www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
La Bossi-Fini ha 23 anni, nove ministri dell’interno non l’hanno cambiata, i reati calano da decenni. Eppure si parla di remigrazione. Chi la promette mente sapendo di mentire. Il problema è reale, la soluzione proposta è una truffa.
La remigrazione e il circo dei ministri dell’interno
Esiste una regola non scritta della politica italiana: quando non si vuole parlare di qualcosa di importante — lavoro, salari, welfare, guerra, riarmo — si parla di immigrazione. Non perché il tema sia irrilevante, anzi: è un tema serio, con conseguenze reali sulla vita di persone reali, che merita analisi precise e politiche coerenti. Proprio per questo andrebbe sottratto a chi lo usa come macchina del fumo per coprire la propria incapacità strutturale su tutto il resto.
Partiamo dai dati, che hanno il difetto di esistere indipendentemente dalla percezione. L’Italia è oggi uno dei paesi europei con il tasso di criminalità più basso degli ultimi decenni: i reati denunciati sono in calo costante dagli anni Novanta, con un’accelerazione significativa nell’ultimo quindicennio. Siamo contemporaneamente uno dei paesi con il rapporto forze dell’ordine/abitanti più alto d’Europa e con una delle normative sull’immigrazione più restrittive del continente. Questi tre elementi coesistono con una percezione diffusa di insicurezza che cresce invece di diminuire.
La contraddizione non è irrazionale: è il prodotto di decenni di svuotamento dei servizi di prossimità, di erosione del tessuto sociale nei quartieri periferici, di sostituzione della politica concreta con la narrativa identitaria. La signora di Casalotti che si sente in pericolo quando vede stranieri per strada non ha torto nel sentirsi abbandonata: ha torto chi le ha tolto l’ufficio postale, il presidio sanitario, il mercato rionale, lasciandole come unica categoria interpretativa del degrado la presenza degli extracomunitari.
Ventitre anni di legge Bossi-Fini e nove ministri dell’interno
La cornice normativa dentro cui tutto questo accade ha un nome preciso e una data precisa: legge Bossi-Fini, numero 189 del 2002. Ventitre anni fa. Una legge scritta dalla destra, approvata dalla destra e — dato che merita di essere sottolineato con la dovuta enfasi — mai modificata strutturalmente da nessun governo successivo, di qualsiasi colore. Contiene al proprio interno alcune delle disposizioni più vistosamente inefficaci della legislazione italiana recente: tra queste, l’obbligo per il datore di lavoro italiano di assumere lavoratori stranieri direttamente dai paesi di origine, senza averli mai incontrati, attraverso quote annuali che non hanno mai corrisposto alla domanda reale del mercato del lavoro. Un meccanismo progettato per non funzionare, che ha alimentato l’irregolarità che dichiarava di voler combattere.
Da quando quella legge è entrata in vigore, il Viminale è stato guidato da nove ministri: Giuseppe Pisanu (Forza Italia), Giuliano Amato (ex socialista, in quota centrosinistra), Roberto Maroni (Lega Nord), Annamaria Cancellieri (tecnica, governo Monti), Angelino Alfano (PDL/Nuovo Centrodestra), Marco Minniti (Partito Democratico), Matteo Salvini (Lega), Luciana Lamorgese (tecnica, governo Draghi), Matteo Piantedosi (in carica, destra pura). Il bilancio politico è eloquente: circa il novanta per cento di provenienza centrodestra o destra, con l’unico rappresentante del PD — Minniti — passato alla storia per aver esternalizzato il controllo dei flussi alla Libia di Haftar, costruendo di fatto una rete di detenzione extragiudiziale finanziata con fondi europei. Uomini forti, tutti quanti, con mandati chiari sulla sicurezza e sull’immigrazione. Il problema è ancora lì, immutato, puntualmente rispolverato a ogni tornata elettorale come se nessuno di loro ci avesse mai messo mano.
La remigrazione e l’arte della truffa elettorale
Ora arriva la remigrazione, ultima trovata del catalogo identitario della destra europea. Vale la pena descrivere cosa significherebbe nella pratica, perché nessuno sembra disposto a farlo con la necessaria concretezza. Rimpatriare coattivamente una persona straniera in Italia richiede: identificazione certa del soggetto, esistenza di un accordo bilaterale con il paese di destinazione, disponibilità di quel paese ad accogliere il rimpatriato, volo di stato con scorta di funzionari italiani, consegna formale alle autorità locali, copertura dei costi dell’intera operazione. Moltiplicato per le decine di migliaia di persone di cui si parla nei comizi, senza accordi bilaterali strutturati — che richiedono anni di negoziato e investimenti miliardari nei paesi partner — la remigrazione non è una politica: è uno slogan. Chiunque la presenti come soluzione praticabile nel breve periodo sta raccontando una bugia consapevole al proprio elettorato, oppure non ha la minima idea di come funzionino i rapporti diplomatici internazionali. In entrambi i casi, non merita il voto di chi vorrebbe davvero risolvere il problema.
Il punto non è che l’immigrazione non ponga questioni reali di gestione, integrazione, pressione sui servizi locali e mercato del lavoro. Le pone, ed è legittimo affrontarle. Il punto è che chi promette soluzioni semplici a problemi complessi — la remigrazione, l’uomo forte, il decreto sicurezza numero diciassette — sta usando la paura della signora di Casalotti per raccogliere voti senza spendere un euro di capitale politico su ciò che quella paura la produce davvero: il lavoro precario, il welfare eroso, i quartieri abbandonati, la cooperazione internazionale inesistente con i paesi di origine. Tutto il resto è fuffa elettorale con una scenografia più costosa del solito.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













