Conte smaschera la sinistra liberal: il woke non tocca chi comanda davvero

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Con la lettera su Repubblica del 21 agosto, Conte sposta il dibattito dal linguaggio identitario alla redistribuzione del potere economico. Una mossa che imbarazza il PD e irrita la sinistra liberal, più a suo agio con la battaglia culturale che con quella di classe.

Conte trova la sveglia, la sinistra liberal si volta dall’altra parte e finge di dormire

Giuseppe Conte ha scelto La Repubblica per un intervento che nessuno, a sinistra, si aspettava con quella tempistica. Il pretesto immediato arriva da oltreoceano: la deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha ammesso pubblicamente che “Woke 1 was crazy”, riaprendo negli Stati Uniti un dibattito che in Italia il Partito Democratico ha sempre preferito evitare accuratamente.

Conte coglie l’assist e pubblica una lettera in cui sostiene che “non è con il woke che la sinistra può fare giustizia” e che “il nemico da combattere è questa società di diseguali”, pur riconoscendo al fenomeno culturale nato dall’attivismo afroamericano statunitense il merito storico di aver acceso attenzione su razzismo, sessismo e forme di discriminazione strutturale.

Il leader del Movimento 5 Stelle racconta anche un aneddoto personale, un amico di Boston rimasto perplesso davanti a una scultura di nudo femminile nella sua libreria romana, per introdurre il tema degli eccessi importati dagli Stati Uniti: Omero e Cicerone trattati come suprematisti bianchi, cancel culture, politicamente corretto trasformato in censura.

La tempistica non è casuale, e nessun commentatore serio ha fatto finta di crederlo. Siamo in piena corsa verso le primarie del campo largo, con Conte che punta a riproporsi come candidato premier per l’eventuale legislatura post Meloni, e la mossa gli permette di occupare uno spazio politico che il Partito Democratico, imbarazzato e diviso al proprio interno, ha sempre evitato di presidiare per non scontentare nessuna delle sue anime. Il Foglio lo ha liquidato ironicamente come “l’Ocasio-Cortez italiano”, Il Giornale ha scritto con malcelato compiacimento “benvenuto tra i reazionari, presidente Conte”, mentre altri osservatori più attenti hanno colto nell’operazione un tentativo di dettare l’agenda politica prima e più velocemente degli alleati, riproponendo Conte come punto di riferimento per un elettorato popolare che si sente sempre più estraneo ai linguaggi identitari della sinistra colta.

Il vero bersaglio non è il linguaggio, è chi comanda

Ridurre la lettera di Conte a una scaramuccia lessicale sul politicamente corretto significa non aver letto fino in fondo cosa c’è scritto, o peggio, significa avercelo interesse a farlo passare come tale. Il nucleo dell’intervento non riguarda la sensibilità sul linguaggio inclusivo, riguarda la distribuzione del potere economico.

Conte indica come priorità il superamento di una società diseguale, la tutela dei ceti popolari e del ceto medio impoverito, una tassazione degna di questo nome contro privilegi che definisce senza troppi giri di parole insensati, investimenti produttivi capaci di arginare la finanziarizzazione rapace dell’economia, e soprattutto l’inversione di quella equazione tossica per cui la politica serve l’economia invece del contrario. A questo aggiunge il tema della pace, contro il riarmo europeo e contro una retorica della deterrenza che considera puramente strumentale.

Ecco perché la sinistra liberal riformista, quella che negli ultimi quindici anni ha trasformato battaglie identitarie sacrosante in un sostituto comodo della lotta di classe, fatica a digerire questa lettera più di quanto ammetta pubblicamente. Non è il woke in sé il problema per quella corrente politica, è che Conte lo tratta esplicitamente come un anestetico: utile, forse persino necessario sul piano delle libertà individuali e culturali, ma del tutto incapace di scalfire i gangli reali del potere economico, anzi funzionale ad ammorbidirne solo i tratti più brutali senza toccarne la sostanza. È una critica scomoda perché rivolta a un ceto intellettuale, mediatico e politico che ha costruito buona parte della propria identità pubblica proprio sulla battaglia culturale, delegando la battaglia materiale a un vago afflato riformista che nei fatti non ridistribuisce nulla.

Dalla riparazione alla prevenzione, il salto che la sinistra dei salotti non sa fare

C’è un passaggio della riflessione contiana che merita più attenzione di quanta gliene sia stata concessa nel dibattito di queste ore: il tentativo di spostare l’asse della politica progressista da un approccio riparativo, che interviene sui danni dopo che si sono già prodotti, a uno preventivo, capace di anticipare i processi economici e sociali prima che presentino il conto ai ceti più deboli.

È un’ambizione che richiede visione strategica, non slogan da campagna elettorale, e che presuppone l’esistenza di classi sociali reali, non semplicemente identità frammentate e posticce che si moltiplicano mentre le disuguaglianze materiali si concentrano sempre di più nelle stesse mani.

Che questa proposta venga liquidata con sufficienza da chi si professa progressista mentre difende lo status quo economico con l’alibi della battaglia culturale, dice più sulla crisi della sinistra riformista italiana che su qualunque presunta deriva reazionaria di Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle ha capito, con freddo calcolo politico più che con improvvisa illuminazione ideologica, che intercettare il disagio materiale di chi si sente escluso dal linguaggio identitario della sinistra colta è oggi più redditizio elettoralmente che continuare a inseguire un elettorato progressista sempre più ristretto e sempre più simile a se stesso

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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