Vescovi scomunicati, applausi di Forza Nuova: lo scisma che piace all’estrema destra

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A Écône quattro nuovi vescovi lefebvriani senza mandato papale: scisma e scomunica automatica. Presenti Forza Nuova e Borghezio, che li chiama “soldati politici della Tradizione”. Leone XIV aveva scritto un ultimo appello, ignorato. Stesso copione del 1988.

I lefebvriani tornano scismatici, e non sono soli

Mercoledì 1° luglio, nel villaggio svizzero di Écône, la tunica inconsutile di Cristo — quella che Papa Leone XIV aveva supplicato due giorni prima di “non lacerare” — si è definitivamente strappata. Sotto un tendone allestito accanto al seminario della Fraternità Sacerdotale San Pio X, davanti a circa ventimila fedeli e a un migliaio tra sacerdoti e religiosi, monsignor Alfonso de Galarreta, coadiuvato da monsignor Bernard Fellay, ha imposto le mani su quattro nuovi vescovi — lo svizzero Pascal Schreiber, l’americano Michael Goldade, i francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier — senza alcun mandato pontificio.

Il giorno successivo il Dicastero per la Dottrina della Fede, guidato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, ha certificato quanto già previsto dal canone 1387: scomunica latae sententiae, automatica, per consacranti e consacrati. Uno scisma, tecnicamente compiuto nel momento stesso in cui le mani si sono posate sui capi chinati.

La beffa liturgica è che i nuovi vescovi, poco prima della cerimonia, avevano comunque pronunciato la formula rituale con cui giuravano fedeltà al Papa e alla Chiesa di Roma. Un giuramento di fedeltà recitato mentre si compiva, nello stesso istante, l’atto che quella fedeltà tradisce nella sostanza: la liturgia lefebvriana, si direbbe, non disdegna il paradosso quando le fa comodo.

Il copione del 1988, replicato scena per scena

Non è la prima volta. Il 30 giugno 1988, esattamente trentotto anni prima, monsignor Marcel Lefebvre — l’arcivescovo francese che ruppe con la Santa Sede contestando le riforme del Concilio Vaticano II e fondò a Écône la propria comunità tradizionalista — consacrò senza autorizzazione altri quattro vescovi, tra cui gli stessi de Galarreta e Fellay che questa settimana hanno officiato la nuova cerimonia.

Giovanni Paolo II lo scomunicò nel giro di pochi giorni, e quella scomunica restò in vigore fino al gennaio 2009, quando Benedetto XVI decise di revocarla in un gesto di riconciliazione che allora fece discutere non poco. Il problema strutturale, però, non era mai stato risolto: dei quattro vescovi ordinati nell’88, due sono morti tra il 2024 e il 2025, lasciando la Fraternità a corto di successori legittimati secondo la propria logica interna. Il superiore generale don Davide Pagliarani si è trovato di fronte allo stesso dilemma che ottantatreenne Lefebvre affrontò nel 1988: garantire la continuità della propria linea episcopale, a qualunque costo canonico.

Il Vaticano aveva tentato fino all’ultimo di evitare la rottura. A febbraio Fernández aveva offerto ai lefebvriani un confronto teologico in cambio della sospensione delle nomine, proposta respinta senza esitazioni. Il 29 giugno lo stesso Leone XIV aveva scritto personalmente a Pagliarani, chiedendogli di fermarsi.

La risposta della Fraternità, affidata a un comunicato dal tono quasi materno-vittimista, paragonava la propria posizione a chi soccorre “una madre in difficoltà che necessita di un aiuto particolare” — la madre, ovviamente, essendo la Chiesa cattolica stessa, presunta vittima di un tradimento dottrinale in atto dal Concilio Vaticano II del 1962-65, quando si decise che i fedeli potessero seguire la messa in lingua nazionale anziché in latino e che la Chiesa potesse dialogare con le altre religioni invece di limitarsi a condannarle.

Le “vocazioni” giovani e gli ospiti che la Fraternità non ha respinto

Colpisce, semmai, l’età dei nuovi consacrati: nessuno supera i 53 anni, e due sono addirittura sotto i 45. Segno che l’estetica della tradizione integrale — tuniche lunghe, comunione in ginocchio, niente chitarre né divorziati né coppie omosessuali — continua a esercitare fascino sulle generazioni più giovani, esattamente come accade, non a caso, in buona parte dei movimenti politici identitari che in questi anni attraversano l’Europa. E non è un parallelismo casuale, perché tra il pratone di Écône e certi comizi sovranisti la distanza ideologica si è fatta via via più sottile. Alla cerimonia era presente una delegazione di Forza Nuova guidata dal segretario Roberto Fiore, insieme a Mario Borghezio — ex leghista oggi passato nelle file di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci — che ha definito i lefebvriani “soldati politici della Tradizione”, accompagnato da altri due esponenti dello stesso movimento.

Difficile immaginare una sintesi più onesta, per quanto involontaria, del legame che unisce da decenni la galassia lefebvriana e l’estrema destra europea: identità cristiana intesa come recinto contro il pluralismo, ostilità al dialogo interreligioso, nostalgia per un Occidente gerarchico e immutabile. Non è teologia, è ideologia travestita da rito antico, ed è significativo che a offrirle sponda pubblica siano oggi gli stessi ambienti che in altre sedi si professano custodi della “tradizione occidentale” contro l’immigrazione e il pluralismo religioso. La differenza tra chi indossa i paramenti sacri e chi sfila sotto altre bandiere, in questa vicenda, si assottiglia pericolosamente fino quasi a scomparire.

 

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Gino di Tacco
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Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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