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Milei insulta Lula (“ladro”, “condannato”) e il giudice de Moraes (“spazzatura calva”) durante il lancio della candidatura di Flávio Bolsonaro. Brasilia richiama l’ambasciatore e parla di “provocazione senza precedenti” in 200 anni di relazioni bilaterali.
Milei insulta Lula a casa sua, e Brasilia richiama l’ambasciatore
Venerdì 25 luglio Javier Milei è atterrato a San Paolo per la seconda volta in pochi mesi, questa volta per presenziare al lancio ufficiale della candidatura presidenziale di Flávio Bolsonaro, senatore e figlio maggiore dell’ex presidente Jair Bolsonaro, attualmente ai domiciliari dopo la condanna a 27 anni per il tentato golpe del 2023. Al fianco del candidato, il presidente argentino ha scelto di non limitarsi al sostegno elettorale: ha definito Luiz Inácio Lula da Silva un «condannato» e un «ladro», ha etichettato il governo brasiliano come un covo di «socialisti ladri» e ha bollato il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes — colui che ha condannato Bolsonaro — come «spazzatura calva», reo di non avergli concesso una visita in carcere. Il tutto senza mai pronunciare i nomi per esteso, espediente retorico che a San Paolo ha convinto poco e a Brasilia nulla.
La risposta è arrivata con la puntualità di chi aspettava solo l’occasione: domenica mattina il ministro degli Esteri Mauro Vieira, dopo essersi consultato con lo stesso Lula, ha richiamato per consultazioni l’ambasciatore brasiliano a Buenos Aires, Julio Glinternick Bitelli, e ha convocato l’ambasciatore argentino a Brasilia. In un’intervista a Infobae, Vieira ha parlato di «una provocazione senza precedenti nella storia di oltre duecento anni di relazioni bilaterali», accusando Milei di aver sfruttato una visita ufficialmente privata per intromettersi negli affari interni del paese ospitante, offendendo — testuale — non solo il presidente ma anche il potere giudiziario, le istituzioni democratiche e il popolo brasiliano nel suo complesso. Un elenco così esteso di offesi che viene quasi da chiedersi cosa, esattamente, Milei intendesse risparmiare.
Un copione già visto, recitato sempre più forte
Chi segue con un minimo di continuità i rapporti tra i due paesi sa che l’episodio non nasce dal nulla. Già il 4 luglio, al vertice del Mercosur ospitato proprio a Buenos Aires, Milei aveva scelto la casa altrui — questa volta la propria — per rilanciare gli attacchi contro Lula. Il ministro delle Finanze brasiliano Dario Durigan aveva replicato lunedì scorso definendo il presidente argentino «quel pagliaccio», aggiungendo che il rischio paese dell’Argentina avrebbe dovuto suggerire più prudenza a chi si permette di impartire lezioni economiche al vicino.
Tra i due governi, del resto, la relazione diplomatica è ridotta a un guscio vuoto: Milei non ha mai cercato un incontro ufficiale con Lula in nessuno dei due viaggi brasiliani, e Lula non ha mai mostrato la minima intenzione di riceverlo. Richiamare un ambasciatore, tra paesi che condividono due secoli di rapporti formalmente cordiali, non è un gesto burocratico: è una dichiarazione plastica che il canale diplomatico ordinario non basta più a contenere l’ostilità.
Il calcolo elettorale dietro l’insulto
Ridurre l’uscita di Milei a un eccesso caratteriale sarebbe generoso quanto ingenuo. Il presidente argentino, alleato (o meglio, adepto) dichiarato di Donald Trump, ha scelto di legare il proprio capitale politico internazionale alla campagna di Flávio Bolsonaro contro un Lula che, secondo i sondaggi, sta ampliando il vantaggio in vista di ottobre: sostenere pubblicamente l’erede della destra brasiliana, e farlo con toni da comizio più che da visita di Stato, è un investimento ideologico prima ancora che diplomatico, coerente con l’insofferenza di Milei per qualunque interlocutore regionale non allineato al suo programma libertario.
Il problema è che l’investimento lo paga la relazione bilaterale, non il suo conto in banca personale: fonti dell’Itamaraty fanno sapere che eventuali nuove misure contro Buenos Aires saranno valutate non prima di mercoledì, il che lascia intendere che il richiamo dell’ambasciatore, per quanto simbolico, potrebbe non essere l’ultima mossa di questa partita.

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