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“Remigrazione” nasce dalla Nouvelle Droite come sfogo distrattivo. L’esercito di riserva importato serve al capitale finanziarizzato. Confindustria vuole flussi, la destra li concede. La rabbia sociale è vera, il bersaglio è sbagliato.
Vannacci vende un sogno che Confindustria non permetterà mai
– Gabriele Busti e Alexandro Sabetti
“Remigrazione” non è un neologismo nato ieri in qualche laboratorio mediatico americano: la sua genealogia, per quanto imbarazzante da rivendicare in pubblico, affonda nella Nouvelle Droite francese degli anni Settanta, passa per la teoria della “Grande Sostituzione” elaborata da Renaud Camus, e trova nell’austriaco Martin Sellner il proprio ideologo contemporaneo, quello che l’ha trasformata da suggestione da rivista identitaria a piattaforma politica pronta all’uso per l’AfD tedesca e per l’amministrazione Trump. È un dettaglio che conta, perché la vera notizia non è l’origine di un termine, ma la velocità con cui un concetto nato nei margini estremisti del continente è riuscito a colonizzare il vocabolario della destra istituzionale: da Sellner a Vannacci, da Reform UK a Vox, da Milei a una parte sempre più consistente della destra italiana che fino a ieri si vantava di moderazione.
Il meccanismo che rende possibile questa colonizzazione linguistica è, però, tutto interno alla trasformazione economica dell’Occidente degli ultimi quarant’anni, e qui il discorso si fa decisamente più interessante della semantica.
Un esercito di riserva importato, non un’invasione subita
Il passaggio da un’economia produttiva ed espansiva a una finanziarizzata, fondata sulla rendita più che sull’investimento, non è avvenuto per caso: ha richiesto due ingredienti complementari. Da un lato la delocalizzazione delle imprese verso aree a basso costo del lavoro, dall’altro l’importazione, nei Paesi di destinazione, di un esercito di riserva di manodopera disposto ad accettare salari compressi.
I confini sono stati abbattuti selettivamente — per le merci sempre, per le persone quando serve — perché in fondo anche gli esseri umani, da che mondo è mondo, circolano come merce quando il capitale ne ha bisogno. Il trasferimento di quote significative di popolazione dalle periferie del sistema-mondo verso i centri urbani del primo mondo non è un incidente della storia recente: è la conseguenza logica di scelte industriali precise, di cui oggi si raccolgono, spesso senza collegare i puntini, gli effetti sociali più corrosivi.
Ecco perché la parola “remigrazione”, se la si prende sul serio nel suo significato letterale — rimpatrio di chi è entrato irregolarmente — si scioglie come neve al sole davanti a una domanda elementare: se fosse davvero applicabile, chi glielo impedirebbe a Giorgia Meloni di realizzarla e sbandierarla come trionfo del proprio governo? Il fatto che non l’abbia fatta, né lei né alcun altro governo occidentale di destra al potere, non dipende da un eccesso di scrupolo umanitario: dipende dal fatto che nessuna società neoliberale possiede gli strumenti materiali per attuarla, perché quella stessa società ha bisogno strutturale dei flussi migratori che a parole condanna.
La rabbia autentica, incanalata verso il bersaglio sbagliato
Qui arriva il punto più scomodo, quello che la vulgata sovranista preferisce non affrontare: chi ha reso mainstream il lessico della remigrazione — dai think tank identitari ai media compiacenti che gli hanno prestato un megafono — sa perfettamente che il progetto è irrealizzabile rispetto a qualunque obiettivo dichiarato. L’immigrazione irregolare è un sottoprodotto strutturale di quella regolare, e su questo punto l’indirizzo economico non cambierà: Confindustria continuerà a richiedere flussi di manodopera, e la destra italiana, incastrata nelle proprie contraddizioni insanabili tra propaganda identitaria e fabbisogno produttivo, continuerà a concederli. La spettacolarizzazione di rastrellamenti e deportazioni coatte — il modello sperimentato da Trump nell’inverno scorso, che Vannacci e i suoi omologhi europei guardano con malcelata ammirazione — non serve a risolvere nulla: serve a incanalare una rabbia sociale autentica in una guerra tra poveri, distraendo l’opinione pubblica dalla domanda che davvero conta.
Perché la rabbia, va detto con altrettanta chiarezza, non è invenzione mediatica: chi ha vissuto lo sconcerto reale di intere porzioni urbane consegnate al degrado assoluto, ai porti franchi dell’illegalità che il mercato immobiliare e la rarefazione sociale rendono funzionali al sistema stesso, non sta subendo un’allucinazione collettiva. Il problema è che quella rabbia, per essere risolta e non semplicemente sfogata, richiederebbe una discussione radicale sulla natura neoliberale della nostra civiltà — sulla società signorile di massa che ne è la sovrastruttura, sulla deflazione salariale e sull’esercito di riserva che ne sono la struttura — mentre la retorica della remigrazione offre soltanto lo sfogo, mai la cura. Finché il politico resterà subordinato all’economico, ogni discorso sul controllo dei flussi migratori si riduce a un rituale linguistico: pietre lessicali lanciate contro chi già non ha nulla, mentre la stanza dei bottoni resta, come sempre, altrove.

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