21.6 C
Rome
giovedì 19 Maggio 2022
SportCalcioL'interista esistenzialista: calhabbiamo fatta stavolta e altre amenità su Juve-Inter

L’interista esistenzialista: calhabbiamo fatta stavolta e altre amenità su Juve-Inter

Cos’ha detto questo Juve-Inter? E questa domenica di campionato? Tutte domande che non troveranno risposte nella confusione programmatica del nostro interista esistenzialista.

Calha e altre amenità su Juve-Inter

Smaltita la sbornia da qualificazioni mondiali e dalle delusioni da cui sono derivate, con l’Italia purtroppo rimasta in coma etilico, conseguente rianimazione e relativa terapia intensiva, ci si è potuti – finalmente, aggiungo – rituffare nella più rassicurante competizione nazionale per club. Il match di cartello è stato Juventus-Inter.

Due squadre che si presentavano con intenti molto diversi. La Juve, forte di una striscia di risultati positivi che non conoscevano soluzione di continuità da quattro mesi, pretendente allo scavalcamento sui nerazzurri, giusto un punto sopra ma con una partita in meno. Mica per chissà che: lontanucci dalla quota scudetto, l’idea era di arrampicarsi al terzo posto, capire un po’ che aria tirasse, snasare l’aria d’alta quota ‘che poi nella vita nun se po’ mai sapè.

L’Inter era invece reduce dal lettino dello studio dello psicologo, a cui a raccontato il suo macerarsi in fatidici dubbi, il fermentare delle incertezze, la possibilità di sbollire ire represse: pare che lo specialista non ne voglia sapere più di analizzarne le paturnie e abbia impostato le cure prescrivendo importanti dosi di psicofarmaci. Alle brutte può essere che funzioni.

A giudicare da quanto scritto e detto dagli addetti ai lavori, nessuno si aspettava una trama che vedesse la Juve imperversare sui malcapitati nerazzurri, forse perché memori delle due partite antecedenti a questa che si sono compiute nel girone d’andata la prima e nella Supercoppa italiana la seconda.

Partite dove era stata l’Inter a menare le danze e la Juve a difendere ad oltranza. Ma partendo dal presupposto che ogni partita ha una storia a se, la cui storia va a dipanarsi a seconda di tanti fattori (condizione fisica, ambientale, morale), e che Juve-Inter pur non essendo un derby soggiace comunque agli umori di qualche deus ex machina minore, in effetti prevedere quel tipo di andamento non era poi operazione così ardita.

Bastava partire leggendo le formazioni, ad esempio: che il trio difensivo meneghino composto da Bastoni, Skrinjar e D’Ambrosio sarebbe stato preso d’assalto da un furioso pressing juventino che avrebbe inaridito il possesso palla interista era infatti abbastanza scontato. Data la vocazione a costruire dal basso delle squadre di Inzaghi senior, era prevedibile che il palleggio sarebbe stato molto meno efficace e fluido di con D’Ambrosio al posto del titolare De Vrij.

L’olandese è il vero regista difensivo nell’impianto di gioco interista, il più dotato tecnicamente e quello più dotato di fosforo dell’intera difesa. Sa dettare i tempi e capire quando e come finalmente verticalizzare per disinnescare il pressing avversario. È qualcosa che ad esempio, non si può chiedere di far fare a Skrinjar che è un tipo di difensore più “conservativo”: va da sé che è impossibile pensare di demandare a lui compiti che siano di tipo smaccatamente creativo.

D’Ambrosio è ammirevole per la sua grinta, per la sua disponibilità al sacrificio ma la sua tecnica è purtroppo quanto meno approssimativa. Niente di male, in una squadra servono anche quei tipi di profilo e quando Danilo c’è, fa sempre la sua bella figura.

A margine, trovo sconvolgente, la nonchalance con cui l’Inter stia considerando la fuoriuscita dai ranghi del De Vrij nella prossima stagione. L’ondivaga proprietà cinese dovrebbe fare uno sforzo per tenerlo, ricollegare il telefono e fare due chiacchiere con Marotta: questi sicuramente riferirà che nel caso, non sarà facile trovarne un erede all’altezza. Fate un po’ voi…

Ma tornando all’andamento della partita: se ho indovinato io – che niente ne so – quale sarebbe stato l’andamento della partita leggendo solo la formazione dell’Inter, figuriamoci se non l’avrebbe fatto quel volpone di Allegri.

Infatti i primi venti minuti sono stati una tonnara con l’Inter in continue ambasce, incapace di uscire con il palleggio in maniera pulita dal pressing ben portato dalla Juve. A quel punto l’Inter non ha potuto far altro che cedere il campo ai padroni di casa che ne hanno approfittato, facendo spiovere palloni su palloni nell’area avversa. Handanovic ci ha messo del suo, in verità, con uscite estemporanee e oltremodo disinvolte sui traversoni degli juventini, sembrando sempre in ritardo o comunque in difficoltà.

In generale il portiere sloveno sembra emanare una certa insicurezza che inevitabilmente si riverbera sui suoi compagni di reparto: ogni pallone che ricada nell’area di porta provoca reazioni isteriche sui difensori che il più delle volte non trovano migliore soluzione che allontanare il pallone frettolosamente e senza costrutto alcuno. E infatti è stato a causa di una sua topica, che smanacciando un pallone lento e leggibilissimo, si è creata l’occasione più ghiotta per la Juve con la traversa colta da Chiellini.

Giornata dura anche per i punteros interisti: “Hoy la achicoria es amarga” avrà considerato Lautaro con un certo disappunto rivolgendosi al suo compagno di reparto. “Ciusto” avrà constatato, laconico, il bosniaco. E in effetti il duo De Light e Chiellini gli hanno letteralmente mangiato in testa, non lasciandogli la libertà domare un solo pallone.

L’argentino inoltre si è immediatamente immusonito dal senso di colpa per la scarpata rifilata in faccia al malcapitato Locatelli dopo appena due minuti di gioco. Incupito, è praticamente uscito fuori dalla gara, al punto da far passare inosservata, durante il secondo tempo, la sua sostituzione con Correa. A dirla tutta, neanche dell’entrata di Correa si è accorto nessuno.

Per fortuna la buriana è andata calmandosi intorno alla mezz’ora, quando il promesso sposo Dybala (accetto scommesse che va altrove che all’Inter) ha deciso per qualche motivo di girare al largo dall’area interista. Così, senza troppa convinzione, gli ospiti hanno potuto abbozzare qualche tentativo di sortita dal bunker in cui si erano più o meno volontariamente trincerati.

E poi ci sono le leggi non scritte del calcio: “l’attaccante che vada a farsi un giro nella sua stessa area diventa sovente pernicioso”. Cosicchè capita che Morata metta il piedino malandrino sul piedone di Dumfries e che l’arbitro, stuzzicato dal varista di turno, ne sancisca dopo verifica, la massima punizione.

Poi non mi dilungherei troppo sull’esecuzione: quello tira, quell’altro para, poi un difensore se la spara in porta da solo, proteste, scazzi vari, recriminazioni e santiamenti variegati. Per non saper leggere né scrivere l’arbitro dice che si rifà tutto, che si è scherzato. Quello va di nuovo e stavolta la scaglia nell’angolo: è 0-1.

Il secondo tempo è un assedio della Juve, con l’Inter a difendere bene, neanche troppo bassa. Non che i nerazzurri soffrano poi troppo, a parte una botta di Zakaria dopo uno slalom tra i paletti fermi colorati in neroazzurro che Handanovic convoglia sul palo. Un paio di ripartenze provate dall’Inter spezzano occasionalmente l’assedio bianconero ma lo spompo Barella e il-miglior-giocatore-della-Turchia non sembrano avere la forza di condurre in meta e si traducono in sgraziati inciampi sull’oltraggiato pallone.

Oltretutto nel frattempo è entrato Correa, uno che non sai mai con che spirito calcherà le zolle: Indovina un po’? stavolta non ne aveva voglia, si vede che non era aria: presumo non abbia neanche avuto bisogno della doccia finale.

Finale che arriva, senza ulteriori scossoni. Ma cosa ha infine raccontato Juve-Inter? Ha raccontato di due squadre incapaci di invertire la loro tendenza, innanzitutto: la Juve perdendo contro un avversario credibile, forte, ha confermato che la striscia positiva cui proveniva era figlia di un calendario benevolo fatto di avversari cedevoli più che di una ritrovata verve: per trovare una vittoria contro un avversario “degno” bisogna andare a cercarlo nella giornata numero ventuno, risalente al 9 gennaio scorso: Roma-Juventus 3-4.

Dopo di quella, si registrano al massimo due pareggi “eccellenti” (si fa per dire) con Milan e Atalanta, con quest’ultima raggiunta solo al 92esimo. Presumo che lo stesso Allegri sia conscio di questi dati di fatto e che – in fondo – abbia accettato di buon grado il risultato negativo ma con una prestazione da salvare e su cui – magari – appoggiare le basi per un sereno finale di campionato.

L’Inter porta a casa il risultato pieno, che è tanta roba visti i chiar di luna, ma anche poche certezze: ho già detto di un Handanovic che trasmette inquietudine a tutto il pacchetto difensivo quando un capitano dovrebbe impegnarsi ad effondere sicurezza, semmai.

Il flusso di gioco purtroppo latita ancora, a dispetto dei tre punti ottenuti: ormai la pletora di passaggi in orizzontali è più un’urgenza che una risorsa per questa squadra che sembra non voler osare mai, che si crogiola e rifugia in quel tatticismo perchè la fa sentire sicura ma che non cambia certo l’inerzia di certe partite.

La condizione fisica di taluni è ai minimi storici, zero carbonella: il Barella rimontato più volte in corsa da un qualsiasi Rabiot (che si regala pure lo sradicamento del pallone al Nicolino nazionale) è una visione inimmaginabile anche solo tre mesi fa. Calhanoglu gira a vuoto, perde palloni sanguinosi, cerca invano punte che non ci sono perché vanno a nascondersi. Gli attaccanti, appunto: Lautaro e Dzeko danno sempre la sensazione di essere alla loro prima partita in ensemble.

Non si cercano, non si trovano, stanno distanti, non si aiutano: non sarebbe neanche male se almeno segnassero, ma ormai da un po’ non fanno neanche quello. Il tifoso interista si chiederà: da questa partita si possono trarre degli aspetti positivi? insomma dai, una vittoria su un campo così avverso (per tutti, mica solo per l’Inter) come quello dell’Allianz è tanta roba, dà fiducia, aumenta l’autostima, mette – forse inconsciamente – nuovo carburante anche in gambe stracche, ti mantiene abbarbicato alla corsa scudetto (mica cotiche), mina in qualche modo le certezze altrui. Altro?

La capacità di soffrire, mettersi in un angolo a prenderle, ad incassare è roba che allena anche quella, quando il pallone non sei più capace di tenerlo tra i piedi o non ne hai più la forza. Ci sono state squadre nel passato, che hanno vinto campionati e tornei anche così. Gli effetti positivi, se ci saranno, si vedranno nei prossimi turni, staremo a vedere.

Passando alle altre: la prima della classe è stata a guardare, probabilmente confidando in un pareggio. Stasera incontrerà quel Bologna che forse troppo presto ha pensato di aver portato a casa l’annata, e rischia di fare come quel paracadutista che rapito dal panorama dimenticò di aprire il paracadute.

Tuttavia è difficile pensare che dare la giusta frenata a quella che sembra una rovinosa caduta possa arrivare stasera: i ragazzi di Mihalovic faranno certamente di tutto per regalargli una soddisfazione ma il Milan vincerà facile, mò ve lo dico.

Il Napoli va veramente forte, sa di essere forte e con l’Atalanta (che pur non è quella dello scorso anno) ha vinto di forza, giocando bene anche dovendo rinunciare a giocatori mica da niente. Azzardo che prima o dopo aggancerà il Milan, se non altro per il calendario favorevole rispetto a quello della capolista.

Interessante sarà anche Verona-Genova nella prima serata di oggi, che promette spettacolo e possibile riapertura del discorso retrocessione con i liguri cazzuti come non mai.

Un’ultima menzione – mi si permetta – per la Bari, che dopo quattro anni terribili in termini di risultati sportivi e vicissitudini amministrative e finanziarie, con la vittoria di ieri sera contro il Latina (0-1) torna finalmente in serie B: so’ soddisfazioni!

 

Cartoline da Salò: un anno marchiato dalle stimmate della pandemia

 

Leggi anche


Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Lavora "indegnamente" per la forza armata dell’aria da sempre (ma sono solo problemi loro). Lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi, popolano di lignaggio, ha un’insana tendenza ad annoiare e ad annoiarsi.

Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli