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Il manifesto di Futuro Nazionale cita Pasolini e la “concezione romana del diritto”, promette flat tax e mutuo tricolore, ma tace su lavoro strutturale, guerra, Israele e mafie. Vannacci intercetta un vuoto identitario in un Paese che rincorre la propria nemesi storica.
Futuro Nazionale, ovvero il ventennio riverniciato di flat tax
L’11 agosto Roberto Vannacci ha reso pubblica la prima parte della “Base Ideologica e Programmatica di Futuro Nazionale per l’Italia del futuro (2027-2037)”, un titolo che da solo meriterebbe una nota a margine sulla sindrome da manuale orwelliano applicata al lessico identitario.
Il documento fissa quattro “linee rosse non negoziabili”: la vita dal concepimento alla morte naturale, la famiglia naturale, l’identità cristiana, la concezione romana del diritto. Per suggellare l’operazione, il generale cita Pier Paolo Pasolini e la sua “Destra divina che è dentro di noi, nel sonno”, da risvegliare finalmente dopo decenni di torpore, scelta di citazione audace, considerato che PPP ormai è oggetto citazionista per chiunque, anche chi non l’ha mai letto, ma che restituisce plasticamente il metodo Vannacci: prendere un simbolo prestigioso, svuotarlo del contesto che lo genera, e riempirlo con quello che serve.
La “concezione romana del diritto” evocata come pilastro identitario, unita al richiamo insistito alla romanità e alla tradizione, non è un dettaglio stilistico casuale: è esattamente il repertorio lessicale su cui il fascismo storico costruì la propria estetica del potere negli anni Venti, riproposto oggi con l’aggravante di uno smartphone in tasca e un profilo Instagram da curare.
Sul piano economico, dove pure il generale ha voluto insistere per smentire l’accusa di essere solo lo slogan ambulante della remigrazione, il quadro che emerge è quello di una cassetta degli attrezzi fiscale piuttosto convenzionale mascherata da rivoluzione identitaria: riduzione del cuneo fiscale, aliquota forfettaria unica per le piccole e medie imprese (che secondo Vannacci rappresenterebbero il 96% dell’economia nazionale, cifra che meriterebbe una fonte più solida di un comizio), un “mutuo tricolore” garantito dallo Stato a tassi variabili in base al numero di figli, il quoziente familiare con drastica riduzione dell’Irpef per prole, detrazioni sportive a prescindere dal reddito, uscita dal Green Deal, abolizione della carbon tax, stop agli incentivi sulle rinnovabili in bolletta e un deciso sì al nucleare di seconda generazione.
Un pacchetto che strizza l’occhio al ceto medio-basso con la stessa disinvoltura con cui promette prosperità senza mai spiegare da dove arriverebbero le coperture, un classico del genere, buono per ogni stagione elettorale italiana degli ultimi trent’anni, a prescindere dal colore della bandiera sventolata.
Il programma che dice tutto tranne quello che conta
Ciò che colpisce, più delle proposte elencate, è ciò che sistematicamente manca. In un documento che si propone come base ideologica per due legislature, il lavoro compare quasi esclusivamente come leva fiscale, meno tasse, più assunzioni “italiane”, mai come questione strutturale di qualità contrattuale, sicurezza sul lavoro o redistribuzione del valore prodotto.
La guerra, tema che dovrebbe interrogare qualunque forza che si professi sovranista in un continente sotto pressione geopolitica permanente, si riduce a un generico stop agli aiuti economici e militari all’Ucraina, senza una sola parola su cosa significhi, concretamente, la sicurezza nazionale italiana in uno scenario di riarmo europeo diffuso.
Israele e il Medio Oriente restano fuori campo, come se la crisi più sanguinosa e divisiva degli ultimi anni non riguardasse un partito che pure ambisce a governare la politica estera italiana. E le mafie, la criminalità organizzata che continua a drenare risorse ed erodere legalità in intere regioni del Paese, semplicemente non esistono nel lessico di Futuro Nazionale, sostituite da un generico richiamo a “tolleranza zero sui reati” che suona più come garanzia da campagna elettorale che come politica pubblica.
Un Paese senza memoria che rincorre la propria nemesi
Il vero problema, però, non è tanto Vannacci quanto il terreno che lo rende comprensibile, se non proprio inevitabile. Un’Italia priva della memoria storica necessaria a riconoscere nei propri termini identitari, romanità, tradizione, tolleranza zero, l’eco diretta di un ventennio che si è concluso con macerie fisiche e morali, è un Paese strutturalmente predisposto a scambiare la nostalgia per programma politico.
Il generale non inventa nulla: intercetta un vuoto, quello lasciato da una destra di governo che ha rinunciato da tempo a qualunque afflato identitario forte in cambio della rispettabilità europea, e lo riempie con parole d’ordine che non richiedono coerenza interna, solo appartenenza emotiva. È la stessa coazione a ripetere che periodicamente riporta questo Paese a cercare nella semplificazione autoritaria la soluzione a problemi che richiederebbero, al contrario, complessità analitica e memoria storica condivisa.
Meloni, dal canto suo, ha liquidato Vannacci come “un’operazione costruita per favorire la sinistra”, giudizio tattico più che analitico, che dice più sulla paura elettorale della premier che sulla reale natura del fenomeno. La domanda vera è perché si continui a cercare nella propria storia peggiore un modello di futuro, invece di considerarla, definitivamente, un errore da non ripetere.

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