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La Lega crolla sotto il 6% nei sondaggi e i vertici lombardi, roccaforte storica del partito, chiedono apertamente a Salvini di farsi da parte. Tra federalismo dimenticato e modello bavarese, Pontida il 20 settembre può diventare il redde rationem del segretario.
Salvini accerchiato dai suoi lombardi, Pontida può essere l’ultimo raduno da segretario
Il 7 agosto, nella sede storica di via Bellerio a Milano, Matteo Salvini ha convocato una riunione che dai resoconti circolati sembra assomigliare più a un processo che a un confronto interno. Su 31 interventi, almeno un terzo avrebbe contenuto critiche esplicite alla sua guida del partito, e cinque dirigenti gli avrebbero chiesto senza troppi giri di parole di farsi da parte.
Non stiamo parlando di franchi tiratori isolati o di dissidenti marginali, ma della roccaforte storica della Lega, quella lombarda, la stessa terra che ha fatto nascere il partito prima ancora che diventasse un contenitore identitario capace di parlare a Verona come a Bari. Quando è la propria casa madre a chiedere le dimissioni, il problema smette di essere una questione di sondaggi sfavorevoli e diventa una crisi di legittimità.
I numeri che raccontano il crollo, senza bisogno di aggettivi
Bastano le cifre a spiegare l’irritazione lombarda, senza scomodare le interpretazioni. La Lega che alle elezioni europee del 2019 sfiorava il 34% oggi viaggia su percentuali sempre più in picchiata: il 5,7% secondo Winpoll e Piepoli, il 5,5% di SWG, il 5,2% rilevato da BiDiMedia, il 5,1% di Ipsos, fino al 4,9% di YouTrend, dati raccolti tra fine luglio e inizio agosto e finiti dritti nell’archivio sondaggi di Palazzo Chigi.
Un tracollo verticale che in altri contesti politici avrebbe già prodotto un cambio di segreteria nel giro di poche settimane, e che invece a via Bellerio si trascina da mesi in un equilibrio precario tenuto insieme più dall’assenza di alternative immediate che da un reale consenso interno.
A guidare la fronda ci sono nomi tutt’altro che marginali: il governatore lombardo Attilio Fontana, il segretario regionale e capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, e attorno a loro una filiera di amministratori locali che da soli valgono più di quanto suggerisca il loro peso sui giornali nazionali, da Daniele Belotti, storico volto del raduno di Pontida, a Massimo Sertori, passando per sindaci e segretari provinciali di Bergamo, Brescia e Varese, tre province che insieme rappresentano oltre il 70% degli iscritti lombardi. Non è dissenso di frangia, è la spina dorsale organizzativa del partito che si sfila pubblicamente dal proprio segretario nazionale.
Dal federalismo dimenticato al modello bavarese, la Lega si scopre nordista e stanca del leader unico
Le ragioni del malcontento vanno oltre il semplice calo elettorale e toccano l’identità stessa del progetto politico. I nordisti contestano a Salvini di aver trasformato la Lega in un contenitore genericamente securitario e anti-immigrazione, terreno su cui il partito di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, risulta ormai più credibile agli occhi dell’elettorato di destra radicale, mentre le storiche istanze federaliste, la ragione sociale originaria del movimento, sono state progressivamente accantonate. Non è un caso che proprio Vannacci, accolto e valorizzato da Salvini negli ultimi anni, abbia finito per fondare un partito concorrente che oggi eroderebbe consensi proprio nell’area che la Lega considerava propria per definizione.
La risposta lombarda non punta, almeno per ora, a un nome sostitutivo, ma a un modello di leadership diffusa che richiama esplicitamente il sistema tedesco della convivenza tra CSU e CDU: una Confederazione articolata in Lega Nord, Lega Centro e Lega Sud, unite su temi comuni ma libere di esprimere identità territoriali distinte. Romeo ha parlato apertamente di presentare il partito come “squadra”, valorizzando i governatori che oggi godono di credibilità reale presso l’elettorato, primo fra tutti Luca Zaia, il cui nome circola con insistenza come figura attorno a cui ricostruire un consenso che Salvini da solo non riesce più a garantire.
Fontana, dal canto suo, ha scelto le parole con cautela, definendo la mobilitazione una battaglia per restituire alla Lega la propria centralità politica, non una guerra personale contro il segretario, salvo poi ammettere, intervistato dal Corriere, di non escludere affatto l’ipotesi di chiedergli formalmente di dimettersi. Un modo elegante per dire la stessa cosa con toni meno bellicosi.
Il countdown ora corre verso due appuntamenti che difficilmente potranno essere derubricati a routine congressuale: il primo confronto romano dell’8 e 9 settembre alle Officine Farneto, e soprattutto il raduno di Pontida del 20 settembre, la data simbolica per eccellenza della liturgia leghista. Se Salvini arriverà su quel prato ancora nella veste di segretario indiscusso o come leader ormai commissariato dai propri governatori, lo diranno le prossime settimane. Ma il fatto che la domanda si ponga seriamente, dentro il partito che lui stesso guida da oltre un decennio, è già di per sé la notizia più significativa dell’estate politica italiana.

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