La Nazionale ostaggio della politica: il calcio italiano ha smesso di parlare di calcio

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La crisi della Nazionale non nasce da una panchina sbagliata, ma da una Federazione senza progetto, ostaggio della politica, dei media e delle polemiche. Così il commissario tecnico diventa un caso diplomatico e il pallone finisce definitivamente fuori dal campo.

Cronache italiane: quando il pallone incontra la politica (e perde la testa)

C’era una volta la Nazionale di calcio: un ente mitologico capace di unire un intero Paese intorno a un televisore, a una grigliata o a un carosello in auto. Oggi, stando agli ultimi sviluppi della Via Lattea calcistica italiana, la Nazionale è diventata lo specchio fedele di un cortocircuito permanente in cui il campo è l’ultimo dei pensieri e la gestione somiglia a un episodio di The Office sceneggiato da Machiavelli in preda a un Doritos-break.

La scelta di Maldini: il grande (e unico) atto di coerenza

Tutto comincia con le macerie dell’ennesima qualificazione mondiale mancata. La FIGC, per non scontentare nessuno, si affida a chiunque abbia un alone di rispettabilità universale: Paolo Maldini. Scelta che riceve gli applausi sperticati di chiunque, compresi i tifosi avversari che storicamente lo fischiavano sui campi di Serie A. Anzi Maldini ha più estimatori tra i tifosi avversari che tra i milanisti. Altro mistero pallonaro.

Maldini e l’onnipresente Leonardo si mettono al lavoro. Si flirta con l’idea di strappare Pep Guardiola (perché accontentarsi di sognare in piccolo?), si scivola nella gaffe diplomatica chiamando Ancelotti (ancora saldamente ancorato alla panchina del Brasile, con sommo imbarazzo della diplomazia federale), e infine si punta su Andrea Pirlo.

E qui si apre il primo mistero della fede pallonara: se dai in mano le chiavi della baracca a Maldini, gli chiedi di fare il plenipotenziario e lui sceglie Pirlo, tu Federazione devi accettare la scelta. Sposi il pacchetto completo. Perché se accetti l’idea di un Guardiola (e ci sta) ma strilli per Pirlo, il problema non è il tecnico in sé: è che pretendi di avere un totem tecnico solo finché sceglie i nomi che piacciono agli editorialisti del mattino.

Il moralismo a intermittenza e la pista (geo)politica

Accantonato il curriculum da allenatore, che non entusiasma nessuno, ma che in teoria dovrebbe essere l’unico metro di giudizio per un commissario tecnico, la frittata si rigira rapidamente sulla morale. Il motivo? Si scopre che Pirlo è testimonial di un’agenzia di scommesse russa (Fonbet).

Immediatamente scatta l’allarme rosso nei radar della politica. Vengono evocate le sanzioni e la condanna per la drammatica situazione in Ucraina, trasformando la panchina azzurra in un seggio dell’Europarlamento. figure istituzionali e leader politici di primo piano fanno notare l’inopportunità (per loro) di un simile legame per chi rappresenta lo Stato in campo internazionale.

Il cortocircuito, tuttavia, sorge spontaneo quando si guarda al resto del carrozzone del pallone. Da anni i club di Serie A sguazzano in partnership, sponsorizzazioni e flussi di denaro legati all’universo del gambling (più o meno velato), tollerati o aggirati con la creatività tipica del nostro ordinamento. Ma la coincidenza geografica dello sponsor russo fa compiere il salto di qualità: improvvisamente la scelta di un CT diventa un dossier di sicurezza nazionale, offrendo la sponda perfetta a chi cercava un pretesto per silurare l’intera struttura senza passare per il campo. Ovviamente se lo sponsor fosse stato, una nazione a caso, israeliano nessuno avrebbe detto nulla. Vero Carletto? Vero Pinuccia?

​Il tocco grottesco finale? La solidarietà dell’ambasciata russa a Pirlo, che trasforma una trattativa calcistica saltata in un incidente diplomatico da Guerra Fredda (anzi Calda) in salsa nazionalpopolare. Mancavano solo le spie con la bombetta e un incontro alla stazione Tiburtina per completare il quadro.

Il punto più basso della nostra storia (sportiva e non)

Il vero dramma non è l’ennesimo fallimento sul rettangolo verde. Quello fa parte dello sport: si vince, si perde, si va a casa. Il punto più basso della storia del calcio italiano risiede nella sua totale assenza di dignità strutturale.

Non esiste un progetto a tre o cinque anni perché nessuno ha il coraggio di reggere l’urto della prima sconfitta o della prima polemica social. Si vive nell’ansia isterica del consenso immediato, ostaggi di un cortocircuito in cui i vertici federali delegano le responsabilità ai tecnici per poi scaricarli appena la piazza o la politica alzano la voce.

Se il buongiorno si vede dal mattino, la ricostruzione della nostra Nazionale continuerà a essere un capolavoro di improvvisazione, dove l’unica certezza non è il modulo tattico, ma la velocità con cui riusciremo a trovare un nuovo capro espiatorio prima della prossima figuraccia internazionale.

 

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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