Gaza, il primo mattone della “pace” di Trump è una caserma per truppe occupanti

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Il primo appalto del Board of Peace di Trump non è un ospedale per Gaza: è una base militare per truppe marocchine, a un miglio da Israele, con via di fuga inclusa. Assegnato a un’azienda della Louisiana. La “ricostruzione” comincia da una caserma, non da una scuola.

Gaza, il primo appalto del dopoguerra non è un ospedale: è una caserma

Il primo contratto firmato dal Board of Peace istituito da Donald Trump per la ricostruzione di Gaza non riguarda un ospedale, una scuola o un impianto idrico per una popolazione che vive ancora, a dieci mesi dal cessate il fuoco, in accampamenti di fortuna privi di condizioni igieniche minime. Riguarda un avamposto militare da 150 posti letto destinato a ospitare truppe marocchine. Lo ha rivelato il Guardian, citando una fonte a conoscenza del dossier: l’appalto, non ancora formalizzato, è stato assegnato ad Arkel International, azienda della Louisiana già attiva al fianco del governo statunitense in teatri come l’Iraq.

Il progetto originario di “Nuova Gaza” presentato a gennaio da Jared Kushner a Davos — grattacieli scintillanti, lungomare, un'”area ricca di industrie” da vendere come speranza — si è nel frattempo rattrappito, come già documentato dallo stesso quotidiano britannico a luglio, fino a diventare un modesto progetto pilota nel Sud della Striscia. Ma è proprio nella distanza tra la promessa iniziale e la prima realizzazione concreta che si misura la vera natura dell’operazione.

I dettagli tecnici, più che i comunicati stampa, raccontano cosa sia davvero questo “Consiglio di Pace”. La base misura appena cento metri per centoventi, sorgerà a circa un miglio dal confine israeliano, dentro quel sessanta per cento del territorio di Gaza ancora sotto controllo diretto dell’esercito israeliano, e sarà dotata di una “via di evacuazione rapida” per il contingente in caso di attacco.

Documenti contrattuali visionati dal Guardian mostrano che questa struttura da 150 uomini è concepita come primo tassello di un progetto ben più ampio: una base da cinquemila unità per le cosiddette Forze di Sicurezza Interne, completa di postazioni di combattimento per veicoli e terrapieno difensivo perimetrale. Nella prima fase, tende, brande, bagni chimici.

Un funzionario del Board ha definito questo l’standard di “abitabilità” previsto in questa fase, parola che, applicata a una popolazione ancora accampata tra le macerie mentre si costruisce prioritariamente una postazione militare, suona come una involontaria dichiarazione di intenti.

Il lessico della pace applicato a un cantiere di occupazione

Chiamare “Board of Peace” un organismo il cui primo atto concreto è la costruzione di una struttura militare rotante alimentata da basi israeliane non è un dettaglio: è l’esatta sintesi del cortocircuito che regge l’intera operazione. La risoluzione ONU che ha autorizzato il Consiglio prevedeva la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione, ma il quadro giuridico che dovrebbe regolarla resta tuttora indefinito, così come i tempi del suo dispiegamento.

Nel frattempo, però, il primo mattone, letteralmente, non va a un presidio sanitario per una popolazione dove almeno l’ottanta per cento degli edifici è stato danneggiato o raso al suolo, ma a un avamposto per truppe straniere che ruoteranno da installazioni collocate in territorio israeliano, diventando di fatto un ingranaggio interno dell’architettura di occupazione più che un dispositivo terzo di garanzia. La differenza tra “forza di interposizione” e “componente aggiunta dell’apparato israeliano” non è cavillo diplomatico: è la sostanza politica dell’intera operazione, ridotta a un rettangolo di cento per centoventi metri con via di fuga inclusa.

Rabat, il servitore a due padroni che incassa altrove

Resta da capire cosa spinga il Marocco ad accettare un ruolo tanto scomodo quanto esposto, truppe schierate a un miglio dal confine israeliano, integrate operativamente in un dispositivo che Israele stesso, secondo quanto riporta il Guardian, ha contestato pubblicamente intensificando nel frattempo i raid aerei sulla Striscia dopo l’annuncio Usa sul disarmo di Hamas.

La lettura più immediata, per quanto non attribuibile alle fonti dell’articolo ma desumibile dalla logica degli interessi in campo, è che Rabat non stia investendo soldati per filantropia regionale: la monarchia alauita ha da tempo un interesse strategico primario nel vedersi riconosciuta a livello internazionale la sovranità sul Sahara Occidentale, dossier su cui Washington ha già offerto sponde politiche in passato, e non ha mai smesso di coltivare ambizioni sulle enclave spagnole di Ceuta e Melilla.

Prestare un contingente, per quanto simbolico, a un’operazione a trazione Trump-Kushner-Witkoff è un investimento diplomatico a basso costo e alto potenziale di ritorno. Il risultato pratico, in ogni caso, resta lo stesso indipendentemente dalle motivazioni marocchine: la ricostruzione promessa a Gaza comincia con una caserma, non con una scuola, e questo dettaglio da solo vale più di qualunque comunicato del Board.

 

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

 

Zela Santi
Zela Santi
Intelligenza Artificiale involontaria. Peso intorno ai 75 kg

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli