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Israele bombarda una base siriana destinata alle truppe turche, Ankara risponde con un mandato d’arresto contro Netanyahu per genocidio. Dietro l’escalation verbale, il vero nervo scoperto è il successo turco nella pacificazione curda e nell’influenza sulla nuova Siria.
Netanyahu ed Erdogan si scambiano titoli d’onore, la Siria paga il conto
Le bombe israeliane cadute nei giorni scorsi sulla base aerea di Abu al-Duhur, nel nord della Siria, a una manciata di chilometri dal confine turco, non hanno colpito un obiettivo militare qualunque. Secondo la ricostruzione fornita dallo stesso governo israeliano, la struttura era stata visitata poco prima da una delegazione dell’esercito turco intenzionata a valutarne la ristrutturazione in vista di un futuro stanziamento di truppe.
Tel Aviv aveva già inviato, a suo dire, un messaggio “in termini generali” contro qualunque presenza militare turca in quell’area a ridosso di Aleppo. Netanyahu, con la consueta mancanza di pudore diplomatico, ha commentato che “a quanto pare l’hanno ignorato, così ci siamo assicurati che lo capissero più chiaramente”. Tradotto, un bombardamento come promemoria indirizzato non a Damasco, ma direttamente ad Ankara.
Un mandato d’arresto come risposta a un missile
La reazione turca non si è fatta attendere e ha scelto il terreno giudiziario internazionale piuttosto che quello militare. Ankara ha emesso un nuovo mandato di arresto contro Netanyahu, questa volta per genocidio e per il sequestro dell’equipaggio della flottilla che tentava di portare aiuti umanitari a Gaza, coinvolgendo nel provvedimento anche un tale Afek Moskovitch, nome ignoto persino ai media israeliani, dettaglio che secondo una ricostruzione dell’Espresso potrebbe nascondere un messaggio in codice diretto al premier israeliano.
Netanyahu ha risposto nel suo consueto registro, definendo Erdogan “un dittatore antisemita che ha massacrato i curdi, dà rifugio ai terroristi di Hamas, occupa metà di Cipro e imprigiona un numero record di giornalisti e oppositori politici”, rivendicando per Israele il titolo di unica democrazia mediorientale. Ankara ha rimandato l’accusa al mittente, parlando di una campagna elettorale israeliana caduta sotto l’influenza di un populismo securitario irresponsabile che rischia di destabilizzare non solo la società israeliana ma l’intera regione. Uno scambio di titoli d’onore reciproci, criminale di guerra contro dittatore antisemita, che avrebbe fatto ridere se non riguardasse due arsenali nucleari e para-nucleari puntati sulla stessa area geografica.
Il contesto in cui questo botta e risposta si inserisce racconta più di quanto dicano gli insulti scambiati. Dal 7 ottobre 2023 la tensione tra Tel Aviv e Ankara è cresciuta progressivamente, alimentata dal sostegno turco alla causa palestinese attraverso la Fratellanza musulmana, di cui Erdogan si considera tutore internazionale, e dalle incursioni israeliane sempre più frequenti nel territorio siriano dopo la caduta di Assad. Ma il vero terreno di scontro non è ideologico, è geopolitico e concreto: chi controllerà davvero la Siria post-Assad, e con quale grado di influenza sulle sue future alleanze militari.
Il vero motivo dell’irritazione israeliana ha un nome, e si chiama successo turco
Perché se si guarda oltre la cronaca degli insulti, emerge un dato che a Tel Aviv brucia più di qualunque accusa di genocidio: Erdogan, dopo anni di scontro sanguinoso contro il movimento curdo, è riuscito a ottenere ciò che Israele considerava impossibile, una riconciliazione politica con i curdi turchi. Abdullah Ocalan, detenuto da decenni, aveva lanciato a febbraio 2025 un appello per la fine della lotta armata, e il 10 agosto il Parlamento turco, su sollecitazione dello stesso Erdogan, ha approvato l’amnistia per i militanti del PKK che hanno deposto le armi. Un processo di pace collegato a doppio filo a quanto avveniva contemporaneamente in Siria, dove le fazioni curde sostenute dagli Stati Uniti hanno concluso in questi giorni l’integrazione nelle strutture statali di Damasco, cedendo armi e autonomia amministrativa in cambio di un futuro dentro l’esercito siriano.
Questo capolavoro politico turco, passare da nemico storico dei curdi a mediatore della loro pacificazione, arriva peraltro dopo che proprio Erdogan aveva vanificato i tentativi israeliani di coinvolgere frange curde anti-Teheran nell’attacco israelo-americano del 28 febbraio contro l’Iran, offensiva che non ha nemmeno prodotto la rivolta interna iraniana sperata da Tel Aviv.
Mentre Israele collezionava fallimenti strategici in Iran, la Turchia consolidava la propria influenza su Damasco, tanto che il ministro degli Esteri siriano ha definito Ankara “partner chiave” per la ricostruzione del Paese, lasciando aperta la possibilità di un ingresso siriano nella cosiddetta Nato sunnita, l’alleanza tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan che Israele osserva con crescente nervosismo proprio perché rappresenta un’alternativa concreta agli Accordi di Abramo, di fatto congelati dall’asse Trump-Netanyahu.
Il ministro israeliano per la diaspora Amichai Chikli ha sintetizzato l’ansia di Tel Aviv definendo la combinazione tra la Turchia di Erdogan e la Siria di al-Sharaa “una minaccia più preoccupante dell’Iran”, frase che forse spiega meglio di qualunque comunicato ufficiale perché quelle bombe siano cadute proprio ora, e proprio lì.

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