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mercoledì 18 Maggio 2022
PolisUcraina, il futuro dopo la guerra: ne vinti ne vincitori

Ucraina, il futuro dopo la guerra: ne vinti ne vincitori

Dopo la guerra non so come sarebbe la pace, e se mi immagino le strade di Kiev in festa, non riesco a credere a Donetsk, a Lugansk, alla Crimea attraversate dai russi in ritirata.

Dopo la guerra: perdono tutti

Di Toni Capuozzo*

Non so cosa ha portato Zelensky a dire “Siamo vicini alla vittoria e alla pace”. Se è stato il successo di quelle piccole controffensive attorno a Kiev. O l’aver centrato quella nave russa nel porto di Berdiansk, o il fatto che Mariupol ancora non è caduta. Magari.

Non so come sarebbe la pace, e se mi immagino le strade di Kiev in festa, non riesco a credere a Donetsk, a Lugansk, alla Crimea attraversate dai russi in ritirata.

In più, mi chiedo cosa sarebbe della Russia, e cosa la sconfitta causerebbe al Cremlino, e persino negli assetti mondiali, non sono solo fatti loro.

Vedo invece che si affilano i coltelli, anche quando si parla di cose buone: Draghi ha detto che bisogna pensare all’integrazione dei profughi, Biden annuncia che ne ospiteranno centomila: come se la pace fosse davvero lontana, nessuno torna a casa. Del resto non si è parlato di pace, al vertice europeo con Biden.

Appena poco tempo fa nei vertici si parlava di riscaldamento globale, e Greta era la sentinella morale delle discussioni. Adesso lo è Zelensky, ascoltato, come Greta, a metà.

Niente 200 carriarmati, però droni, armi anticarro, armi antimissili. Niente no fly zone, la linea rossa diventa l’impiego di armi chimiche (era stato così anche per Obama in Siria, sappiamo com’è finita).

Tranne qualche dettaglio umano del vertice, come Boris Johnson sperduto nella preparazione della foto di gruppo, hanno ragione i leader di compiacersi: la Nato, e a ruota l’Unione europea e il G7, non sono mai stati così uniti: è il miracolo alla rovescia provocato dall’invasione di Putin.

Ma anche mai così incapaci di diplomazia, come se le armi costassero il silenzio, mortificassero idee, trattenessero ogni altra iniziativa, avessero espugnato cuore e cervello della vecchia Europa. Lamentavamo, davanti a certe regole, che la comunità fosse fatta da ragionieri, avesse perso lo slancio identitario degli inizi.

Adesso, che ha ritrovato lo slancio dei momenti bui, sembra fatta da sergenti e caporali, un vertice come un’adunata, con un comandante della riserva un po’ diverso da Patton, un certo Joe Biden.

Ah, le risoluzioni ONU: alla fine ne hanno votata una, politicamente corretta, che indica nell’invasione russa la colpa e intima alla sola Russia di sospendere il fuoco. La Russia ha votato no, la Cina si è astenuta. Rimarrà lettera morta, ma il Consiglio di Sicurezza è soddisfatto perché gliele ha mandate a dire, alla Russia.

La cosa che mi ha colpito di più, ieri, è stata una frase di Draghi: “bisogna cercare disperatamente la pace”. Quell’avverbio non sembrava casuale, alla Cetto La Qualunque.

Detto da Draghi, uomo concreto, era rivelatore di un vuoto di strategia, di una speranza che manca, di parole che non si osa pronunciare. Del resto in guerra si perde tutti, alla fine.

*Articolo originale ripreso da Toni Capuozzo.

 

 

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