Il buco nero libico: droni, autobombe e dimissioni smontano l’unificazione

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In 72 ore la Libia perde tre pilastri della fragile stabilizzazione: la maggiore raffineria in fiamme sotto attacchi di droni, il capo dell’intelligence di Haftar ucciso a Bengasi, il governatore della Banca centrale dimissionario. Il processo di unificazione, di nuovo in fumo.

Libia, i tre giorni che smontano l’illusione di uno Stato unico

Bastano settantadue ore per capire quanto sia fragile l’architettura su cui l’Occidente ha costruito la narrazione di una Libia in via di pacificazione. Nel giro di pochi giorni, tra Tripolitania e Cirenaica, sono saltati contemporaneamente tre pilastri che venivano indicati come segnali di stabilizzazione: la principale raffineria del Paese è andata a fuoco sotto una pioggia di attacchi con droni, il capo dell’intelligence militare delle forze di Khalifa Haftar è stato ucciso da un ordigno piazzato sulla sua auto, e il governatore della Banca centrale libica si è dimesso in piena bufera sulla gestione dei proventi petroliferi.

Tre episodi apparentemente slegati, tre epicentri geografici diversi, ma un’unica sostanza politica: la Libia resta un Paese diviso in feudi armati che si contendono risorse, non un’entità statale in costruzione, per quanto le diplomazie internazionali continuino a raccontarla come tale.

A Zawiya, cinquanta chilometri da Tripoli, la National Oil Corporation ha confermato che l’impianto, la maggiore raffineria del Paese, ha subito il crollo totale del serbatoio “402-T”, che secondo le stime conteneva circa 4,5 milioni di litri di benzina, mentre le cronache locali riportate dal Manifesto segnalano un ulteriore raid contro un deposito di gasolio nello stesso sito.

Non è stato un attacco isolato: l’infrastruttura era già bersaglio di droni da sabato, all’indomani di scontri tra due formazioni armate entrambe formalmente riconducibili al governo di Tripoli guidato da Abdulhamid Dbeibah, ma in aperta competizione per il controllo delle rendite energetiche del territorio, la 103ª Brigata di Fanteria di Othman al-Lahab contro il “Comitato per la lotta alle minacce alla sicurezza” di Mohammed Bahroun, meglio noto con il soprannome poco rassicurante di “al-Far”, il topo.

Definire questi due gruppi “vicini al governo” è un esercizio di cortesia diplomatica che la realtà sul terreno smentisce ogni volta che le milizie in questione decidono di risolvere le proprie dispute commerciali a colpi di drone contro un serbatoio da milioni di litri.

Bengasi, un’autobomba che spegne il dialogo tra i due eserciti

Sul fronte opposto del Paese, la Cirenaica ha registrato un colpo altrettanto pesante per il processo di unificazione militare: Fawzi al-Mansouri, capo dell’intelligence delle forze dell’Esercito nazionale libico guidato dal clan Haftar, è morto nell’esplosione di un ordigno collocato sulla sua automobile mentre rientrava dalla preghiera nella moschea di Aisha Umm al-Mu’minin, nel centro di Bengasi. Non si tratta di una vittima qualunque nell’organigramma dell’LNA: Mansouri era stato tra i protagonisti dell’Operazione Dignità con cui, a partire dal 2014, Khalifa Haftar contrastò le formazioni islamiste, ed era considerato figura chiave, al fianco di Saddam Haftar, nell’espansione militare verso il Fezzan, oltre che uno degli attori più coinvolti nel percorso, sostenuto da Nazioni Unite, Regno Unito e Stati Uniti, verso la creazione di un unico esercito nazionale a partire dalle forze dell’est e dell’ovest.

Il giornalista libico Farid Adly ha ipotizzato al Manifesto che dietro l’attentato possano esserci milizie tripoline scontente dell’andamento delle trattative, ma nessuna rivendicazione ufficiale è arrivata. Le autorità di Bengasi, a partire dal capo del governo di nomina parlamentare Osama Hammad, si sono limitate alla consueta liturgia del comunicato istituzionale, bollando l’omicidio come «atto vile» attribuito a un generico «terrorismo», formula che consente di esprimere indignazione senza compromettersi con un nome, una fazione, una responsabilità politica precisa.

La Banca centrale, l’ultimo argine che vacilla

Il terzo tassello, meno cruento ma non meno significativo, riguarda la Banca centrale libica: il governatore Naji Issa ha rassegnato le dimissioni proprio nell’anno in cui, sotto la sua guida, l’istituto era riuscito a raggiungere un accordo per un bilancio unificato tra le due amministrazioni rivali, passaggio che, insieme alle esercitazioni militari congiunte tra est e ovest, veniva presentato come lo spiraglio più concreto verso una progressiva integrazione istituzionale del Paese.

Secondo fonti vicine a Issa citate dal quotidiano panarabo Al-Araby Al-Jadeed, finanziato dal Qatar, le dimissioni nascerebbero dalla mancanza di cooperazione tra le diverse fazioni sul controllo della spesa pubblica e sull’erogazione dei proventi petroliferi all’istituto centrale, in un contesto di dispute politiche che continuano a esercitare pressione crescente sulla tenuta economica e finanziaria del Paese.

Che il tentativo più avanzato di unificazione fiscale libica sia saltato proprio mentre bruciava la principale raffineria nazionale e veniva assassinato uno degli architetti militari del processo di pacificazione non è una coincidenza da archiviare distrattamente: è la fotografia più nitida di un Paese in cui ogni istituzione che prova a superare la logica dei feudi armati finisce, sistematicamente, per essere disinnescata da chi su quei feudi continua a costruire potere e rendita.

La comunità internazionale, che da anni finanzia processi di unificazione destinati puntualmente a incepparsi davanti al primo drone o alla prima autobomba, dovrebbe forse iniziare a chiedersi se stia davvero costruendo uno Stato o soltanto finanziando l’ennesima pausa tra due cicli di violenza.

 

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