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La Rai perde ascolti, giornalisti e credibilità mentre il governo Meloni taglia risorse e non protegge Report e Ranucci. Un “maccartismo all’italiana”, più cialtrone ma non meno pericoloso, e il rischio di una svendita in vista della Convenzione 2027.
La Rai di Meloni: sempre meno pubblico, sempre più suddito
C’è un modo elegante per liquidare un’azienda pubblica senza doverla formalmente vendere: basta svuotarla di senso, di credibilità e di ascolti, lasciando che il declino sembri una fatalità e non una strategia. È questo, in sintesi, il ritratto che emerge della Rai targata governo Meloni: un servizio pubblico che dal 2023 perde sistematicamente la battaglia degli ascolti in prime time contro Mediaset, che vede fuggire i propri professionisti più riconoscibili, e che intanto assiste, quasi compiaciuta, alla propria irrilevanza crescente. Non è un’azienda in crisi per cause esterne: è un’azienda che sembra dotata, nella propria plancia di comando, di un pulsante di autodistruzione azionato con metodo.
La denuncia arriva da ambienti legati all’European Media Freedom Act e trova sponda nelle analisi di Vincenzo Vita, storico osservatore delle vicende Rai, che descrive un’azienda incapace persino di elaborare una strategia per il futuro di RaiWay e cronicamente fragile nell’acquisizione dei diritti sportivi — settore che per decenni è stato un pilastro identitario dell’ex monopolio televisivo di Stato. Il paradosso è servito: la Rai rinuncia a ciò che l’ha resa popolare per generazioni, mentre i concorrenti privati si spartiscono gli spazi lasciati vuoti.
Il partito che fu, e la caccia alle streghe permanente
C’era un tempo, non troppo lontano, in cui si parlava della Rai come di un vero partito politico travestito da azienda. Oggi, secondo Vita, quell’organismo sembra ridotto a spettatore passivo degli eventi, incapace persino di opporsi ai tagli di risorse imposti dal ministro dell’Economia Giorgetti — che pure siede nello stesso governo e non ha mai rinnegato l’antica amicizia con l’attuale presidente Antonio Marano. Una vicinanza che, a quanto pare, non si è tradotta in alcuna protezione per l’azienda dai tagli di bilancio.
Nel frattempo, prosegue un elenco di allontanamenti e ridimensionamenti che Vita non esita a definire un “maccartismo all’italiana”: l’ultimo, in ordine di tempo, riguarda la chiusura dell’esperienza di Federica Sciarelli alla guida di Chi l’ha visto, storico programma che rappresentava uno degli ultimi residui di identità della terza rete. Un elenco lungo, al quale si potrebbero aggiungere molte altre uscite di figure scomode all’attuale maggioranza, tutte riconducibili a quella narrazione informale già battezzata “TeleMeloni“.
Il caso più eclatante resta però quello di Sigfrido Ranucci e della sua trasmissione Report, oggetto di una pressione che Vita descrive come persecutoria: la minaccia di revoca della tutela legale arriva proprio nel momento in cui, dopo il caso Minetti, il giornalista rischia di dover affrontare un risarcimento milionario. Richieste di questo tipo, anche quando si risolvono in un nulla di fatto giudiziario, hanno il potere di logorare chiunque attraverso anni di procedimenti. Il quadro si complica ulteriormente con la scoperta degli esecutori materiali dell’attentato contro l’abitazione della famiglia Ranucci, un’indagine che secondo Vita potrebbe presto riportare alla luce responsabilità politicamente scomode su mandanti e complici.
Verso la svendita del patrimonio pubblico
Dietro le scelte quotidiane, spesso contraddittorie tra loro, Vita individua un filo comune amarissimo per chiunque abbia creduto nella funzione sociale della Rai: quella di aver saputo, nella sua storia, tenere insieme alto e basso, intrattenimento e informazione, maggioranza e minoranza, offrendo una voce anche alle componenti più critiche della società. Quell’eredità, oggi, appare liquidata da un’idea di servizio pubblico impoverita, che Vita definisce non una crisi passeggera ma una crisi strutturale.
Non è difficile, in questo scenario, leggere un secondo livello di interesse dietro l’indebolimento progressivo dell’azienda: la Convenzione che lega la Rai allo Stato scade nell’aprile 2027, e la vendita di alcuni immobili di pregio già avviata sembra un assaggio di ciò che potrebbe arrivare. A chi converrebbe una Rai sempre più debole e sempre più vendibile? Ai concorrenti diretti, Mediaset e La7 in testa, pronti a raccogliere quote di mercato e prestigio lasciate sul terreno. Una omologazione al ribasso dell’intero sistema culturale italiano che, secondo Vita, spiega meglio di ogni ipotesi complottista quello che altrimenti sembrerebbe un comportamento suicida: chi disturba, o toglie spazio alle cordate amiche dell’esecutivo, va semplicemente rimosso. Se il pubblico non risponde agli indirizzi voluti, poco male: si cambia il pubblico, come ironizzava Brecht.
Sullo sfondo di tutto questo, l’ultima beffa: mentre la Rai arretra su ascolti e credibilità, l’intelligenza artificiale si abbatte sull’intero ecosistema mediatico ereditato dal secolo scorso come una vera bomba nucleare culturale. E in un panorama che richiederebbe un pubblico radiotelevisivo consapevole e critico più che mai, la Rai sembra scegliere l’esatto contrario: meno spettatori attivi, meno elettori informati, sempre più sudditi.

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