Il ditino di Cunningham e l’autoritarismo instagrammabile che piace ai coach

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Il dito puntato di Sophie Cunningham diventa contenuto virale e icona per coach motivazionali. Tra instagrammabilità del gesto ed estetica del vincente, si nasconde un darwinismo sociale che divinizza la prestazione e normalizza l’umiliazione pubblica come strategia.

Sophie Cunningham non è il problema, chi la esalta sì

– Ferdinando Pastore & Alexandro Sabetti

C’è una fotografia che sta facendo il giro dei social e che, a guardarla bene, dice molto più di chi la commenta che della sua protagonista. Sophie Cunningham, cestista statunitense, punta il dito contro un’avversaria con un’espressione glaciale, quasi marmorea. Da lì in avanti, un intero ecosistema di coach motivazionali, consulenti di leadership e teorici della performance personale ha trasformato quel gesto in un manifesto esistenziale: l’incarnazione del carisma silenzioso, della forza che non ha bisogno di urlare, del predatore che domina senza sporcarsi le mani. Peccato che dietro questa liturgia dell’autostima si nasconda una delle sottoculture più inquietanti del nostro tempo.

Il fenomeno merita attenzione non per il gesto in sé — un’increspatura del tutto interna alle dinamiche agonistiche di una partita — ma per l’apparato interpretativo che vi si è costruito sopra. Esiste oggi un intero settore, ibrido tra psicologia comportamentista e management aziendale, che vive di questi episodi: mental coach, business coach, consulenti di “sviluppo della leadership” che trasformano ogni gesto di prevaricazione in un caso di studio da cui trarre lezioni di vita. La gestione dello stress, la vittoria nelle sfide competitive, la “cura della propria evoluzione”: tutto, sempre, riportato al campo produttivo, come se l’unico orizzonte umano concepibile fosse la prestazione da vendere e da monetizzare.

Tutto è instagrammabile, anche il disprezzo

Ma c’è anche un dettaglio che i teorici della leadership tendono a sottovalutare: il dito puntato di Cunningham non sarebbe mai diventato un caso se non fosse stato, prima di tutto, perfettamente instagrammabile. Viviamo nell’epoca in cui ogni gesto, per esistere davvero, deve superare un test estetico prima ancora che etico: funziona come immagine? Genera hype? Produce commenti, citazioni, meme, thread indignati o entusiasti? Il fotogramma di un dito puntato con sguardo glaciale possiede tutti i requisiti tecnici del contenuto perfetto: è statico, iconico, riproducibile all’infinito senza perdere significato, e si presta a infinite didascalie motivazionali da riciclare su ogni piattaforma. Non conta più cosa quel gesto comunichi nel contesto originario, una schermaglia sportiva tra due atlete, conta solo la sua capacità di generare superficie condivisibile.

La sostanza del conflitto si dissolve, resta l’estetica del conflitto, ottimizzata per il pollice che scorre. In questo meccanismo, il dito puntato non è più un gesto ma un asset: si presta a diventare copertina, storia, reel, citazione motivazionale con font in corsivo su sfondo nero. Ed è proprio questa trasformazione, dal gesto vissuto al contenuto consumato,  il vero terreno di coltura su cui prolifera la retorica del carisma vincente.

L’estetica del vincente che non deve chiedere scusa

Quello che questi professionisti dell’autorealizzazione celebrano in Cunningham non è un’atleta, ma un archetipo: il vincente che si è fatto da sé, che non deve nulla a nessuno, che esprime il proprio successo con una protervia tranquilla, quasi annoiata. È lo stesso copione narrativo che da anni circonda figure come Zlatan Ibrahimović, trasformato in icona pop precisamente per la sua spavalderia manageriale travestita da carattere. Il meccanismo è sempre identico: si prende un comportamento aggressivo, gli si applica una patina di storytelling epico, e si ottiene un prodotto perfetto per il prime time della società della prestazione, dove ogni gesto va spettacolarizzato e ogni emozione va monetizzata in claim motivazionali da vendere ai clienti dei corsi di leadership.

Dietro questa estetica, però, si intravede una genealogia culturale ben precisa: quella del darwinismo sociale applicato alla vita quotidiana. Il culto della personalità vincente, l’ammirazione acritica per chi si è “fatto da sé”, l’idea che il carisma telegenico sia sinonimo di superiorità morale, non sono invenzioni innocue del marketing motivazionale contemporaneo. Sono, piuttosto, la versione soft — ma non meno pericolosa — di un pensiero che gerarchizza gli esseri umani in base alla loro capacità di dominare pubblicamente l’avversario. Ed è proprio questo evoluzionismo da social network l’anticamera di un fascismo diffuso e travestito da benessere personale.

Il dito puntato e la punizione simbolica

Il punto più inquietante di questa retorica non è la sua superficialità, ma la sua implacabilità morale. Divinizzare il carisma televisivo significa anche legittimare un giudizio senza appello, che non lascia spazio al ripensamento né al perdono. Sparisce, in questa narrazione, qualsiasi gesto di riconciliazione: l’abbraccio dei pugili al termine del match, il fair play come rituale collettivo di pacificazione. Resta solo il dito puntato, che promette — senza bisogno di manganelli — una punizione simbolica ma non meno definitiva. Il più forte non si limita a vincere: annichilisce l’avversario attraverso una sintassi mediatica che, dietro l’apparente eleganza, allude a una violenza distruttiva e permanente.

È il mondo sognato dal managerialismo postmoderno, quello in cui non esistono più gerarchie formali né responsabilità condivise, ma solo individui-brand, “manager di se stessi”, ciascuno impegnato a massimizzare il proprio tornaconto personale senza doversi curare delle conseguenze sull’altro. In questo schema, l’umiliazione pubblica diventa strategia, la spettacolarizzazione del conflitto diventa contenuto, e la pace — intesa come possibilità di ricomposizione — viene relegata al passato, sostituita da un presente perenne di diti puntati e incomunicabilità performativa. Che una semplice foto sportiva possa generare tutto questo apparato ideologico dice, in fondo, molto più sui suoi interpreti che su Sophie Cunningham stessa.

 

 

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