Caldo record, miliardi alle armi e cittadini anestetizzati: il declino italiano non esploderà da solo

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Mentre l’Italia soffoca sotto un caldo estremo, il governo sceglie di indebitare il Paese per comprare armi americane. Il dolore sociale non produrrà automaticamente rivolta: produrrà rassegnazione, isolamento e declino. Senza organizzazione dal basso, non arriverà nessun salvatore.

Caldo record, miliardi alle armi e cittadini anestetizzati: il salvatore siamo noi*

L’Italia è ormai da due mesi nella morsa di un caldo senza precedenti che manda fuori di testa e trasforma ogni giornata in una lotta per la sopravvivenza. Eppure, invece di agire per affrontare questa emergenza, il governo che si riempie la bocca di sovranità ha deciso di indebitarci tutti per oltre venti miliardi di euro (quasi 350 euro a testa) per comprare armi dagli Stati Uniti, affossando ulteriormente il nostro Paese per arricchire ancor di più la nazione più ricca e potente del mondo.

Nonostante questo clamoroso ceffone in pieno viso ai bisogni di tutti gli italiani, nessuna reazione minimamente all’altezza di una simile follia si è manifestata o si manifesterà. Le persone che ancora si danno la pena di informarsi ormai non reagiscono più a nulla, come pugili inebetiti dai cazzotti dell’avversario.

A parte quelli talmente esauriti da tifare davvero per il meteorite, molti si consolano con un’illusione mortale che alimenta inettitudine e rassegnazione: la gente sta ancora troppo bene, ma prima o poi il bubbone scoppierà e chi sta male scenderà in piazza e fermerà questo disastro. Ebbene, sappiatelo: non è vero. Non esiste nessun automatismo di questo tipo.

La psicologia e la storia ci dicono invece l’esatto opposto: la sofferenza prolungata e crescente non genera rabbia attiva, ma depressione, adattamento forzato e atomizzazione sociale in un circolo vizioso potenzialmente infinito. Più si sta male, meno energie mentali e fisiche si hanno per organizzarsi.

Non ci sarà nessuna ribellione spontanea e salvifica, la salvezza ce la dobbiamo guadagnare e più aspettiamo a muoverci più diventa improbabile che una mobilitazione di massa possa decollare, perché fronteggiare il peggioramento delle condizioni materiali ingoia il tempo e le energie necessarie per combattere. I soliti attivisti fanno quello che possono ma non sono martiri né santi, e tantomeno supereroi.

Le élite al potere hanno capito perfettamente questa dinamica e la sfruttano sistematicamente. Il paradosso, tutto a loro favore, è che le ribellioni progressiste spontanee hanno successo quando le condizioni di vita stanno migliorando, come è successo nel 1789 o nel 1968. Per mantenere il dominio, chi comanda sa che non deve affatto risolvere le crisi e dare speranza, ma piuttosto mantenere la società costantemente in declino.

Il circolo è vizioso: far peggiorare le condizioni sociali fino a rendere la sopravvivenza un lavoro a tempo pieno, distrarre l’attenzione pubblica incanalando la frustrazione verso conflitti sterili e orizzontali, reprimere duramente chiunque si ostini ad attivarsi con decreti sicurezza e criminalizzazione del dissenso. Tutto questo indebolisce i resistenti dando spazio per intensificare ulteriormente lo sfruttamento e la marginalizzazione.

Opposizioni light

In questo teatrino le opposizioni istituzionali non sono la soluzione, ma semplicemente i panchinari del sistema. Coloro che siedono in parlamento o nelle amministrazioni locali, i quadri e i funzionari di partito non hanno alcun reale interesse personale a promuovere una lotta contro le concentrazioni di potere che stanno annientando la società, perché porterebbe loro solo rischi e guai.

A parte lodevoli ma rarissime eccezioni, preferiscono mettere su opposizioni di facciata, gestendo quel po’ di potere che comunque hanno, aspettando che eventualmente il disastro logori la maggioranza al governo in modo da sostituirla, ma continuando ad applicare le stesse politiche e a fare gli interessi dei dominatori.

È un film che abbiamo visto troppe volte per far finta che stavolta andrà diversamente, quindi smettiamola di prenderci in giro: dall’alto non arriverà nessun salvatore. Andiamo pure a votare, per carità, ma nella consapevolezza che chiunque andrà al governo continuerà imperterrito a gestire il declino, a maggior gloria di chi ha già tutto ma vuole ancora di più.

Per uscire dalla trappola dobbiamo innanzitutto smettere di coltivare l’attitudine perniciosa di criticare chi si oppone al potere ma non lo fa nel modo “giusto”. Ancora adesso ci tocca ascoltare gente che pontifica dicendo che “la sinistra dovrebbe occuparsi degli operai invece che dei giovani, dei diritti lgbt o dei migranti”. Questa narrazione serve solo a seminare divisione tra chi lotta per migliorare la propria condizione, promuovendo un’assurda guerra tra ultimi su chi deve avere la priorità.

La lotta deve essere una e chiara: contro le élites, contro i grandi ricchi, contro chi guadagna sulla devastazione delle nostre vite. Il nemico è chi sta trasformando le nostre esistenze in un incubo distopico, non il compagno di banco o di reparto che rivendica un altro pezzo di dignità. Guardare in alto, uniti contro chi sta in alto, è l’unica prospettiva che non ci fa sbranare tra noi.

Altri ancora giustificano la loro simbiosi con il divano dicendo che tanto attivarsi non serve a nulla, serve solo a farsi il sangue amaro. Eppure, un segnale che rompere l’inerzia porta risultati concreti c’è stato, ed è recente. Milioni di persone sono scese in piazza per fermare il genocidio a Gaza, nonostante la repressione, il silenzio complice delle istituzioni e la stanchezza: hanno imposto il tema sull’agenda pubblica, rotto la narrazione dominante e costretto la politica a fare i conti con una mobilitazione reale. Quel cessate il fuoco, per quanto fragile, dimostra che l’azione collettiva ostinata può ancora spezzare l’inerzia. Ma non può essere un fuoco di paglia a salvarci: deve diventare una pratica continua e strutturata.

Dobbiamo smettere di essere spettatori passivi del nostro naufragio. Una volta riconosciuta la sostanziale inutilità del voto, un modo per trovare insieme la forza di resistere è quello di ricostruire il tessuto sociale dal basso, nei quartieri, nei luoghi di lavoro e di studio. Ci sono moltissime possibilità di azione che intaccano qui e ora la macchina tritasperanze. Possiamo lottare per decementificare le nostre città piantando alberi e creando giardini, opponendoci ai progetti speculativi che consumano suolo e alzano la temperatura.

Possiamo batterci contro la gentrificazione e la turistificazione che fanno lievitare gli affitti e moltiplicano gli sfratti, difendendo il diritto ad abitare contro la rendita. E possiamo costruire strumenti di informazione alternativa territoriale, raccontando meccanismi e conseguenze locali del declino organizzato e le esperienze di resistenza che provano a ribaltarlo. Spezzare il monopolio della narrazione è essenziale per uscire dall’isolamento e dimostrare che non siamo soli a volerci ribellare.

Possiamo difendere la sanità pubblica opponendoci alla chiusura dei servizi, partecipare a campagne di boicottaggio mirate contro le aziende complici della distruzione ambientale o del genocidio, impegnarci per liberare e ripristinare spazi pubblici abbandonati trasformandoli in luoghi di aggregazione e socialità alternativi ai locali per soli consumatori. Non sono stupidaggini di corto respiro: sono laboratori pratici dove imparare a confrontarsi su temi concreti, a collaborare, ad aggregare persone, a difendere dignità.

In questo quadro, le università e le scuole sono terreni fondamentali. Sono state trasformate in ingranaggi di un sistema che ha la funzione di promuovere una vuota meritocrazia nozionistica, disciplinando, selezionando e marginalizzando. I docenti ancora consapevoli che le popolano hanno però ancora l’opportunità di promuovere spazi di apertura mentale e di critica del sistema, sperimentando forme di didattica alternativa e percorsi di autoformazione collettiva.

Si può decostruire il mito tossico dell’eccellenza e del merito, che serve solo a mascherare i privilegi dei grandi ricchi e a far sentire in colpa chi non può farcela, rivendicando diritti e allargando gli orizzonti oltre l’individualismo. Si possono costruire reti di azione comune tra studenti, ricercatori precari, lavoratori e docenti, restituendo alla conoscenza il suo ruolo di decodifica della realtà, che svela le logiche di chi detiene il potere e crea i presupposti per un cambiamento.

So bene che questo ragionamento semplifica, e che tra il dire “organizziamoci” e il farlo ci sono ostacoli enormi: la stanchezza, il tempo che non c’è, le competenze che non si improvvisano, i conflitti interni, il timore di fallire. Non ho la presunzione di offrire un manuale né una ricetta valida per ogni quartiere o luogo di lavoro; questo è un invito a mettersi in cammino, non una mappa dettagliata del percorso. Le risposte su come farlo, come sostenersi, come non perdersi, si trovano solo camminando insieme: i nodi si sciolgono discutendoli con altri, non rimuginandoli da soli.

E siamo onesti fino in fondo: non ci salverà nessun testo, questo compreso. Queste pagine servono solo se diventano un pretesto-  se le passi a un collega, a un vicino, a un compagno di studi e diventano l’occasione per quella conversazione che rimandi da tempo. A muoverci non è ciò che leggiamo: è la faccia di qualcuno che ti guarda e ti chiede: lo facciamo insieme?

La speranza non è una favola che ci racconteranno a fine giornata, ma una pratica che dobbiamo costruirci con l’impegno e l’organizzazione. Se aspettiamo che sia il dolore a svegliarci, ci sveglieremo in un incubo senza via di fuga. L’unica via d’uscita è dedicare energie reali, continue e ostinate all’attività politica quotidiana, ora, prima che la finestra di opportunità si chiuda del tutto.

Iniziamo a parlare con chi ci sta accanto, organizziamoci sui luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri. Il tempo sta scadendo, continuare ad aspettare Godot sarebbe un autentico suicidio.

* Articolo dal blog di Alessandro Ferretti

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Alessandro Ferretti
Alessandro Ferretti
Researcher presso Università degli Studi di Torino. Associate presso CERN

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