Londra si arma e affonda: 300 miliardi per il nulla

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Il Regno Unito lancia un piano da 300 miliardi di sterline per il riarmo mentre le casse pubbliche sono al collasso. Brexit, obblighi Nato e la caduta di Starmer: la crisi che spinge Londra verso Farage e il populismo di Reform UK.

Londra insegue i fantasmi della grandezza con 300 miliardi che non ha

Il Regno Unito non ha i soldi per pagare le bollette del welfare, ma ne ha in abbondanza per comprare cannoni. È la sintesi, spietata quanto reale, del nuovo Piano di investimenti per la Difesa presentato dal governo britannico: 300 miliardi di sterline, circa 348 miliardi di euro, da spendere in quattro anni. Una cifra monstre, annunciata mentre le casse pubbliche di Sua Maestà scricchiolano sotto il peso di un debito pubblico che non perdona e di servizi sociali già ridotti all’osso. Il paradosso britannico, in fondo, è tutto qui: un Paese che si dichiara povero quando si tratta di pensioni e sanità, e improvvisamente ricchissimo quando si tratta di riarmo.

Per capire come si è arrivati a questo cortocircuito bisogna tornare al trauma originario: la Brexit. Nel mondo delle economie di scala e dei blocchi continentali, Londra ha scelto l’autarchia politica, illudendosi di poter sostituire Bruxelles con Washington. Il conto è arrivato puntuale: fuori dall’Unione Europea, ma anche fuori dalle grazie di Donald Trump, che non fa sconti a nessuno, alleati storici compresi. Il risultato è un Regno Unito che galleggia in un limbo diplomatico, costretto a inventarsi coalizioni di circostanza — i cosiddetti “Volenterosi”, i formati E3 ed E5 — pur di non restare completamente isolato dal continente che ha volontariamente abbandonato.

Il vincolo Nato come camicia di forza

C’è un solo consesso dove Londra e i partner europei continuano a sedere allo stesso tavolo: l’Alleanza atlantica. Ed è proprio lì che si consuma la beffa. Il Regno Unito, che ha rivendicato con la Brexit la propria sovranità assoluta, si ritrova a dover subordinare le proprie scelte di bilancio militare ai parametri decisi in sede Nato — cioè, detto senza troppi giri di parole, decisi da Trump. Il premier laburista Keir Starmer, arrivato a Downing Street promettendo di blindare welfare e sistema pensionistico, si è trovato schiacciato tra un’eredità contabile disastrosa lasciata dai Tories e le pressioni della Casa Bianca per triplicare la spesa militare. Un equilibrismo impossibile, che infatti gli è costato la poltrona: Starmer è stato defenestrato dal proprio partito e il testimone è passato ad Andy Burnham, oggi nuova stella del Labour.

Il Piano è stato sezionato dalla BBC con dovizia di particolari. Il giornalista Frank Gardner ha spiegato che ulteriori 15 miliardi di sterline si aggiungono alla dotazione esistente, portando il totale a 298 miliardi in quattro anni, comprensivi di deterrente nucleare e nuovi caccia. Cifra ritenuta comunque insufficiente dai vertici militari, che ne avevano chiesti 28 in più: un dettaglio che ha permesso — non senza una certa ironia — sia ai Conservatori che ai Liberaldemocratici di bollare come “sottofinanziato” un piano che il governo laburista difende invece come un balzo storico, dagli 54 miliardi annui del 2024 agli 80 miliardi previsti per il 2029, un aumento reale del 27%. Il malcontento interno, però, non si placa: il ministro della Difesa John Healey si è dimesso l’11 giugno per protesta, e il successore Dan Jarvis è stato “ammansito” con un’ulteriore iniezione di 1,5 miliardi.

Il 2,7% che non basta e la guerra dei numeri

Nonostante l’entità apparentemente colossale della cifra, il Piano fissa la spesa militare britannica al 2,7% del Pil entro il 2030 — sotto quel 3% che la Nato considera la soglia minima raccomandata. Un dettaglio che smonta la retorica muscolare del governo: tanto rumore, in fondo, per restare sotto l’asticella. La BBC ricorda che gli Stati Uniti spendono già il 3,2% del proprio Pil, la Germania il 3,7%, mentre la Russia, ormai un’economia di guerra a tutti gli effetti, supera il 7,5%.

Ma qui si annida l’inganno statistico che nessuno, a Londra, ha interesse a dissipare: la percentuale sul Pil è un indicatore ingannevole, perché confronta economie di dimensioni radicalmente diverse. Se si guarda al valore assoluto della spesa, secondo i dati dell’istituto svedese Sipri, l’Occidente spende già oggi — prima ancora degli aumenti annunciati — tra otto e dieci volte più della Russia. Il che rende la narrazione dell’emergenza esistenziale quantomeno sovradimensionata. Non che questo fermerà nessuno: intanto, alle elezioni locali in Galles e Scozia, i laburisti hanno incassato una batosta storica, mentre Nigel Farage e il suo Reform UK avanzano, pronti a raccogliere il conto salato di un riarmo che il Paese, semplicemente, non può permettersi.

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