Turchia-PKK: quarant’anni di guerra a bassa intensità finiscono (forse) in un’aula parlamentare

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Il parlamento turco approva a maggioranza una legge che sospende pene e indagini per migliaia di militanti del PKK, con AKP e DEM d’accordo. Ma l’amnistia esclude Öcalan e resta condizionata al disarmo verificato da Ankara. Pace vera o tregua a tempo?

Turchia-PKK: la pace di Erdoğan che perdona l’esercito ma non il suo generale

Il parlamento turco ha approvato lunedì, con 468 voti favorevoli contro 88, una legge che sospende pene detentive e indagini per migliaia di combattenti del PKK, il movimento armato curdo che Ankara, Washington e Bruxelles classificano ufficialmente come organizzazione terroristica.

Il dato che merita di essere sottolineato prima di ogni altro, perché racconta più di qualunque dichiarazione ufficiale, è la composizione della maggioranza: hanno votato a favore sia l’AKP di Recep Tayyip Erdoğan sia il DEM, il principale partito curdo turco, due formazioni che per decenni si sono trovate su fronti politicamente opposti.

Quando il partito del presidente e quello della minoranza che ha subito la repressione più dura convergono sullo stesso testo, significa che la guerra combattuta da oltre quarant’anni — con un bilancio di migliaia di morti da entrambe le parti — ha finalmente prodotto un logoramento reciproco sufficiente a rendere la pace politicamente più conveniente del conflitto.

Il percorso che porta a questo voto comincia lo scorso anno, quando Abdullah Öcalan, fondatore storico del PKK detenuto dal 1999 nell’isola-carcere di İmralı, ha chiesto pubblicamente ai propri compagni di deporre le armi e avviare un negoziato strutturato. La leadership operativa del movimento ha risposto pochi mesi dopo annunciando il proprio disarmo, processo che tuttavia procede a rilento e tra diffidenze reciproche tutt’altro che sopite: chi ha combattuto per quattro decenni non depone i fucili sulla parola, e chi ha rappresentato per quattro decenni lo Stato che li ha braccati non concede amnistie sulla fiducia.

La legge approvata ieri è, in questo senso, la prima risposta concreta di Ankara al segnale ricevuto da İmralı — non un gesto unilaterale di magnanimità, ma la contropartita negoziata di un processo bilaterale che fino a questo momento aveva viaggiato quasi esclusivamente sui binari delle dichiarazioni d’intenti.

La clemenza di Stato che non osa chiamarsi amnistia

Definire questo provvedimento un’amnistia sarebbe tecnicamente scorretto, e non per pudore lessicale: il testo è selettivo per tipologia di reato, condizionato e disseminato di clausole di salvaguardia che ne fanno uno strumento assai più cauto di quanto la propaganda governativa lasci intendere. Anzitutto, non entra in vigore automaticamente: la sua applicazione resta subordinata alla verifica, da parte del Consiglio di sicurezza nazionale turco, che il disarmo del PKK sia effettivamente completato — un meccanismo che consegna ad Ankara, non certo al calendario del negoziato, l’ultima parola sui tempi reali della grazia.

Solo a quel punto scatteranno la sospensione delle pene per circa 3.500 detenuti e la sospensione delle indagini in corso, per un periodo compreso fra cinque e dieci anni a seconda della gravità del reato contestato; trascorso quel lasso di tempo senza nuovi reati di terrorismo, i fascicoli verranno archiviati definitivamente. Sulla carta, questo significa che migliaia di militanti oggi in clandestinità o in esilio potrebbero rientrare in Turchia e riprendere una vita pubblica.

Ma la clemenza ha confini tracciati con cura chirurgica: restano fuori i responsabili di omicidi compiuti all’estero e chiunque sia stato condannato all’ergastolo prima del 2005, clausola che esclude esplicitamente lo stesso Öcalan, condannato nel 1999, insieme ad altri vertici storici del movimento. Lo Stato turco, in altre parole, è disposto a perdonare l’esercito ma non il suo generale.

L’entusiasmo di facciata e le crepe che restano visibili

Il vicepresidente Cevdet Yılmaz ha salutato il voto come un «passo storico», formula che i comunicati istituzionali riservano indistintamente tanto alle svolte autentiche quanto ai compromessi minimi presentabili come tali. Più interessante, perché meno scontata, è la reazione di un’agenzia di stampa vicina al PKK, che poco prima dell’approvazione ha definito il testo «un inizio» segnato però da «mancanze e problemi», chiedendo garanzie esplicite contro future discriminazioni nei confronti dei militanti reintegrati nella vita civile.

Una richiesta tutt’altro che pretestuosa, se si considera che i dubbi sulla tenuta democratica turca non riguardano soltanto il trattamento riservato ai curdi: basti ricordare che l’ex sindaco di Istanbul, principale sfidante di Erdoğan alle prossime presidenziali, resta neutralizzato dietro le sbarre.

Un Paese che promette reintegrazione politica a chi ha impugnato le armi contro lo Stato, mentre tiene fuori gioco per via giudiziaria chi lo sfida legittimamente alle urne, offre della propria pacificazione un’immagine più ambigua di quanto i titoli entusiastici lascino trasparire.

 

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