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Il centrosinistra italiano vuole vincere con Renzi al 2%, Onorato neocentrista, nessun programma su guerra, economia, lavoro. Schlein incontra Draghi. Il M5S rischia di essere risucchiato. L’elettorato diserta e la destra occupa il tema della pace.
Renzi il centro che non esiste: il centrosinistra contro se stesso
C’è una domanda che il centrosinistra italiano non si pone mai, probabilmente perché la risposta sarebbe insostenibile: se l’obiettivo dichiarato è battere la destra, perché ogni decisione strategica sembra progettata per rendere quell’obiettivo più lontano? La risposta più generosa è l’incompetenza. Quella più precisa riguarda chi, dentro quella coalizione, ha effettivamente interesse a vincere e chi ha invece interesse a restare presentabile nella sconfitta, garantendosi visibilità mediatica, ruoli di interdizione e accesso alle stanze che contano indipendentemente dall’esito elettorale.
Partiamo da Matteo Renzi, dato per indispensabile dai circuiti che contano nonostante i sondaggi più generosi lo collochino intorno al due per cento — percentuale dalla quale vanno detratti i voti che la sua sola presenza allontana dall’area progressista, portando il contributo netto della sua partecipazione abbondantemente in territorio negativo.
Renzi è l’uomo che ha fatto cadere due governi di centrosinistra, ha introdotto il Jobs Act e la Buona Scuola, ha coltivato relazioni internazionali con Israele, Arabia Saudita e ambienti statunitensi che mal si conciliano con qualsiasi progetto di alternativa reale. Eppure viene presentato come un asset. La spiegazione non è elettorale — i numeri parlano chiaro — ma mediatica: Renzi esiste politicamente nella misura in cui le élite che rappresenta gli garantiscono uno spazio televisivo e giornalistico che nessun consenso popolare giustificherebbe. Senza quel sostegno sarebbe il vago ricordo di un brutto incubo, come qualcuno ha avuto la lucidità di scrivere.
Il mantra del centro e l’elettorato che sparisce
Alla riedizione del problema-Renzi si aggiunge ora la figura di Alessandro Onorato, altro carneade, esponente della galassia neocentrista che agita le stesse smanie con minore storia alle spalle ma identica funzione sistemica, generosamente ospitato dalla Gruber in prima serata. La giustificazione ufficiale è sempre la stessa: si vince al centro. È un mantra ripetuto con tale frequenza da essere ormai impermeabile alle smentite empiriche. La ricerca sistematica del centro ha prodotto, negli ultimi vent’anni, un risultato preciso e documentabile: l’erosione progressiva dell’elettorato di sinistra verso l’astensione, accompagnata da un risentimento verso il centrosinistra che in certi segmenti popolari ha raggiunto un’intensità viscerale. L’astensionismo italiano non è un fenomeno meteorologico: è la risposta razionale di un elettorato che ha smesso di credere che votare cambi qualcosa. E quando arirva la notizia che Schlein si è seduta a un tavolo con Draghi — l’uomo che nottetempo, con la complicità di Renzi, defenestrò il governo Conte II per uno più gradito ai mercati finanziari e alle politiche di austerità — quell’elettorato prende nota e resta a casa.
Il nodo programmatico è altrettanto irrisolto. In politica estera il PD è in sostanziale continuità con Meloni e Tajani: stesso atlantismo acritico, stesso sostegno al riarmo europeo, stessa incapacità di articolare una posizione autonoma sulla guerra in Ucraina. Chi si aspettava una distinzione netta si trova davanti a sfumature che richiedono il microscopio per essere rilevate.
Sul piano economico, la proposta di una tassa sui grandi patrimoni è già stata accantonata in via preventiva — «non dobbiamo spaventare i moderati» — prima ancora che qualcuno la discutesse nel merito. Su pensioni, ambiente, istruzione, intelligenza artificiale e disoccupazione tecnologica il dibattito pubblico del centrosinistra è un deserto. Nel frattempo si parla di Renzi, di Onorato e di dove collocare i centristi nella lista.
C’è infine un rischio che andrebbe preso sul serio e che invece viene sistematicamente ignorato: che la destra si appropri del tema della pace. Meloni ha già cominciato a prendere le distanze dal riarmo illimitato, con la furbizia di chi sente un’opportunità. Se il centrosinistra arriva alle elezioni senza una posizione chiara contro l’escalation militare, il bacino degli astenuti e dei delusi resterà dov’è, oppure scivolerà verso chi quella posizione la occupa, fosse anche Vannacci. Un capolavoro antifascista, davvero. Nel senso peggiore possibile.

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