Trump minaccia l’apocalisse, i Pasdaran promettono l’inferno: benvenuti nel cessate il fuoco

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Iran e USA si bombardano ogni due giorni mentre il memorandum è ancora in vigore. Petroliere bloccate, basi americane colpite, porti iraniani attaccati. Il Libano complica tutto. Trump minaccia l’apocalisse. I Pasdaran promettono l’inferno. Il negoziato continua così.

Hormuz, Beirut e la giostra che non si ferma: cosa c’è davvero dietro la tregua

Chiamarlo cessate il fuoco è già un atto di ottimismo che la realtà non giustifica. Quello che si sta consumando tra Washington e Teheran nello Stretto di Hormuz e dintorni assomiglia molto di più a una guerra a bassa intensità con momenti di pausa per i comunicati stampa. L’Iran blocca una petroliera in conformità con l’articolo 5 del memorandum d’intesa, sostenendo che la nave stava transitando senza il coordinamento previsto con le autorità di Teheran. Trump interpreta la mossa come una violazione del cessate il fuoco — le violazioni israeliane in Libano, per inciso, non contano — e ordina l’attacco al porto iraniano di Siri. L’Iran risponde con missili e droni contro Kuwait e Bahrein.

Il Centcom conferma i propri raid su infrastrutture militari iraniane nell’area di Hormuz — sorveglianza, comunicazioni, difese aeree, depositi di droni, postazioni per la posa di mine — presentandoli come rappresaglia per l’attacco alla petroliera Kiku. I Pasdaran rivendicano la distruzione di otto installazioni americane nella regione, tra cui la base di Ali al-Salem in Kuwait e la sede della Quinta Flotta a Bahrein, e avvertono che «qualsiasi aggressione riceverà una risposta implacabile». Trump rilancia: se gli Stati Uniti saranno costretti a intensificare lo scontro, «la Repubblica Islamica dell’Iran cesserà di esistere».

Siamo quindi di fronte a uno schema preciso: attacco, rappresaglia, dichiarazione di vittoria da entrambe le parti, minaccia esistenziale americana, avvertimento implacabile iraniano, e poi si ricomincia. Non è il collasso del negoziato. È il negoziato stesso, condotto con gli strumenti che entrambe le parti ritengono politicamente necessari per non apparire deboli davanti alle proprie opinioni pubbliche e ai propri apparati militari. La diplomazia, in questa fase, non sostituisce le armi: le usa come argomento negoziale aggiuntivo.

Hormuz, il petrolio e la bomba a orologeria libanese

C’è però una variabile che trasforma questo gioco di specchi in qualcosa di concretamente pericoloso: le riserve petrolifere strategiche americane sono agli sgoccioli, e ogni settimana di tensione nello Stretto di Hormuz — attraverso cui transita una quota determinante del commercio energetico globale — avvicina il momento in cui la pressione sui prezzi del barile diventa insostenibile sul piano politico interno. Trump lo sa, e la sua urgenza nel firmare il memorandum poche settimane fa nasceva esattamente da questo calcolo. Ora che la giostra è ripartita, il margine di tempo si restringe: se Hormuz non si sblocca definitivamente entro i primi di agosto, la bomba prezzi esploderà con conseguenze che nessuna retorica sulla forza americana potrà contenere.

I sessanta giorni del memorandum — peraltro rinnovabili — non erano pensati come una tregua nel senso convenzionale del termine. Erano, e sono, il perimetro temporale dentro cui le parti misurano reciprocamente i propri limiti di tolleranza, testano la credibilità militare dell’avversario e costruiscono le condizioni per un accordo più strutturato. Ogni scambio di colpi è una manutenzione degli equilibri negoziali, non una sua interruzione. Chi legge ogni botta e risposta come una crisi separata perde il filo della strategia complessiva. Chi invece la legge come parte di un processo continuo capisce che stiamo assistendo a negoziati condotti con le armi, non nonostante le armi.

Il dossier che rischia di far deragliare tutto non è però Hormuz ma il Libano. Teheran non accetta accordi che escludano il fronte libanese, e l’accordo quadro firmato dal presidente Aoun a Washington — che di fatto sancisce l’occupazione israeliana del Libano meridionale e che Netanyahu ha salutato come «un colpo all’Iran» — è esattamente il tipo di provocazione che rende ogni altra intesa più difficile da reggere. I conti con Hezbollah, che ha già respinto l’accordo avvertendo che la sua applicazione richiederebbe una guerra civile, sono stati rinviati, non eliminati. E i conti con l’Iran, che in quella questione si considera direttamente coinvolto, rischiano di presentarsi con interessi composti nel momento meno opportuno.

Trump sembra convinto di poter gestire simultaneamente l’escalation con Teheran, la pressione su Beirut, il sostegno a Netanyahu e la trattativa sul nucleare. È la stessa convinzione che lo aveva portato a firmare il memorandum «sotto la spinta dell’urgenza», come chi tappa una falla senza accorgersi che il soffitto sta cedendo. La Repubblica Islamica, nel frattempo, ha dimostrato di non lasciar passare nulla senza risposta. Neanche una. Chi non l’ha ancora capito ha sessanta giorni — rinnovabili — per farlo.

 

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