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Citizen Vigilante usa il linguaggio dell’action per trasformare paura e xenofobia in spettacolo. Tra marketing vittimista, violenza semplificata e propaganda identitaria, il film rinuncia al cinema per cavalcare l’onda e diventare un rozzo manifesto ideologico costruito sulla rabbia.
Citizen Vigilante: Il manifesto dell’incompetenza che cavalca l’odio.
Se la propaganda cinematografica avesse un sinonimo di “mediocrità assoluta”, si chiamerebbe Citizen Vigilante. Non è solo un fallimento tecnico, sebbene il fatto che un regista con uno storico così disastroso come Uwe Boll sia riuscito a mettere insieme questa roba sia, di per sé, un miracolo del riciclaggio, ma è il perfetto esempio di come il vuoto pneumatico creativo venga riempito dalla peggiore demagogia del momento.
Il trucco del “film censurato”.
La strategia è vecchia come il cucco: ammantare un’opera di un’aura di martirio (“il film che i poteri forti non vogliono farti vedere”, infatti l’ha praticamente distribuito Elon Musk) per trasformare una baracconata in un caso politico. È il paracadute perfetto: se il film è girato male? È una scelta stilistica. Se la sceneggiatura è illogica? È realismo. Se è razzista? È “verità che scotta”. È un meccanismo di marketing cinico che trasforma l’indignazione in moneta sonante e visibilità.
La remigrazione in salsa action (e senza cervello)
Il plot del film è semplicissimo: Michael Sanders un ex ufficiale dell’esercito americano ( e te pareva!) che si è trasferito in Europa, opera segretamente come giustiziere spietato che prende di mira criminali e immigrati, trasformandosi in un fenomeno mediatico e finendo in rotta di collisione con le forze dell’ordine.
Il film prende il concetto di “remigrazione” e lo riduce a uno sketch da saloon del peggior genere. È una tesi politica, già di per sé eticamente discutibile e tecnicamente irrealizzabile nella realtà, che qui viene portata all’eccesso grottesco. Il protagonista non è un eroe, è un giustiziere che vive in un universo parallelo dove la giustizia è un optional e la violenza etnica è l’unica lingua parlata.
Il punto più alto dell’imbarazzo non è neanche la violenza in sé, ma la pretesa morale: il film prova a convincere lo spettatore che il vigilante sia l’unica soluzione a un sistema che “non funziona”. Ma la realtà che propone è una distopia pigra: Un riduzionismo in cui i problemi complessi come immigrazione, gestione della criminalità, lacune del sistema giudiziario, vengono risolti con un colpo di pistola. È il pensiero magico applicato alla geopolitica.
E poi l’insopportabile ipocrisia di fondo: il protagonista inneggia all’ordine e alla legge, salvo poi infrangerla in ogni scena in cui non è impegnato a sparare. È il manifesto dell’uomo forte che, nel privato, è solo un bullo con il portafoglio gonfio e zero principi.
Perché è dannoso?
Non perché sia “offensivo” in senso astratto, ma perché è un prodotto d’intrattenimento che cerca di legittimare, con un production value infimo, la rabbia cieca. Non cerca il dibattito, cerca la conferma di pregiudizi già consolidati. È un film che non vuole far pensare, vuole solo far urlare la pancia, usando come unico collante narrativo una xenofobia spicciola che trova terreno fertile solo tra chi ha smesso di cercare soluzioni civili per preferire scorciatoie violente.
Citizen Vigilante è destinato a finire nel dimenticatoio dei film “trash”, ma il suo impatto come “manifesto” è un campanello d’allarme preoccupante. È la dimostrazione che, se hai abbastanza soldi e un’ideologia che cavalca le paure del momento, puoi convincere una fetta di pubblico che anche una ruspa guidata da un incapace possa essere il nuovo faro della civiltà occidentale. Spoiler: non lo è. È solo un film terribile che merita di essere archiviato tra le leggende metropolitane del web. Uwe Boll è il peggior regista della storia per distacco…
Nota a margine: il film, in origine, doveva intitolarsi Dark Knight. Secondo voi come l’hanno presa quelli della Warner Bros?

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