Il Rojava si è arreso senza combattere l’ultima battaglia

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Da gennaio ad agosto 2026 l’SDF ha consegnato armi e autonomia a Damasco, integrandosi nello Stato siriano di al-Sharaa senza ottenere garanzie territoriali per i curdi. Una dirigenza che ha negoziato la propria sopravvivenza istituzionale, non il futuro del suo popolo.

Il Rojava non è caduto in battaglia, si è consegnato da solo

Tra il gennaio e l’agosto 2026 si è consumata, quasi senza che l’opinione pubblica europea se ne accorgesse, la fine di uno degli esperimenti politici più discussi del Medio Oriente contemporaneo. Il punto di partenza formale risale al 10 marzo 2025, quando il presidente ad interim (almeno formalmente)  siriano Ahmed al-Sharaa e il comandante delle Syrian Democratic Forces Mazloum Abdi firmarono a Damasco un accordo che prevedeva l’integrazione delle istituzioni civili e militari curde nello Stato siriano, in cambio del riconoscimento della minoranza curda come parte integrante della Siria.

Un accordo nato sulle macerie della caduta di Assad, avvenuta nel dicembre 2024 a opera delle forze islamiste guidate dallo stesso al-Sharaa, e quindi maturato in un contesto già segnato dall’ascesa al potere di un governo di matrice sunnita radicale.

L’accordo del marzo 2025 restò in gran parte lettera morta. Con la scadenza dei termini di attuazione fissata per la fine del 2025 e nessun progresso sostanziale sul terreno, Damasco scelse la via militare per imporre ciò che non era riuscita a ottenere al tavolo negoziale.

Nella prima metà di gennaio 2026 le forze governative conquistarono i quartieri curdi di Sheikh Maqsoud, Ashrafieh e Bani Zaid ad Aleppo, controllati dai curdi dal 2015, per poi lanciare un’offensiva su vasta scala che nel giro di una settimana portò alla caduta di Raqqa, Deir ez-Zor e parti della provincia di Hasakah. Un cessate il fuoco fragile, negoziato anche grazie alla mediazione dell’inviato speciale americano Tom Barrack, sfociò il 18-19 gennaio in un accordo in 14 punti che sanciva il passaggio di governatorati, valichi di frontiera e giacimenti petroliferi sotto il controllo diretto di Damasco.

Il 30 gennaio l’SDF annunciò formalmente un accordo comprensivo di integrazione nelle strutture statali siriane, dopo settimane di sconfitte territoriali che avevano ridotto drasticamente il proprio margine di trattativa. A inizio febbraio le forze governative entrarono a Qamishli, cuore simbolico dell’amministrazione curda, e nelle settimane successive iniziò la consegna di armi pesanti e medie a Damasco, mentre i combattenti curdi venivano progressivamente assorbiti nei ministeri della Difesa e dell’Interno siriani.

Secondo varie fonti giornalistiche, l’SDF avrebbe chiesto che la consegna delle armi avvenisse in modo discreto, per non apparire pubblicamente come una resa. Ad agosto 2026 le stesse SDF e l’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria risultavano prossime a un annuncio formale di scioglimento.

Una resa negoziata, non una sconfitta subita

Il dato politico che emerge da questa cronologia è più significativo delle singole battaglie perdute sul terreno: l’SDF non è stata annientata militarmente, ha scelto di negoziare la propria dissoluzione mentre disponeva ancora di decine di migliaia di combattenti armati e addestrati, forgiati in anni di guerra contro l’Isis al fianco della coalizione internazionale a guida americana.

Ha ottenuto, in cambio, garanzie generiche sui diritti della minoranza curda e l’assorbimento individuale dei propri quadri nelle strutture dello Stato siriano, non un’autonomia territoriale strutturata né una quota concordata sulle risorse energetiche del nordest, quello stesso petrolio e gas che per anni avevano finanziato l’amministrazione autonoma. La dirigenza del movimento ha ottenuto per sé un futuro dentro le istituzioni del nuovo potere centrale, non necessariamente per il progetto politico e sociale che quelle stesse istituzioni curde avevano provato a costruire in questi anni.

La dirigenza curda ha scelto di negoziare la propria sopravvivenza istituzionale al posto della resistenza collettiva, e il conto lo pagheranno altri: i combattenti di base, la popolazione civile, chi aveva creduto nel progetto originario senza avere voce in capitolo sulla trattativa finale.

Il Rojava non è stato sconfitto sul campo di battaglia nel senso classico del termine.  È stato consegnato, pezzo dopo pezzo, da una leadership che ha preferito trattare la propria integrazione individuale nello Stato vincitore piuttosto che difendere fino in fondo, o quantomeno negoziare con più forza, un progetto di autogoverno che aveva richiesto oltre un decennio di sacrifici umani ed economici per essere costruito. Non c’è stata epopea ma una liquidazione ordinata.

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