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In Italia il lavoro viene tassato molto più delle grandi rendite finanziarie. Holding e dividendi consentono ai grandi gruppi di pagare aliquote effettive intorno all’1,2%, tutto perfettamente legale. Intanto il dibattito pubblico insegue evasori da bar e talk show.
Il paradiso fiscale italiano esiste: è scritto nelle leggi dello Stato
Nel 2025, mentre il governo discuteva ossessivamente di “ceto medio”, partite IVA e lotta ai piccoli evasori col POS da 12 euro, alcune delle grandi dinastie finanziarie italiane continuavano a beneficiare di uno dei regimi fiscali più favorevoli d’Europa. Non in qualche isola tropicale con le palme e i conti cifrati, ma dentro la perfetta legalità della normativa italiana.
Il caso del gruppo Caltagirone – come fatto notare da Alessandro Volpi – è emblematico. Sei holding societarie, una con sede in Lussemburgo e una in Olanda, centinaia di milioni distribuiti sotto forma di dividendi, e una tassazione effettiva che sfiora l’1,2%. Non è una fuga fiscale. È il sistema. Un sistema costruito negli anni da governi di ogni colore, benedetto dai tecnici, protetto da un lessico volutamente incomprensibile e circondato da un silenzio mediatico quasi liturgico.
Secondo il regime previsto dall’articolo 89 del TUIR, infatti, il 95% dei dividendi percepiti da società soggette a IRES è escluso dalla base imponibile. La tassa si applica solo sul restante 5%. Con un’IRES al 24%, il risultato finale è un’imposizione effettiva dell’1,2%.
Tradotto dal fiscalese all’italiano: un lavoratore dipendente che guadagna 35 mila euro lordi annui può arrivare a versare aliquote reali superiori al 30%, mentre enormi flussi di dividendi transitano attraverso scatole societarie pagando meno di quanto un artigiano versa di INPS. Naturalmente “è tutto legale”. È sempre tutto legale, quando le norme vengono scritte da chi può permettersi fiscalisti da mille euro l’ora e non da chi compila il 730 al CAF.
La repubblica fondata sulle holding
La questione non riguarda soltanto una famiglia industriale. Riguarda la struttura stessa del capitalismo italiano. Le holding non sono semplicemente strumenti societari: sono camere blindate fiscali. Servono a controllare gruppi industriali, proteggere patrimoni, trasmettere ricchezza generazionale e ridurre drasticamente il prelievo.
La retorica dominante racconta però un altro Paese. Quello in cui il problema fiscale sarebbe il negoziante che non emette lo scontrino del caffè, il pensionato che fa ripetizioni in nero o il muratore pagato cash. Intanto, i grandi conglomerati societari sfruttano meccanismi perfettamente normati che consentono una compressione impressionante dell’imposizione reale.
E qui emerge il vero tabù italiano: parlare seriamente di redistribuzione fiscale significa toccare il rapporto tra potere economico, editoria e politica. Il gruppo Caltagirone possiede partecipazioni strategiche nell’informazione e nella finanza. In Italia avere giornali non serve soltanto a fare editoria; serve soprattutto a costruire influenza, orientare il dibattito pubblico e definire ciò che può essere discusso e ciò che deve restare tecnicamente “troppo complesso” per il grande pubblico.
Così il cittadino medio viene bombardato quotidianamente da dibattiti isterici sulle pensioni di reversibilità, sul reddito di cittadinanza o sui presunti fannulloni del pubblico impiego, mentre il cuore della questione fiscale resta accuratamente fuori campo. Porta a Porta come anestetico sociale: plastici, cronaca nera e polemiche teatrali al posto di qualsiasi riflessione sui meccanismi di accumulazione reale della ricchezza.
Il fisco progressivo, ma solo per chi lavora
La Costituzione italiana, all’articolo 53, stabilisce che il sistema tributario debba essere informato a criteri di progressività. Formula elegante, ormai trasformata in archeologia costituzionale. Perché oggi il lavoro viene tassato molto più del capitale organizzato societariamente.
L’Italia registra da anni una pressione fiscale elevata sui redditi da lavoro e relativamente favorevole sui grandi patrimoni finanziari. Nel frattempo il debito pubblico continua a crescere e il mantra bipartisan resta sempre lo stesso: “non ci sono risorse”. Curioso. I soldi sembrano evaporare solo quando si parla di sanità pubblica, salari, scuola o trasporti. Quando invece si tratta di proteggere rendite, dividendi e architetture societarie, il sistema giuridico diventa improvvisamente raffinato, efficiente e persino garantista.
Il punto centrale non è demonizzare la legalità fiscale delle holding. Sarebbe infantile. Il problema è politico: perché un Paese che tassa pesantemente il lavoro sceglie contemporaneamente di agevolare enormi concentrazioni patrimoniali? La risposta è semplice e brutale: perché il potere fiscale riflette sempre i rapporti di forza sociali.
E infatti il dibattito pubblico italiano riesce nell’impresa quasi metafisica di parlare di tasse continuamente senza discutere mai davvero di chi le paga. Una specie di teologia economica dove il sacrificio è collettivo ma la redenzione resta privatissima.

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