Mentre l’Europa sanziona, Putin prepara i reduci: il dopoguerra che nessuno vede ancora

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Mentre l’Occidente insegue sanzioni e comunicati, Mosca lavora già al dopoguerra: veterani inseriti nei ranghi di Russia Unita, mobilità sociale garantita a chi ha combattuto. Il timore del Cremlino è una generazione di reduci armati e insoddisfatti. Un problema che riguarda anche Kyiv.

La Russia già alle prese con il dopoguerra, e a Kyiv come a Bruxelles nessuno osserva

Mentre in Europa il dibattito pubblico resta ancorato all’ultima sparata social di Calenda o all’ultima sanzione da annunciare in  pompa magna, Mosca lavora da tre anni a un problema di tutt’altra portata: cosa fare di migliaia di uomini impegnati in un conflitto cruento, quando dovranno tornare a una vita civile che nel frattempo non sarà cambiata di una virgola. Non è un’ipotesi, è un’infrastruttura già costruita e operativa.

Il Cremlino ha istituito nell’aprile 2023 il Fondo statale “Difensori della Patria“, lanciato nel febbraio 2024 la Scuola superiore di pubblica amministrazione “Tempo degli Eroi“, (scelte lessicali che, ironia della storia, non sono poi molto diverse dalla retorica bellica americana, dagli eroi della Marvel…) un percorso selettivo per trasformare reduci in quadri dirigenti dello Stato,  creato nel novembre 2023 un’associazione nazionale dei veterani dell’operazione speciale, e varato nell’ottobre 2024 il movimento della “fratellanza militare” Svoi. Quattro pilastri di un unico disegno: integrare, incasellare, promuovere.

Due diplomati del programma, Marija Kostjuk ed Evgenij Pervyšov, sono già diventati governatori regionali dopo le ultime elezioni. Sergej Kirienko, vicecapo di gabinetto dell’amministrazione presidenziale, ne supervisiona personalmente lo sviluppo.

Questo non è propaganda occidentale che dipinge un Cremlino manipolatore: è la lettura più prudente dei fatti, quella che distingue tra un sistema che offre canali di ascesa sociale ai propri reduci e uno che teme, a ragione, cosa accadrebbe senza di essi.

L’ascensore sociale in mimetica: il prezzo di non dare nulla in cambio

Perché la paura, più che la generosità, è il motore reale di questa architettura. Un rapporto dell’Institute for the Study of War citato dal Newsweek, lo ha messo nero su bianco: è improbabile che Putin si smobiliti anche in caso di cessate il fuoco, perché teme i propri veterani. I numeri, quando si va a cercarli con onestà intellettuale, danno ragione a questa lettura più che a quella trionfalistica diffusa dai canali ufficiali russi. Tra gennaio e giugno di quest’anno si sono registrati oltre 300mila reati gravi in Russia, un balzo del 32,3% rispetto ai livelli prebellici; non meno di 750 persone sono rimaste uccise o gravemente ferite in episodi di violenza in cui gli aggressori erano ex combattenti del fronte, molti dei quali, va detto per completezza, non per sensazionalismo,  reclutati direttamente dalle carceri in cambio della sospensione della pena.

È in risposta a questo scenario, non in alternativa ad esso, che lo Stato ha costruito il proprio ascensore sociale in mimetica: dare a chi ha combattuto un ruolo, una funzione, una prospettiva concreta di potere locale o nazionale, prima che la frustrazione di un ritorno a mani vuote si trasformi in instabilità diffusa e incontrollabile.

Putin stesso, parlando pubblicamente del programma, ha scelto di richiamare i veterani della Grande Guerra Patriottica diventati scienziati e ingegneri nel dopoguerra sovietico: un paragone che rivela, più di quanto forse intenda, quanto la leadership russa consideri questo passaggio storico un rischio sistemico da gestire con gli strumenti dello Stato, non un dettaglio da lasciare al caso.

Il trauma del 1917 e l’ombra lunga di Kabul

Il precedente che pesa di più nella memoria istituzionale russa non è propagandistico, è storico e documentato: la Prima guerra mondiale, per l’Unione Sovietica nascente, divenne il mito fondativo di un proletariato armato che prese coscienza della propria oppressione e si ribellò, ma per lo Stato russo che venne prima e dopo quella cesura, il 1917 resta il trauma per eccellenza, la distruzione di un impero e l’instaurazione di un ordine radicalmente diverso da quello che le élite dell’epoca avrebbero voluto conservare.

È lo stesso incubo, in forma più contenuta, che si ripresentò con il ritorno dei reduci dall’Afghanistan tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta: un’esperienza vissuta dalla propaganda dell’epoca come minaccia sociale ben più distruttiva di quanto i dati abbiano poi confermato, ma che lasciò comunque un segno profondo nella percezione del rischio da parte dell’apparato statale sovietico prima e russo poi.

Il parallelo più istruttivo, tuttavia, arriva da fuori: il ritorno dei veterani americani dal Vietnam non produsse instabilità perché i reduci in sé fossero pericolosi, ma perché innescò un cambio di paradigma politico e filosofico che investì l’intera società statunitense, costretta a interrogarsi collettivamente sul senso di un sacrificio che il Paese, nel frattempo, non aveva saputo onorare. È esattamente questo lo scenario che Mosca sta cercando di disinnescare in anticipo, e che né Kyiv né l’opinione pubblica europea sembrano prendere sul serio: quando la guerra finirà , comunque e quando finirà, centinaia di migliaia di combattenti russi, ucraini ed europei arruolati a vario titolo torneranno a società che, salvo un lavoro strutturale come quello che Mosca sta costruendo sui propri reduci, non avranno alcuno strumento pronto per accoglierli.

Il rischio si presenta ancora più esplosivo sul versante ucraino, dove il dopoguerra non troverà uno Stato centrale solido ad assorbire la transizione, ma un territorio parzialmente smembrato, spopolato da anni di esodo forzato. In quel vuoto istituzionale, i reduci delle formazioni più nazionaliste ed estremiste rischiano di trasformarsi da avanguardia di resistenza a manovalanza armata di bande locali, alimentando un’economia di guerra permanente e un possibile focolaio di terrorismo interno.

Continuare a ragionare solo in termini di sanzioni, tariffe doganali e comunicati stampa, ignorando la sproporzione tra chi pianifica il giorno dopo e chi si limita a rincorrere l’ultima crisi diplomatica, rischia di rivelarsi l’errore strategico più grave dell’intero confronto in corso.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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