15.4 C
Rome
martedì 17 Maggio 2022
SportCalcioChampions, l'egemonia inglese e spagnola e i fallimenti dei campionati 'monotematici'

Champions, l’egemonia inglese e spagnola e i fallimenti dei campionati ‘monotematici’

Per spiegare l’egemonia inglese e spagnola nelle coppe europee forse bisognerebbe dare un’occhiata agli albi d’oro dei campionati delle concorrenti.

Champions, l’egemonia inglese e spagnola

Le semifinali di Champions League saranno Liverpool-Villarreal e Manchester City-Real Madrid. Due spagnole, due inglesi. Niente italiane, niente tedesche, niente francesi.

Sembrerebbe fatta apposta ma in realtà un motivo c’è e va individuato dagli albi d’oro degli ultimi dieci anni dei campionati cui le compagini provengono.

Si osservi, per chi ha voglia di perderci un po’ di tempo: nella Premier League, nel decennio 2011-2021 si sono avvicendate al titolo cinque squadre: Man Utd, Man City, Leicester, Chelsea e Liverpool in una massima serie che è quasi sempre e comunque molto combattuta e dagli esiti incerti, almeno fino a posti di rincalzo.

Nella Liga solo tre squadre (Barcellona, Real Madrid e Atletico Madrid) delle quali nessuna ha vinto il titolo per più di due volte di seguito, assicurando al campionato una certa alternanza pur non essendo sempre particolarmente combattuto.

In più la Liga ha espresso, nello stesso periodo, una presenza in fatto di vittore in campo extranazionale diviso fra tre compagini: ai soliti Barcellona e Real Madrid, i campioni di Europa League Villarreal, Atletico Madrid e Siviglia (quest’ultimi vincitori per 4 volte). Cosa hanno in comune quindi gli albi d’oro di queste due nazioni? Appunto, come detto prima, l’alternanza di vincitori.

Unai Emery

Invece, si valutino gli albi d’oro di Germania e Francia: nel decennio di riferimento per i primi c’è solo un nome per gli ultimi nove campionati (Bayern Monaco) e più remoto, il successo del Borussia Dortmund nell’annata 11-12.

L’albo d’oro del campionato francese recita ben sette titoli per il PSG, gli altri tre se li dividono Monaco, Montpellier più indietro negli anni e la sorpresa Lille lo scorso anno. Al momento, per questa stagione, il PSG ha di fatto già vinto il suo campionato e il Bayern veleggia verso l’ulteriore scudetto con nove punti di vantaggio sul Dortmund.

Si vada infine a vedere cosa ha detto il nostro campionato nell’ultimo decennio: Juventus campione nove volte su dieci, fa eccezione la sola Inter dell’ultima stagione, quando già a gennaio aveva ammazzato il campionato. E infatti: il Bayern eliminato ai quarti di finale contro un avversario tutto sommato abbordabile, la Juventus e l’Inter agli ottavi di finale, PSG idem.

È evidente: le lunghe egemonie non fanno bene alle società che le impongano in ambito nazionale: i campionati per questi diventano -alla lunga – una confortevole routine che non allena ad impegni che siano anche solo un gradino sopra in fatto di qualità di gioco.

Non a caso nessuna squadra italiana ha vinto una qualsiasi competizione europea per club negli ultimi dieci anni. Lo stesso dicasi per le squadre francesi. Fa eccezione il solo Bayern, campione d’Europa per ben due volte nelle ultime dieci edizioni. Quest’ultimo è tuttavia un caso limite: il Bayern è squadra dalla forte attitudine alla vittoria e il campo internazionale è quello in cui storicamente si trova più a suo agio.

Chi ne sappia un po’ di sport, in generale, sa quanto sia allenante confrontarsi con avversari più forti di te. Affina l’ingegno, si fa esperienza, si ruba il mestiere, si regola la tecnica, si gestisce lo sforzo, si impara ad accettare la sconfitta e il fatto che possa capitare che qualcuno sia più forte di te.

Soprattutto in Italia, riguardo alle partite del nostro campionato, quando la prima in classifica vince contro una messa peggio, spesso si sente spesso dire che la tale squadra si sia “scansata”. Ora, senza scomodare oziose dietrologie qualunquiste, è probabile che certe squadre – inconsciamente – accettino come ineluttabile la sconfitta ancor prima di disputare la gara e per questo siano propense ad affrontare con meno vigore certi avversari.

Il risultato è ovvio: chi vince non trova troppa resistenza dall’avversario di turno, chi perde non ci ha provato neanche e nulla ha appreso dalla sconfitta. In soldoni: nessuna delle due ha incamerato esperienze positive dalla gara.

Tempo fa, un famoso e rampante allenatore la cui squadra era impegnata contro la prima in classifica, intervistato subito dopo l’incontro (risolto con un prevedibile 1-4) alla domanda perché avesse risparmiato i suoi migliori giocatori in una partita così importante, candidamente ammise: Ho scelto di non essere competitivo a (città) per poter concentrare le forze per la gara contro (squadra)”. Roba da inchiesta della procura, ma come sempre succede nella nostra sciagurata nazione, nei fatti non se ne fece niente.

Per tornare ai livelli che meriteremmo di frequentare (ma poi li meriteremmo davvero?) molte sarebbero le cose da fare: a partire da un drastico e definitivo cambio di mentalità con il quale investire sulle scuole calcio, innanzitutto.

Cioè che le stesse passino prioritariamente i concetti relativi alla creatività, alla capacità di trattare la palla, alla predilezione per la tecnica. Oggi, chi ha figli in età da calcio giovanile, seguendoli nelle loro attività, avrà constatato quale sia, da parte degli addetti ai lavori il concetto trainante: in campo ci vanno i più fisicati, quelli più alti e sviluppati.

Si inculca cioè l’idea che il calcio sia sport meramente fisico, materiale, dove prima di tutto è importante il saper portare e assorbire i contrasti, avere attitudine alla corsa e una buona tenuta sui tempi lunghi e le distanze. Di creatività, di tecnica se ne parla e soprattutto se ne pratica, poco o niente.

Spesso, spessissimo sugli spelacchiati campi delle giovanili (ma anche su campi più blasonati) si sentono gli allenatori gridare ai propri ragazzi “giocate facile”: ma a furia di giocare facile, finisce che l’avversario non lo sorprendi mai.

E questi sono gli aspetti tecnici. Non mi dilungherei poi su altri aspetti determinanti come quelli della rimodulazione della divisione dell’allettante torta dei premi di piazzamento in campionato e soprattutto quella dei diritti tv, troppo sbilanciata a favore dei soliti noti.

Fissare un tetto ingaggi e calmierare in qualche modo le quotazioni stratosferiche dei calciatori sarebbe forse chiedere troppo. Sarebbe praticamente una rivoluzione. Ma nel concreto, se si prenderà coscienza di queste possibilità , non dovremo aspettare altri vent’anni per combinare qualcosa di buono.

Cartoline da Salò: un anno marchiato dalle stimmate della pandemia

Leggi anche


Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Lavora "indegnamente" per la forza armata dell’aria da sempre (ma sono solo problemi loro). Lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi, popolano di lignaggio, ha un’insana tendenza ad annoiare e ad annoiarsi.

Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli