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giovedì 19 Maggio 2022
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L’Interista esistenzialista: finalmente il ritorno alla normalità

Finalmente una partita tranquilla per l’interista esistenzialista con Inter-Verona, dopo settimane di stress sull’ottovolante della beneamata.

L’Interista esistenzialista dopo Inter-Verona

Quanto abbiamo atteso la serata di Inter-Verona? Tanto, troppo. Una interminabile settimana di passione in attesa che le due squadre si palesassero all’uscita degli spogliatoi… Anzi no. Oggettivamente: Inter-Hellas Verona non era certo il match di cartello della 32^ giornata. L’esito già dato per scontato, la vittima sacrificale, i tre punti sicuri sicuri per i nerazzurri erano al solo appannaggio dei più superficiali.

A ben analizzare, il Verona era tutt’altro che la Carneade di turno. Ha costruito la sua praticamente certa permanenza in serie A vincendo contro chi doveva vincere, pareggiando con squadre di pari valore, ma anche togliendosi la soddisfazione di portare a casa qualche pareggio importante come quelli con Fiorentina e Napoli e anche qualche scalpo eccellente, tipo quelli di Juventus, Roma e Lazio.

Prego quindi di riporre le arrapate tastiere che normalmente digitano certi tifosotti da poltrona per i quali quando si vince è colpa dell’avversario scarso e quando si perde è colpa nostra perché siamo scarsi. Per costoro è un eterno “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” di bartaliana memoria.

Invece la partita col Verona era tutt’altro che dall’esito certo: al di là del valore degli scaligeri che poco avevano da perdere se non l’unico obiettivo di non prendere per cappotto, c’era un’Inter dalle quali si attendevano talune conferme dopo l’overdose di endorfine provata dopo il confronto – ho già detto “vincente”? – con la Juventus.

La partita, una volta iniziata e messe da parte le elucubrazioni di cui sopra, ha espresso subito un ritmo frenetico dalle due contendenti che l’ha resa interessante per svariati motivi. Innanzitutto, da parte dell’Inter, una ricerca del passaggio in verticale addirittura al limite della forzatura.

Sembrerebbe niente, ma si consideri i precedenti: del fraseggio basso con i tre di difesa neanche l’ombra. Avevo detto la volta scorsa che probabilmente il continuo indugiare in quella fase di possesso fosse ormai diventato una sorta di “confort zone” in cui la squadra si sentiva sicura al punto di arrivare al paradosso di non volerla abbandonare mai, rinunciando ad ogni tipo di rischio e quindi di giocata che fosse un minimo creativa.

Probabilmente Inzaghi ha percepito questo gap e avrà imposto ai suoi di ridurre al minimo la circolazione bassa e qualora non si presentasse l’uscita in verticale in tempi ragionevoli, cercare le punte col lancio lungo. È solo un’ipotesi, chiaramente nessuno di noi è nella testa del coach e se si tratta di un escamotage programmato e non dettato dalle contingenze della sola gara contro il Verona lo scopriremo solo nei prossimi match.

Contingenze che pure c’erano, in verità: gli ospiti hanno portato sin dai primi minuti un pressing feroce a tutto campo infarcito da marcature a uomo strettissime rendendo oggettivamente complicata l’uscita dal forcing in maniera pulita.

Certo, ad Inzaghi non deve essere sembrato vero poter contare sul mismatch Gunter-Dzeko: il centrale del Verona avrà pure il nome di un rothweiler incazzato, ma poi è buono come il pane e concede dieci centimetri buoni al bosniaco, che sa che farsene.

E infatti alla fine porta a casa una signora partita, governando il gran numero di palloni alti che gli pervengono, smistandoli, rientrando per gli appoggi delle ali, apparecchiando e infine condendo la sua prestazione con il successo personale.

Le consegne di Tudor, chiare, perentorie: Ilic deve stare attaccato al groppone di Brozovic finanche nello spogliatoio, Tameze invece su Calhanoglu a francobollo. Non è stato un gran bel vivere per il povero Lazovic che in teoria doveva occuparsi di Barella che non stava fermo un attimo, come tarantolato.

Viste le ambasce e visto che a Caprari non è che gli andasse molto di spendersi in marcature che lo avrebbero portato troppo lontano dalla porta avversaria, ad ogni buon conto su Barella usciva pure il terzo di sinistra, Casale.

Non deve essere stato esattamente confortante per i due ad un certo punto sentirlo sbottare “aiò, passatemi la palla che sempre solo sono” durante un conciliabolo con un compagno fuori schermo catturato in primo piano dalle telecamere di Dazn.

Il resto va da sé: Perisic ha imperversato sul mestierante Faraoni e su Ceccherini: la scelta di Di Marco su quella stessa fascia ha pagato, il ragazzo è molto più a suo agio quando può spingere, fatica di più quando deve difendere soprattutto quando fa il terzo di difesa.

Dall’altra parte Dumfries ha vissuto una fase difensiva tutto sommato comoda se non tranquilla con Lazovic troppo impegnato a contenere più che ad attaccare. Bene anche

Correa, stavolta ne aveva voglia. Ha portato palloni dall’altra parte, velocizzato il gioco, scambiato con Dzeko e con i compagni, non si è nascosto. Fa un po’ specie ammettere che forse il binomio Dzeko-Correa funziona più di quello Dzeko-Lautaro ma so che farei incazzare in molti e quindi non lo dirò.

Correa, per la cronaca, non ha sorriso, non si è incazzato, non ha mostrato disappunto: è una maschera di cera, un Buster Keaton prestato allo sport: ma finchè gioca bene chissenefrega. Poi non indugerei troppo sugli accadimenti, quelli li hanno visti tutti: cosicchè una palla buttata nel nulla da Bessa, è stata recuperata da Perisic, questo ha sprintato lasciando il solco nell’erba, ha crossato e Nicolò (mentre i suoi giannizzeri cercavano ancora di capire chi lo dovesse tenere) l’ha messa sotto la traversa.

Più avanti si realizzerà un must della nostra stagione: il gol su calcio d’angolo. È l’invenzione dell’acqua calda: hai giocatori che calciano forte e bene (Di Marco e Chalanoglu) due, tre perticoni che quando saltano picchiano la testa sotto il soffitto, gliela metti in testa e qualcosa succede.

In mezzo ai due gol, l’unica azione pericolosa del Verona con il Cholito che fa lo slalom, entra in area, maltratta il pallone con la punta del piede e centra Handanovic che ha il merito di ridurre a niente la luce di porta, quindi salva il gol e porta a casa la pagnotta, così non deve spiegare la rava e la fava del perché ha preso gol e così non lo mettono in croce per tutta la settimana, ‘sti ingrati.

Nel secondo tempo, i marcatori designati da Tudor decidono per l’ammutinamento e smettono di marcare ogni forma vivente che si palesi sul campo. Si mettono a portare palla, a fare densità sulle fasce in modo di sgranare il centrocampo a tre avversario e creare spazio per Simeone e Caprari, che è il modo in cui hanno messo sotto fior di avversarie.

E in effetti il Verona comincia a mettere un po’ sotto stress la linea mediana e la difesa nostrana, pur senza creare troppi grattacapi che non siano tiri dalla lunga distanza, “tentativi velleitari” come direbbe Pizzul.

Anzi no: capita l’occasione per riaprire la partita (aridanghete con Pizzul) a Ceccherini che però è difensore e il piede di certo non l’aiuta. Meno male, perché siamo intorno al 70^ minuto e prendendo quel gol ci saremmo regalati venti minuti di cagotto pralinato.

La solita girandola di sostituzioni danno la possibilità a Inzaghi di provare Perisic seconda punta (a quello dove lo metti, sta) e a Gosens di annusare l’erba mezzo sintetica di San Siro, che una sniffata di plastica fa sempre bene. L’Inter si regala ancora un paio di sgroppate nel deserto della fascia destra da parte di Dumfries che se avesse un po’ di tecnica in più, sarebbe tanto forte da doverlo salutare la prossima sessione di calcio mercato.

Al tramonto c’è pure un tiro a colpo sicuro da parte di D’Ambrosio, ma vale quanto detto di Ceccherini, fatte le debite proporzioni. Risultato all’inglese, cose si diceva una volta del 2-0.

E insomma, concludendo: Una bella prestazione quella contro il Verona che, successiva a quella meno bella ma comunque esaltante contro la Juve apre un confortante spiraglio di speranza davanti a quel che resta del campionato: lo sprint finale è appena cominciato.

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Lavora "indegnamente" per la forza armata dell’aria da sempre (ma sono solo problemi loro). Lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi, popolano di lignaggio, ha un’insana tendenza ad annoiare e ad annoiarsi.

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