Vucic accoglie Zelensky con tutti gli onori ma non cambia una virgola con Mosca

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Zelensky prima visita Belgrado e dopo, a Kiev, ospita il vertice della Coalizione dei Volenterosi, per l’indipendenza. Vucic gioca su due tavoli tra Bruxelles e Mosca, mentre Lavrov accusa l’UE di ricattare la Serbia sul Kosovo e sulle sanzioni.

Zelensky show, tappa numero due: da Kiev applaudita a Belgrado tollerata

Ieri, 24 agosto, giorno del trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza ucraina, Kiev ha ospitato l’ennesimo vertice della Coalition of the Willing, i cosiddetti “Volenterosi”,  il gruppo di oltre trenta Paesi che dal marzo 2025 coordina il sostegno militare e politico a Volodymyr Zelensky.

Alla riunione, co-presieduta dal neo premier britannico Andy Burnham, al suo primo viaggio all’estero dall’insediamento, e dai leader di Francia e Germania collegati da remoto, hanno partecipato una decina di capi di Stato e di governo, oltre al presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa. I co-presidenti hanno condannato gli attacchi russi contro infrastrutture civili e siti del patrimonio culturale, tra cui la Lavra di Kiev-Pečersk, e ribadito l’impegno a rafforzare la difesa aerea ucraina proprio mentre le scorte di intercettori Patriot si assottigliano pericolosamente in vista dell’inverno. Assente, notato con imbarazzo dalla stampa internazionale, qualunque rappresentante di peso dell’amministrazione statunitense, dettaglio che dice più di qualunque comunicato ufficiale sullo stato reale dell’alleanza atlantica.

Meno di tre settimane prima, l’8 agosto, lo stesso Zelensky era arrivato a Belgrado per la sua prima visita ufficiale in Serbia da presidente, accolto con tutti gli onori militari. Il presidente Aleksandar Vucic, in conferenza stampa congiunta, ha ammesso senza troppi giri di parole di non credere in una fine imminente del conflitto, anticipando anzi un inverno durissimo soprattutto per gli ucraini. Una visita che è apparsa come un segnale calcolato verso Bruxelles e Mosca insieme, senza che comportasse alcun impegno concreto: Belgrado continua a rifiutare le sanzioni contro la Russia, mantiene la propria dipendenza dal gas russo a condizioni vantaggiose e, secondo fonti diplomatiche, ha vietato con decreto speciale qualunque partecipazione serba all’armamento di Kiev.

Un partner scomodo scelto per calcolo, non per affinità

Il punto che merita attenzione non è tanto perché Zelensky sia andato a Belgrado, quanto perché Belgrado abbia accettato di ospitarlo con tanta pompa proprio in questo momento. Vucic affronta le proteste più consistenti del suo decennio di potere, e una visita ad alto profilo gli permette di mostrarsi rilevante agli occhi delle cancellerie occidentali proprio mentre la sua legittimità interna vacilla, senza che questo gli costi granché in termini di politica reale verso Mosca.

È esattamente la definizione di quello che un analista ha descritto come un abile democristiano balcanico, capace di spostamenti pragmatici purché tutto resti funzionale al mantenimento del potere. Washington, dal canto suo, ha tollerato per anni questo doppio gioco serbo per il timore, esplicitato anche da think tank vicini all’amministrazione americana, che una linea troppo dura spingerebbe Belgrado definitivamente tra le braccia del Cremlino.

Da Mosca la reazione ufficiale è stata sorprendentemente misurata. Mentre le componenti più identitarie del dibattito politico russo hanno gridato al tradimento della fratellanza slava, il Cremlino ha scelto toni più calcolati, evitando di spingere ulteriormente Belgrado verso l’euroatlantismo.

Il ministro degli Esteri Lavrov ha accusato l’Unione Europea di ricattare la Serbia condizionando l’accelerazione dei negoziati di adesione al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e all’allineamento totale sulle sanzioni antirusse, definendo questo atteggiamento vicino a quello di un “Quarto Reich”, mentre ha ricordato che Mosca continua a vendere gas alla Serbia a condizioni favorevoli senza chiedere nulla in cambio, se non il rispetto del divieto sull’invio di armi a Kiev.

Tre bombe a orologeria sotto la superficie diplomatica

Dietro l’apparente normalità di questi incontri diplomatici si nasconde una Serbia strutturalmente fragile, descritta da osservatori regionali come attraversata da tensioni interne pronte a esplodere in qualunque momento: la minoranza ungherese in Vojvodina, potenzialmente meno frenata dopo un eventuale cambio politico a Budapest, il Sangiaccato gestito ormai solo tramite concessioni continue alla componente musulmana locale, e le aree di Preševo, Medveđa e Bujanovac dove i serbi sono ormai minoranza ai confini con il Kosovo. Sono, in sostanza, le conseguenze politiche mai del tutto risolte dei bombardamenti NATO del 1999, che continuano a modellare la geografia interna del Paese trent’anni dopo.

C’è infine un’ipotesi meno battuta ma tutt’altro che implausibile, quella che vede in Vucic un possibile canale alternativo verso Mosca per una Kiev sempre più consapevole, secondo alcuni ambienti diplomatici, di essere diventata scomoda persino ai propri finanziatori occidentali. Ogni conflitto, prima o poi, finisce con un tavolo negoziale, e non è escluso che Belgrado stia già facendosi trovare pronta a offrire quel tavolo, indipendentemente da chi tra Bruxelles e Mosca finirà per considerarlo un favore o un tradimento.

 

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