha salutato la compagnia non assecondato – giustamente – dalla dirigenza che ha lasciato che raggiungesse il Psg.

Gli amici milanisti quasi unanimemente, quando interrogati su di lui, rispondevano in tempi non sospetti che fosse di gran lunga sopravvalutato. Normale che poi l’arrivo di Maignan sia stato assorbito in tranquillità tanto dalla squadra che dai tifosi.

Se poi si aggiunge che sorprendentemente il nuovo portiere si sia rivelato persino migliore di chi ha sostituito (al netto di uno stile non proprio ortodosso) il quadro si completa senza distinguo alcuno.

Nerazzurri sull’ottovolante

Viceversa, ai nastri di partenza l’Inter si era presentata nel bel mezzo di una nuova, ulteriore rivoluzione tecnica e societaria. Antonio Conte subito dopo il conseguimento del trionfale scudetto numero diciannove, aveva snasato l’aria e aveva concluso che quel certo olezzo di austerity non gli garbava.

L’ultima immagine che rimane dell’ormai ex allenatore è la sua uscita dalla sala riunioni in viale della Liberazione: in questa, lo si vede uscire trafelato, sbattendo la massiccia porta e nel mentre profferendo l’estremo anatema “andate in mona voi e tutto il Catai”.

Dissolvenza, torna l’immagine sulla porta della sala riunioni. Si apre, la telecamera entra e zoomma sul volto sorridente di Simone Inzaghi, seduto di fronte ad una sparuta rappresentanza del Ceo: Beppe Marotta, Piero Ausilio, Steven Zhang, Javier Zanetti.

Marotta, indicando un foglio davanti a lui: “Signor Inzaghi, cortesemente firmi qui, qui e qui.”

Inzaghi avvicina il foglio davanti a sè, e principia a firmare. Faccia impegnata e punta della lingua che sporge appena da un lato della bocca: “fatto”. Sorride come un bimbo contento per il cagnolino regalatogli, spinge il foglio verso Marotta.

Marotta solleva il foglio, guarda le firme soddisfatto. “Ah, dimenticavo: abbiamo venduto l’Hakimi”

Inzaghi strabuzza gli occhi: “Come? Il miglior difensore del campionato scorso?”

– Marotta: “Eh beh. Ce lo pagavano bene. Sa com’è, il bilancio preme”

– Inzaghi: “Abbiamo ehm… avete preso qualcuno al posto suo?”

– Marotta: “Ovviamente. Un olandese, Dumfries mi pare si chiami”

– Inzaghi: “è buono?”

– Marotta: “ottimo elemento. Ha forza e soprattutto corre da matti. Bisogna solo insegnargli a farlo col pallone”

– Inzaghi: “ah, bè”

– Marotta: “andrà tutto bene, stia tranquillo. Adesso vada pure, c’è da incontrare la squadra”

Inzaghi si alza, dà la mano a tutti e fa per andarsene.

– Marotta: “ah, dimenticavo”

– Inzaghi pensa “…eccallà”

– Marotta: “stiamo cedendo il Lukaku”

– Inzaghi: “no! Ma siete pazzi? Il nostro bomber! Quarantasei gol in due stagioni!”

– Marotta: “è un’occasione irrinunciabile. Ce lo pagano praticamente il doppio di quello che abbiamo speso due anni fa. Sa i cinesi… E poi non si preoccupi abbiamo un valido sostituto.

Inzaghi non oserebbe chiedere, poi supera il groppo che gli si è formato in gola: “chi?”

– Marotta: “Geco”

– Inzaghi: “chi?”

– Marotta: “Geco, quello della Roma”

– Inzaghi: “capito, Dzeko. Quello della Roma. Quello che ha 36 anni”

– Marotta: “Si, ma noi lo volevamo già quando aveva 31 anni”

– Inzaghi: “ah bè, allora…”

Inzaghi si alza e se ne va. Mentre guadagna la porta, una sensazione sinistramente scomoda gli invade il corpo, come qualcosa che si fa strada fra le sue scapole e si ferma giusto fra le sue chiappe. Gli sovviene ancora un dubbio: con chi avranno rimpiazzato Eriksen? Si gira un’ultima volta verso il comitato alle sue spalle, per dare voce a quell’ultimo pensiero: dietro la scrivania il gruppo gli restituisce un sorriso tirato, artificiale. Simone decide che è ora di andare a vedere la squadra…

Un campionato senza padroni

A campionato partito i pronostici non vedevano certo il Milan come favorito, piuttosto come un’outsider che puntasse comunque a posizioni di prestigio; Tra le favorite degli addetti ai lavori, Inter, Juventus e Napoli.

Il Milan invece sorprendendo tutti – pronti via – mette insieme una serie di vittorie che lo porta in testa a pari punti con l’Atalanta già alla undicesima giornata. E’ il primo crocevia cruciale tra le due squadre: l’Inter fino a questo punto ha avuto risultati altalenanti e ha già perso contro la Lazio, ha pareggiato con Sampdoria, Atalanta e Juventus.

Il Milan fin qui ha perso punti solo con la Juventus, pareggiando a Torino. Ma le cose stanno cambiando: i rossoneri tra la 12 e la 15esima giornata incappano nel pareggio con l’Inter e in ben due sconfitte: Fiorentina e Sassuolo.

Arriva il momento migliore dell’Inter che inanella otto vittorie che si interrompono solo perché con il Bologna non si gioca: sarà la partita più volte rinviata e che verrà indicata, col senno di poi, come punta dell’iceberg del primo vero scavallamento del Milan verso lo scudetto. Milan che nel frattempo sta arrancando: lascia punti all’Udinese, perde in casa col Napoli, poi perde alla 22esima sempre in casa con lo Spezia.

E cosi arriva il primo matchball per l’Inter che arriva al Derby col Milan che insegue staccato di ben quattro punti: una vittoria significherebbe creare un solco di sette punti: se non è scudetto, poco ci manca. Quella partita il Milan la gioca da provinciale, di umiltà. Soffre, viene messo alle corde per lunghi tratti del match.

Prende gol ma non sbraca, si rincantuccia in un angolo, incassa colpi a destra e manca, barcolla ma rimane in piedi: quando l’Inter si mette in modalità economy, a venti minuti dalla fine esce dall’angolo e colpisce inesorabilmente due volte, aiutata – perché le contingenze servono – del momento di scarsa vena dell’estremo dell’Inter Handanovic.

Il titolo ritorna in dubbio: persino la Juve sembra possa rientrare nel novero delle pretendenti al titolo. La vittoria del derby mette le ali al Milan, che mette benzina nel motore e non perderà più per tutto il restante campionato. Alla 25esima giornata il Milan, approfittando del rinvio di Bologna-Inter si porta al primo posto.

Nel frattempo l’Inter affronta, nel mese di febbraio, un tour de force micidiale che ne mette alla prova la tenuta fisica e mentale: per un caso irripetibile, il calendario tra campionato, coppa Italia e Champions League mette i nerazzurri davanti, oltre al Milan, il Napoli, il Liverpool, la Roma e di nuovo il Milan per la coppa Italia.

Ne escono con le ossa rotte: perdono neanche troppo inaspettatamente contro il Sassuolo, pareggiano con Genoa, Torino, Fiorentina e Napoli. Il Milan intanto sta costruendo il suo scudetto: libero dalle competizione europee surfeggia sul pur esiguo vantaggio sull’Inter, lascia qualche punto qua e là, Bologna, Salernitana, Udinese e Torino strappano pareggi che comunque le permettono di muovere la classifica e sono punti importanti perché l’Inter non sa più vincere.

La flessione dei nerazzurri aderisce perfettamente alla perduta prolificità del duo Dzeko-Lautaro, che termina con la prestigiosa ma inutile vittoria all’Anfield Road. Da lì in avanti il duo riprende a segnare con regolarità, ma è tardi e il Milan non sbaglia più un colpo.

Arriva il 24 aprile e finalmente si gioca Bologna-Inter, rimandata fino allo spasimo. L’Inter, ancora una volta scialacqua il match ball e fa harakiri consegnando passivamente i tre punti al Bologna. Sotto gli occhi di trentamila spettatori si spende il dramma sportivo di Radu che sguiscia la palla che va a morire nella sua stessa porta: all’indomani nefasto accidente occorsogli, se ne perdono le tracce.

Turisti in visita in Messico giurano di averlo incontrato in un postribolo alla periferia di Gualajara: adesso si fa chiamare Jasmine e giura di aver chiuso col calcio. L’esito nefando per il colori nerazzurri rappresenta per il Milan l’uscita dall’ultima curva prima del rettilineo finale: il Milan va sotto e poi vince in rimonta di forza, di impeto, di gioco contro la Lazio, ultimo ostacolo credibile sulla strada del successo finale, sfiancandola e mettendola ko all’ultimo respiro.

Fiorentina, Verona, Atalanta non oppongono troppe resistenze: da più parti gli avversari lamentano un’eccessiva arrendevolezza di queste avversarie che elargiscono occasioni ai già soverchianti rossoneri.

Ma sono solo illazioni, vane insinuazioni: gli avversari sono portati all’errore perché pressati, incalzati da una squadra che sta vivendo il suo migliore stato di forma. Tonali ora vede la porta come mai in passato, Leao è incontenibile, Theo Hernandez è straripante. L’ultima giornata è una pura formalità, lo scudetto è già imbastito sulle maglie rossonere.

Di lì a poco anche le piazze di Milano sono piene di quei colori, per la gioia dei milanisti in ogni angolo del mondo, per lo scoramento degli interisti che giurano che un po’ si congratulano a denti strisci, un po’ santiano e meditano vendette da perpetrarsi il prossimo campionato venturo, alla luce di una democratica alternanza.

Si vedrà: nell’immediato prossimo il Milan probabilmente cambierà proprietario e con questi riconsiderare prestiti da trasformare in cessioni definitive, programmi, cessioni e acquisizioni. Per l’Inter si prospettano tempi se non cupi, almeno incerti. Una proprietà mai troppo vicina alla squadra dal comportamento spesso ambiguo e ondivago che non autorizza a pensieri aurei.

Si sa solo quello che dice la voce ufficiale dell’Inter, Marotta per il quale sarà, la prossima, una stagione all’insegna della sostenibilità. Che sarà pure una bella parola, ma nel calcio significa “cessioni sanguinose”. Ma di questo parleremo a bocce ferme, agli inizi di Luglio. Fino ad allora, i complimenti a chi porta la coppa a casa sono il minimo sindacale e le chiacchiere stanno a zero, chi vince ha sempre ragione.

Dimenticavo: quella partita, il Manchester City la ha poi ribaltata, vincendo 3-2. Il Liverpool ne ha fatti invece tre, di gol. Ma inutili, rimangono secondi: esattamente come da noi, promettendo vendetta alla prossima occasione.

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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