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martedì 17 Maggio 2022
PanDdl concorrenza: la privatizzazione occulta dell’acqua. Draghi non si smentisce 

Ddl concorrenza: la privatizzazione occulta dell’acqua. Draghi non si smentisce 

Il testo del Ddl concorrenza costringe di fatto gli enti locali a lasciare ai privati servizi idrici, trasporti e rifiuti. Tutti monopoli naturali.

Ddl concorrenza: la privatizzazione occulta dell’acqua

Mentre in Parlamento si stanno ultimando le manovre, a colpi di emendamenti, sul DDL della concorrenza, in merito al comparto taxi, ai marittimi  e soprattutto alle concessioni balneari, sta passando del tutto inosservata, ai media e ai politici, la sostanziale privatizzazione dell’acqua pubblica, prevista dal disegno legislativo. Tutto ciò, malgrado il referendum del 2011, abbia dato un esito diametralmente opposto

A lanciare l’allarme è un giurista stimato come Marco Manunta, già presidente di sezione del Tribunale di Milano, che ha pubblicato un articolo  sul sito Questione Giustizia, dedicato agli addetti ai lavori.

L’acqua potabile non è più solo elemento prezioso per la sopravvivenza. A causa della siccità e della insufficienza della rete idrica,  in diverse aree geografiche, il suo valore economico sta aumentando esponenzialmente.

Un bene su cui gli investitori finanziari hanno già mostrato attenzione: il 7 Dicembre 2020, per la prima volta, l’acqua è stata quotata in borsa a Chicago, dalla Black Rock uno dei più potenti fondi di investimento mondiali. Nel nostro piccolo, anche il sindaco di Milano ha recentemente presentato una versione (inutile e dispendiosa) in tetrapack dell’acqua del rubinetto.

Manunta spiega come il DDL apre le porte agli investimenti speculativi nei servizi pubblici, non solo come l’acqua ma anche trasporti e raccolta rifiuti. Gli aspetti  più significativi, sono racchiuse nell’art. 6 del DDL.

Qui è  prevista la separazione, a livello locale, tra le funzioni regolatorie e le funzioni di diretta gestione dei servizi, per  la razionalizzazione» e l’organizzazione territoriale dei servizi pubblici locali.

Fino a qui nulla di particolare, se non che quando si va a parlare di autoproduzione, cioè della gestione del servizio da parte dell’ente locale in forma diretta, o tramite un apposito ente pubblico (azienda speciale), o mediante una società, formalmente di diritto privato, ma integralmente controllata dallo stesso ente locale (in house), le cose si complicano maledettamente.

Ai fini dell’affidamento del servizio in una di tali forme il DDL esige «una motivazione anticipata e qualificata, da parte dell’ente locale, per la scelta o la conferma del modello dell’autoproduzione che dia conto delle ragioni che, sul piano economico e della qualità e dei costi dei servizi per gli utenti, giustificano il mancato ricorso al mercato».

Insomma il Comune o chi per esso, dovrà sottoporsi ad una sorta di “sorveglianza speciale”, motivando le decisioni dell’utilizzo di un modello pubblico. Sarà assoggettato a sistemi di monitoraggio dei costi, ai fini del mantenimento degli equilibri di finanza pubblica e della tutela della concorrenza.

Eppure, relativamente al servizio idrico o a quello di raccolta dei rifiuti, parlare di concorrenza è fuori luogo perché si tratta di servizi che non possono essere gestiti se non in regime di monopolio: si tratta, cioè, dei più classici esempi di “monopoli naturali”.

Per contro, rispetto alle gestioni affidate ai privati, non si applica alcuna delle misure di sorveglianza previste per le gestioni pubbliche, nemmeno se si rivelassero del tutto inefficienti e antieconomiche (salvo che l’ente affidante possa procedere alla revoca della concessione): una disparità di trattamento clamorosa e del tutto ingiustificabile data l’identità delle situazioni. L’asfissiante e penetrante controllo nei confronti della gestione pubblica è, dunque, palesemente diretto a costringere gli enti locali a passare la mano ai privati.

Più che di un “riordino” si tratta di un esproprio in danno degli enti territoriali: in nome dell’interesse pubblico si passano ai privati le gestioni dei servizi essenziali per le comunità. Nei frangenti drammatici determinati dall’epidemia è stato unanimemente invocato l’intervento degli Stati. Ma il liberismo, momentaneamente messo da parte, è subito riaffiorato prepotentemente appena si è profilata l’uscita dalla fase acuta dei contagi.

Il testo del DDL giunge a proclamare che l’affidamento al mercato è necessario per rafforzare la giustizia sociale, e francamente pensare che che il profitto potrà essere garante di equità è alquanto imbarazzante e grottesco.

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Giuseppe Folchini
Giuseppe Folchini
Laureato in Scienze della Comunicazione. Già notista politico per alcuni periodici, blogger dei diritti civili e sociali.

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