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Mélenchon cresce, conquista città, mobilita i giovani e punta all’Eliseo nel 2027. Mentre l’Europa insegue la destra, il settantacinquenne di LFI occupa lo spazio che il centrosinistra liberale ha lasciato vuoto. Scomodo ma reale.
Il settantacinquenne Melenchon che spaventa i moderati europei
Mentre il dibattito politico europeo si concentra ossessivamente sull’avanzata della destra — Le Pen e Bardella in Francia, AfD in Germania, Farage in Gran Bretagna, Vannacci in Italia — c’è un fenomeno che le grandi testate faticano a inquadrare senza disagio: Jean-Luc Mélenchon, settantacinque anni, leader di La France Insoumise, cresce nei sondaggi, conquista città, mobilita giovani e si prepara alla quarta candidatura presidenziale del 2027 con la convinzione, per la prima volta non del tutto infondata, di poter arrivare al ballottaggio.
The Economist — non esattamente un organo di propaganda bolivariana — gli ha dedicato una lunga inchiesta riconoscendo «qualcosa di affascinante» nella sua figura. Il Corriere della Sera lo tratta con la cautela di chi non sa se classificarlo come minaccia o come anomalia. Entrambi faticano ad ammettere la cosa più semplice: che esiste un elettorato europeo ampio, giovane e arrabbiato che non si riconosce né nella destra identitaria né nel centrosinistra liberale, e che Mélenchon — con tutti i suoi eccessi caratteriali, le sue contraddizioni e la sua retorica da tribuno — ha trovato il modo di parlargli.
I numeri francesi sono precisi. Il 58% degli elettori tra i 18 e i 24 anni ha un’opinione favorevole di Mélenchon — cifra che crolla al 14% nella fascia 50-64 anni. Alle elezioni presidenziali del 2022, il 69% degli elettori musulmani lo ha sostenuto al primo turno, secondo i dati Ifop. Alle ultime elezioni comunali, LFI ha conquistato Saint-Denis — periferia parigina, origini maliane del sindaco Bally Bagayoko — e Roubaix, città industriale del Nord, simbolo del declino manifatturiero francese. Non sono vittorie marginali: sono segnali di un radicamento territoriale che i partiti tradizionali hanno smesso di costruire da anni.
Un programma che nomina le cose e un’Europa che preferisce non farlo
Il programma di Mélenchon non è particolarmente originale nella sua struttura: pensione a sessant’anni, aumenti salariali, tassazione dei grandi patrimoni, espansione della spesa pubblica, rifondazione della Costituzione verso un regime meno presidenziale. È quello che in Francia si chiama programme de rupture — rottura con il modello esistente — e che gli avversari bollano sistematicamente come irresponsabile, populista, irrealizzabile in un paese con tremila miliardi di debito pubblico. La critica ha una sua qualche consistenza puramente tecnica. Ma ignora una domanda più scomoda: irresponsabile rispetto a chi?
Il modello responsabile — quello di Macron, dei socialdemocratici tedeschi, dei laburisti blairiani — ha prodotto stagnazione salariale, erosione dei servizi pubblici, crescita delle disuguaglianze e un’intera generazione di giovani istruiti senza prospettive. Mélenchon ha la risposta di chi sa che il suo interlocutore principale non legge il Financial Times: «Cosa si deve dire alle giovani generazioni? Risparmiate denaro e tagliate i servizi pubblici?».
In politica estera, il quadro è più complesso e meno adatto alle semplificazioni. Mélenchon definisce la NATO una macchina per creare problemi — strumento di un impero americano in declino, nelle sue parole — e propone di uscirne. Ha criticato l’embargo energetico alla Russia perché «solo lo zio Sam si riempirà le tasche», ma non ha risparmiato critiche a Putin per l’invasione dell’Ucraina. Sul Gaza ha preso posizioni nette, che gli valgono l’accusa di antisemitismo da parte di chi confonde sistematicamente la critica alla politica israeliana con l’odio verso gli ebrei — confusione comoda e strumentale quanto mai. Il riconoscimento della Palestina era un suo cavallo di battaglia prima che la Francia di Macron lo rendesse politica ufficiale: difficile dargli torto sul merito, per quanto lo si possa contestare sui toni.
La destra europea, dal suo canto, prospera proprio sullo spazio che il centrosinistra liberale ha lasciato vuoto. Le Pen e Bardella intercettano il malcontento delle classi popolari che i partiti socialisti hanno progressivamente abbandonato in favore di un elettorato di funzionari pubblici e professori universitari. AfD cresce in una Germania dove la SPD ha accettato l’agenda dell’austerità come dato naturale. Farage vince in un’Inghilterra dove i laburisti di Starmer hanno scelto la continuità con il thatcherismo economico. Mélenchon è l’unico leader europeo di rilievo che stia cercando di occupare quello spazio con un discorso esplicitamente di sinistra — non ecologismo decorativo, non diritti civili senza redistribuzione, ma conflitto sociale dichiarato, nomi e cognomi dei responsabili, promesse concrete sui salari e sulle pensioni.
Che ci riesca davvero, che il suo progetto sia economicamente sostenibile, che la sua figura polarizzante sia un vantaggio o un ostacolo nel lungo periodo — sono domande aperte. Quello che è già chiaro è che il suo consenso crescente tra i giovani non è nostalgia del Novecento né residuo sessantottino, come vorrebbe The Economist: è la risposta razionale di una generazione che ha guardato il modello moderato all’opera per trent’anni e ha deciso che non funziona. Il settantacinquenne con la faccia feroce e i milioni di follower è, per quanto possa sembrare paradossale, il politico europeo che parla di futuro nel modo più convincente a chi il futuro lo vive ogni giorno come problema.

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