La democrazia liberale ha svuotato la democrazia: trent’anni di declino italiano

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L’Italia è ferma da trent’anni: industria, cultura, demografia in regressione. La democrazia liberale ha svuotato la politica in favore della tecnocrazia. Nessun partito sa nominare il problema. La Costituzione aveva già la risposta.

Trent’anni di immobilismo e il conto che nessuno vuole pagare

L’Italia è ferma da trent’anni. Non è una metafora polemica né un’iperbole da editoriale: è una descrizione accurata di un paese che in quasi ogni settore rilevante — tecnologia, energia, industria, cultura, demografia — registra una regressione rispetto alla propria condizione di tre decenni fa. Nel campo dell’intelligenza artificiale, per fare l’esempio più eloquente, l’Italia semplicemente non esiste come attore.

Le maggiori industrie operative sul territorio sono tutte a partecipazione pubblica: Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri. Il capitale privato ha fatto scelte diverse: ha spostato risorse all’estero, razionalizzato, ottimizzato — nel senso che il termine ha assunto nel lessico finanziario, ovvero tagliato. Tra i privati sopravvive il settore bancario e assicurativo, che produce ricchezza redistribuendola verso l’alto con efficienza ammirevole.

Questo quadro industriale si combina con una regressione culturale che sarebbe sbagliato considerare un fenomeno separato. L’Italia è un paese in cui l’invecchiamento demografico avanza senza che nessuna forza politica rilevante abbia elaborato una risposta strutturale, in cui la mobilità sociale si è bloccata e in cui la narrazione dominante — quella che celebra la libera iniziativa, l’imprenditore come figura mitica, il merito come principio ordinatore — convive con una realtà in cui chi si definisce dinamico e moderno spesso persegue rendite, sussidi e protezioni, mentre la chimera del guadagno facile sostituisce qualsiasi progetto collettivo di lungo periodo.

La democrazia liberale, nella sua versione post-1992, ha investito tutto sull’individuo e ha sistematicamente smantellato tutto ciò che era pubblico, collettivo, destinato al bene comune. Il risultato è che il singolo cittadino — teoricamente al centro di questo sistema — si trova con libertà effettive molto più limitate di quanto la retorica proclami, compresso tra la precarietà salariale, l’erosione dei servizi pubblici e la dittatura silenziosa del mercato.

La governance tecnocratica e il vuoto che ha lasciato

Il 1992 è uno spartiacque. Non perché quell’anno sia stato l’inizio di tutti i mali — le contraddizioni erano già presenti — ma perché ha segnato il momento in cui il conflitto sociale e la rappresentanza politica hanno cominciato a essere sistematicamente neutralizzati in favore di una governance tecnocratica che si presentava come soluzione neutrale ai problemi, sottraendoli alla mediazione democratica.

Il meccanismo è stato perverso nella sua coerenza: quanto più gli effetti delle politiche liberiste si rivelavano negativi, tanto più si chiedeva ai cittadini di cedere ulteriore sovranità — ai mercati, alle istituzioni sovranazionali, alle agenzie di rating, alla finanza internazionale. La cessione di sovranità veniva presentata come modernizzazione. Chi la contestava veniva classificato come populista, sovranista, nemico dell’Europa.

Il paradosso terminale di questo processo è che nessun partito politico italiano — nessuno, in tutto lo spettro parlamentare — è oggi in grado di mettere in agenda le questioni sociali strutturali del paese: la crisi salariale, l’alienazione consumistica, il collasso demografico, la frammentazione di una società che ha perduto tradizioni, memorie condivise e strumenti collettivi di elaborazione del presente. Meloni, dal versante governativo, offre identitarismo senza contenuto sociale. Il PD offre europeismo progressista senza redistribuzione. Il M5S sopravvive come contenitore di malcontento senza teoria politica. Nessuno dei tre ha gli strumenti concettuali per affrontare la crisi che descrive, quando la descrive.

Il confronto con altri modelli è istruttivo, anche quando scomodo. La Cina ha dimostrato che è possibile sottomettere il mercato alla volontà politica — cioè alla pianificazione pubblica orientata a obiettivi collettivi — producendo risultati industriali e tecnologici che le democrazie liberali guardano con ammirazione e con fastidio simultanei.

Non si tratta di proporre una trasposizione del modello cinese in Europa: si tratta di riconoscere che il principio — la supremazia della volontà politica collettiva sul capitale — non è esotico né pericoloso, ma era già presente nella nostra tradizione costituzionale. L’articolo 41 della Costituzione italiana stabilisce che l’iniziativa privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. È rimasto lettera morta per trent’anni, mentre si costruiva l’architettura opposta.

Ricostruire qualcosa di diverso richiederebbe culture politiche che oggi sopravvivono solo in forma libresca: il cattolicesimo sociale, il marxismo gramsciano, persino il liberalismo crociano — che con il liberismo contemporaneo non ha nulla in comune. Richiederebbe partiti organizzati, centri di elaborazione politica, una classe dirigente di qualità superiore a quella attuale — e il confronto con Meloni, Macron, Merz e Starmer non è incoraggiante. Richiederebbe, infine, una cittadinanza capace di sollevarsi dall’assoggettamento consumistico e di pensarsi come soggetto collettivo, non come aggregato di individui in competizione. Niente di tutto questo si costruisce per decreto o per inerzia.

E niente di tutto questo si costruisce senza nominare con onestà il problema: la democrazia liberale, nella forma che ha assunto dal 1992 in poi, non ha fallito per eccesso di democrazia. Ha fallito perché ha svuotato la democrazia dall’interno, lasciando la forma e rimuovendo il contenuto.

 

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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