Val di Susa come il Bataclan: la fantasia securitaria di Salvini

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Salvini paragona gli scontri no Tav in Val di Susa al terrorismo islamico e allo stragismo, rilanciando la proposta FSP del 2015 sul reato di “terrorismo di piazza”. Definizioni vaghe, pene indeterminate: tutto per qualche voto in più.

Salvini scopre il terrorismo internazionale in Val di Susa, e per una volta la fantasia batte i fatti

Sabato scorso ai cantieri dell’alta velocità in Val di Susa si sono registrati scontri tra manifestanti no Tav e forze dell’ordine. Lunedì, in un’intervista rilasciata a Rete 4, Matteo Salvini ha derubricato quegli scontri a «un attacco di stampo terroristico, studiato, pianificato ed elaborato in Italia e all’estero per uccidere», accostandoli esplicitamente al terrorismo islamico — «che ahimé sta dilagando in queste ore» — e allo stragismo degli anni Settanta. Il segretario della Lega ha poi coniato la formula «terrorismo internazionale» per descrivere una protesta locale contro un’infrastruttura ferroviaria, mettendo così sullo stesso piano concettuale la Val di Susa, la strage di Bologna (85 morti) e gli attentati di Parigi del 2015 (137 morti). Se l’obiettivo era la sobrietà istituzionale, il bersaglio è stato mancato con notevole margine.

Dietro la boutade si muove però un meccanismo meno improvvisato: la Lega ha colto l’occasione per rilanciare la proposta, avanzata dalla Federazione Sindacale di Polizia già nel 2015 all’indomani delle proteste milanesi contro l’Expo, di introdurre nell’ordinamento un reato autonomo di «terrorismo di piazza». Negli anni la proposta è arrivata fino ai sottosegretari all’Interno e alla Giustizia Nicola Molteni e Andrea Ostellari, senza mai perdere la caratteristica che la rende insieme suggestiva e inapplicabile: la vaghezza.

Un reato costruito sull’indefinito

La formulazione della FSP punirebbe chi provoca «sofferenze fisiche o psichiche, lesioni o altri gravi danni» a un pubblico ufficiale impegnato in servizi di ordine pubblico, con l’aggiunta di un aggravamento delle pene per i reati commessi durante manifestazioni vietate o non preavvisate, e l’introduzione di una fattispecie di «istigazione a commettere terrorismo tramite la piazza». Non è dato sapere, però, come si misuri una «sofferenza psichica», né quale soglia distingua l’agitazione da cortile dal trauma penalmente rilevante, né quali pene concrete verrebbero comminate.

Un legislatore serio si fermerebbe qui, perché un reato che non sa definire i propri elementi costitutivi non è una norma: è una minaccia generica travestita da articolo di codice, utile soprattutto a chi deve decidere, di volta in volta e a propria discrezione, chi arrestare.

Va peraltro ricordato — cosa che l’entusiasmo securitario tende a far dimenticare — che l’ordinamento italiano già dispone degli strumenti per punire istigazione a delinquere e lesioni a pubblico ufficiale, mentre i reati di terrorismo vero e proprio colpiscono chi promuove, organizza, dirige o finanzia associazioni dedite alla violenza con finalità eversive dello Stato. Applicare questo apparato normativo, pensato per stragi e organizzazioni paramilitari, a un lancio di sassi contro una recinzione di cantiere non è un’estensione interpretativa: è una sostituzione di categoria, dove il diritto penale dell’emergenza va a cercarsi un’emergenza che, semplicemente, non c’è.

La passerella istituzionale completa il quadro

Il contesto in cui la dichiarazione di Salvini si inserisce chiarisce ulteriormente la funzione della boutade. Domenica la premier Giorgia Meloni si è recata in visita a sorpresa ai cantieri dell’alta velocità, bollando gli scontri come «violenza organizzata», mentre la polizia procedeva a controlli a tappeto identificando oltre ottocento persone. La sequenza — sassaiola, sopralluogo della presidente del Consiglio, intervista incendiaria del vicepremier, proposta di legge riesumata dal 2015 — non racconta una risposta istituzionale a un’emergenza di ordine pubblico, bensì un copione già scritto, attivato ogni volta che serve dimostrare fermezza a un elettorato sensibile al lessico dell’allarme.

Che la Val di Susa venga arruolata nello stesso paragrafo del Bataclan e di via dei Georgofili non è un eccesso retorico isolato: è la logica conseguenza di una politica che ha bisogno del nemico assoluto per giustificare strumenti assoluti, e che il rigore delle categorie giuridiche — terrorismo, eversione, sofferenza psichica misurabile — lo tratta come un dettaglio negoziabile, purché il titolo del telegiornale sia quello giusto.

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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