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Sei mesi dopo il rapimento di Maduro, Caracas cede petrolio, sicurezza e politica estera a Washington mentre riapre a Israele. Delcy Rodríguez difende le scelte come “interesse nazionale”, ma la base chavista si spacca: proteste, bandiere bruciate, accuse di tradimento.
Caracas capitola in tre mosse: petrolio, Saab e Tel Aviv
Il 18 febbraio scorso il generale Francis Donovan, comandante del Comando Sud statunitense, è atterrato a Caracas alla guida della prima delegazione militare americana successiva al rapimento di Nicolás Maduro, avvenuto il 3 gennaio con un bombardamento sul territorio venezuelano. Ha incontrato Delcy Rodríguez, Vladimir Padrino López e Diosdado Cabello. L’ambasciata statunitense ha diffuso un comunicato che parlava, senza alcun pudore diplomatico, di un Venezuela da rendere «allineato con gli Stati Uniti». Sei mesi dopo, quella frase non suona più come propaganda d’occasione: descrive con esattezza quanto sta accadendo.
Il governo guidato dalla presidente incaricata aveva di fronte, a gennaio, un dilemma reale: trattare con l’aggressore per scongiurare un’escalation militare, oppure esporre il paese a un conflitto senza speranza contro la potenza che aveva appena rapito il capo dello Stato. Scegliere il negoziato, in quel momento, poteva essere letto come calcolo tattico legittimo. Sei mesi e una lunga serie di concessioni dopo, però, sostenere ancora che si tratti di tattica richiede un esercizio di ottimismo che rasenta l’autoinganno.
Il petrolio cambia padrone, la sovranità cambia indirizzo
A fine gennaio l’Assemblea nazionale ha approvato una riforma della legge sugli idrocarburi, resa pienamente operativa con i regolamenti attuativi firmati in luglio: le compagnie private possono ora gestire progetti, commercializzare direttamente la produzione e muovere flussi finanziari senza passare dalla PDVSA. È la cancellazione, per via legislativa, di vent’anni di nazionalizzazioni chaviste. Non è un caso che l’amministrazione Trump abbia allentato le sanzioni proprio nell’immediato successivo all’approvazione: la sequenza temporale è essa stessa un documento politico, più eloquente di qualunque dichiarazione ufficiale.
A questo si somma la consegna di Alex Saab, ex ministro ed emissario di fiducia di Maduro, arrestato a Caracas in un’operazione congiunta venezuelano-statunitense e deportato negli Stati Uniti in maggio, dove le sue informazioni verranno verosimilmente utilizzate nel processo contro l’ex presidente. Delcy Rodríguez ha giustificato la decisione invocando gli «interessi nazionali», formula che meriterebbe di essere accompagnata da una nota a piè di pagina: di quale nazione, esattamente, si stiano tutelando gli interessi non è più scontato.
Sul terreno, intanto, si moltiplicano le esercitazioni statunitensi nella capitale e la presenza di velivoli militari Osprey nei pressi dell’ambasciata americana, mentre il calendario elettorale venezuelano viene commentato dalla Casa Bianca come una pratica amministrativa sotto tutela. Il 24 luglio Trump ha dichiarato che il Venezuela non è ancora «pronto» per le elezioni, ha elogiato il «fantastico lavoro» di Delcy Rodríguez e ha promesso che Washington resterà coinvolta nel processo elettorale futuro. Il presidente della potenza che ha rapito un capo di Stato si arroga così anche il diritto di stabilire quando i cittadini di quello Stato meritino di votare: un dettaglio che dovrebbe far discutere assai più di quanto stia facendo.
Tel Aviv rientra dalla porta di servizio, e la base chavista non ci sta
Parallelamente si è aperto un fronte che per molti settori del chavismo storico rappresenta la linea rossa definitiva: la ricostruzione dei rapporti con Israele, interrotti da Hugo Chávez nel 2009 in solidarietà con Gaza. Dopo i terremoti del 24 giugno, alla missione umanitaria israeliana si sono affiancati funzionari del ministero degli Esteri, del Comando del fronte interno delle Forze di difesa israeliane e dell’Autorità nazionale per le emergenze, la cui permanenza è stata prorogata su richiesta di Caracas per collaborare a un piano di ricostruzione nazionale.
Delcy Rodríguez ha ricevuto personalmente la delegazione, elogiandone la professionalità. È stato Benjamin Netanyahu, non i critici del chavismo, a chiarire la posta in gioco, definendo l’operazione un modo per «ricostruire le relazioni» con il Venezuela — relazioni che lo stesso Netanyahu aveva già favorito sostenendo pubblicamente il rapimento di Maduro a gennaio.
Non tutto il chavismo è disposto a osservare in silenzio. Il 23 maggio una prima manifestazione ha contestato le esercitazioni statunitensi; il 24 luglio, in Plaza Bolívar, sono state bruciate bandiere di Stati Uniti e Israele al grido di «Fuori il sionismo dalla nostra nazione». Tra i presenti, la deputata storica del PSUV Iris Varela, che ha invocato l’esempio iraniano di risposta all’imperialismo e ha bollato come «una falsità» il tavolo previsto per il 1° agosto tra la nuova Assemblea nazionale e quella del 2015 sostenuta da Washington.
Nessuno chiede a Caracas un suicidio militare contro una potenza incommensurabilmente superiore. Ma tra l’accettare l’asimmetria e amministrarla con entusiasmo crescente corre una differenza che comincia a essere visibile perfino dentro Miraflores.

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