Il Libano occupato e l’Europa non protesta e nemmeno finge di salvare la faccia

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L’accordo di Washington consegna il Libano meridionale a Israele a tempo indeterminato. L’esercito libanese non può disarmare Hezbollah. La guerra civile è già cominciata, per la gioia di Netanyahu. L’Europa, che difende l’Ucraina a oltranza, anche contro i propri interessi, non muove un dito.

Hezbollah non si disarma, l’Europa non protesta: il Libano e il doppio standard occidentale

C’è un filo che collega Gaza, la Cisgiordania e ora il Libano meridionale, ed è abbastanza visibile da non richiedere analisi sofisticate per essere individuato. Israele non conquista territori con un atto unico e dichiarato: li erode progressivamente, usando come pretesto la necessità di combattere un nemico che per definizione non può essere sconfitto definitivamente, perché la sua sconfitta definitiva priverebbe l’operazione militare del suo stesso fondamento giustificativo. Hamas non doveva morire: doveva sopravvivere abbastanza da giustificare la prossima operazione.

Lo stesso vale per Hezbollah. L’accordo quadro firmato a Washington stabilisce che le Forze di Difesa Israeliane rimarranno nei territori libanesi occupati fino al disarmo completo di Hezbollah, compito affidato all’esercito libanese. Chiunque abbia una conoscenza anche elementare degli equilibri politici e militari del paese sa che si tratta di una condizione strutturalmente impossibile da soddisfare. E Israele lo sa meglio di chiunque altro.

Non è un paradosso: è una strategia collaudata. Hezbollah non è una milizia importata dall’esterno: è radicata in profondità nella società libanese, nel Libano meridionale in particolare, con una presenza capillare che attraversa assistenza sociale, rappresentanza politica e struttura militare. Chiedere all’esercito libanese di smilitarizzarla non è un obiettivo negoziale: è la premessa di una guerra civile. I primi scontri a Beirut si sono già verificati. Nel caos crescente, l’IDF avrà buon gioco a reiterare le operazioni delle settimane precedenti con la copertura diplomatica di un accordo che le attribuisce formalmente un ruolo di supervisione sulla sicurezza. Il meccanismo è identico a quello palestinese: occupazione progressiva, legittimata da una minaccia che viene mantenuta viva proprio perché la sua eliminazione farebbe venire meno il pretesto.

L’Iran difende il Libano. L’Europa guarda altrove

La variabile che complica il calcolo israeliano e americano è Teheran. L’Iran ha posto il ritiro israeliano dal Libano come condizione non negoziabile per qualsiasi accordo complessivo nella regione, e i Pasdaran hanno dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto pressione finché Israele non avrà rinunciato ai propri progetti di annessione e non si sarà ritirato dal territorio libanese. È una posizione che trasforma la questione libanese da dossier bilaterale a fattore di blocco dell’intera architettura negoziale tra Washington e Teheran. L’integrità territoriale del Libano — per ironia della storia — è oggi difesa con più coerenza da uno stato classificato come canaglia dalla diplomazia occidentale di quanto non lo sia da qualsiasi cancelleria europea.

Ed è qui che l’ipocrisia europea raggiunge la sua espressione più compiuta. Per quattro anni abbiamo assistito a una mobilitazione retorica senza precedenti in difesa della sovranità ucraina: discorsi al Parlamento europeo, dichiarazioni solenni sui valori fondativi dell’ordine internazionale, miliardi in armi e sanzioni, Von der Leyen a Kiev con Merz al seguito. Tutto legittimo, se non fosse che quegli stessi valori — sovranità territoriale, diritto internazionale, protezione dei civili — vengono sistematicamente ignorati quando il paese invaso si chiama Libano e l’invasore si chiama Israele.

L’Europa non ha mosso un dito contro il genocidio a Gaza. Non ha prodotto una posizione unitaria sull’occupazione del Libano meridionale. Non ha contestato un accordo che legittima una presenza militare straniera a tempo indeterminato su territorio di uno stato sovrano. Ha semplicemente guardato altrove, con la stessa flemma con cui gestisce ogni altra contraddizione tra i propri proclami e la propria condotta.

Il risultato di questa doppia misura non è solo morale: è politico e strategico. Ogni volta che l’Europa applica i propri principi selettivamente, erode la credibilità con cui quegli stessi principi potrebbero essere invocati in futuro. Ogni silenzio sul Libano rende più difficile parlare di regole internazionali senza che qualcuno, da qualche parte del mondo, rida in faccia a chi le pronuncia. Il Libano rischia di fare la fine di Gaza e della Cisgiordania: digerito pezzo per pezzo, con la complicità attiva di alcuni e il silenzio colpevole di tutti gli altri. L’Europa appartiene saldamente alla seconda categoria. E non sembra nemmeno più preoccuparsi di fingere il contrario.

 

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